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superlega
, 8 Febbraio 2021

La Superlega di Torriglia, molti la vogliono ma nessuno la piglia.


Da decenni si discute della possibile creazione della Superlega. Con il passare degli anni si sono susseguite idee, proposte e modelli molto diversi tra loro. A che punto siamo? Chi la vuole davvero?


Superlega sì? Superlega no? La Superlega dei cachi! Sono anni - anzi, decenni - che l'élite sportiva e istituzionale discute - anzi, litiga - intorno al cosiddetto progetto "Superlega Europea", ovvero un torneo alternativo alla Champions League e/o ai campionati nazionali, a invito, riservato alle società calcistiche più blasonate del continente.

A quanto pare, il più acceso sostenitore di questa proposta è Florentino Pérez, presidente della squadra blasonata per eccellenza, il Real Madrid, il quale spinge pubblicamente per questa soluzione fin dall'inizio del nuovo millennio, quando impose un nuovo standard tecnico e mediatico con la creazione dei galacticos. Tuttavia, fino ad oggi Pérez è stato praticamente l'unico a metterci costantemente la faccia mentre gran parte dei suoi colleghi, tra i più "visibili" Bartomeu Agnelli, si sono limitati ad dichiarazioni estemporanee, accenni, mezze frasi o segnali criptici che il giornalismo ha poi interpretato. Andrea Agnelli in particolare, in quanto presidente della European Club Association (ECA) è stato molto spesso indicato come il primo alleato di Florentino Pérez.

Pérez e Tebas, due galli costretti a convivere nello stesso pollaio

(Photo Cordon Press)

Ciononostante, come hanno dichiarato Javier Tebas (presidente del LaLiga) e Aleksander Čeferin (presidente della UEFA) sembra che il Real stia combattendo questa battaglia in solitudine. «Questo è il sogno di Florentino Perez [...] Ma i due candidati principali alla presidenza del Barcellona si sono pronunciati pubblicamente contro la Superlega, il Bayern Monaco, la Juventus e i club inglesi hanno fatto lo stesso [...] È un progetto che potrebbe portare alla rovina delle piccole squadre e che servirebbe soltanto a fare arricchire ancora di più i club più importanti» ha dichiarato Čeferin poche settimane fa.

Anche Gianni Infantino, a capo della FIFA, è stato lapidario a riguardo: «Una competizione simile non sarebbe mai riconosciuta dalla FIFA»: ergo, chi gioca la Superlega non gioca i Mondiali. Inoltre, sebbene contino come il due a briscola, anche le associazioni dei tifosi si sono espresse duramente a sfavore di tale ipotesi.

Dunque? Superlega sì? Superlega no? Superlega dei cachi? Dopo aver ripulito la questione dal fastidioso rumore di fondo causato dalle reciproche accuse, difese, dichiarazioni, interpretazioni e controinterpretazioni, la mia risposta è: no. Mi sembra davvero improbabile che nel prossimo decennio accadrà un cambiamento di tale portata, una mastodontica scommessa al buio che porterebbe un manipolo di top-club ad uscire dalla zona di comfort per scagliarsi in campo aperto contro una coalizione formata da tutte le istituzioni calcistiche nazionali e internazionali e dai club da esse rappresentati. Allora perché si parla così tanto di questa Superlega se alla fine quasi nessuno è realmente favorevole? Perché questa è vista da molti top-club come un modello a cui tendere e, allo stesso tempo, come un'arma da brandire per aumentare il proprio potere contrattuale.

Andrea Agnelli in versione Presidente dell'ECA

I risultati di questo braccio di ferro si sono visti chiaramente nell'ultima riforma della Champions League (quella entrata in vigore nel 2018) che ha dato alla "storia" e al "blasone" dei campionati nazionali un peso maggiore rispetto ai meri risultati sportivi. Da quanto riporta il The Guardian, si vedrà ancora più chiaramente nel nuovo formato che potrebbe prendere piede dal 2024: 36 squadre in un girone unico e poi ottavi, quarti, semifinali e finali, per un minimo di 10 partite giocate (contro le sei della fase a gironi attuale) e un massimo di 17 per le due finaliste. Questo nuovo formato accontenterebbe da un lato le squadre ECA, che chiedono di giocare un numero maggiore di partite europee per aumentare i ricavi dai diritti televisivi (e non) e dall'altro le quattro federazioni a cui sono già garantiti 4 posti nella fase finale (Spagna, Inghilterra, Italia e Germania) alle quali - si vocifera - potrebbero venirne garantiti addirittura 5 a testa.

Molte Leghe si sono dette preoccupate dalla possibile ulteriore diminuzione di appeal e risorse economiche che potrebbe derivarne e hanno già convocato un'assemblea straordinaria. Esiste un altro punto di vista, a mio avviso cruciale, che nessuno sembra considerare: quello di calciatori e allenatori. Con una riforma del genere il numero di partite di Champions League aumenterebbe del 70%.

Dando per scontata l'impossibilità di una riduzione equivalente del numero di partite dei tornei nazionali, vi sarebbe un sovraccarico di competizioni insostenibile, dannoso per lo sviluppo tattico delle squadre, per le condizioni psico-fisiche degli atleti e anche per il mero egoistico interesse del pubblico: sfide europee senza rilevanza, turn-over massiccio e costante o persino utilizzo abituale delle squadre B nelle competizioni minori. Insomma, come scrivevo già un annetto fa in merito alle dichiarazioni di Klopp e Guardiola, forse converrebbe giocare meno per giocare meglio.

(articolo uscito nell'ultimo numero di "Catenaccio", la nostra newsletter al cui interno trovate approfondimenti sulla settimana sportiva, consigli culturali, compilation di cose brutte, domande dal pubblico e tante altre cose interessanti. Se non ci sei ancora iscritto e vuoi riceverla ogni sabato mattina, questo il link dove registrarsi: https://mailchi.mp/bd0be5dfdb40/t5rrmyi31o)


  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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