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5 min

- di Simone Gervasio

L’uomo più odiato del calcio italiano (o giù di lì)


Bergomi è interista, milanista, anti juventino e tante altre cose.


Beppe Bergomi è una brava persona. Se chiedi in giro nel mondo del calcio italiano nessuno ti dirà qualcosa di diverso, tutti ne parlano bene, tutti ne lodano professionalità e buone maniere. Eppure lo stesso Beppe Bergomi è una delle personalità legate ad esso più odiate (si fa per dire, è pur sempre pallone). Non lo sopportano juventini, milanisti, napoletani, romanisti ecc perché, ca va sans dire, è interista; ma lo odiano più di tutti gli interisti per svariati motivi.

Insomma un uomo solo, talvolta accompagnato dal prode Caressa, compagno di mille battaglie. Come è potuto succedere? Il sentiment non è mai stato dei migliori da sempre per lo Zio, data appunto la sua carriera. Un giocatore che ha militato esclusivamente in un team non può che rappresentarne una bandiera, un simbolo, un ambasciatore legato dall’imperituro vincolo che li ha legati per tanti anni. Per cui i nasi dei rivali dell’Inter sono sempre stati un po' storti nei suoi confronti ma la sensazione, accompagnata da evidenze incontrovertibili, è che mai come in questo momento storico la figura dello Zio faccia discutere, le sue dichiarazioni vengano vagliate parola per parola, ogni suo non detto, gesto o cenno caricato di un significato ulteriore che va ad alimentare la nutrita fazione dei suoi haters.

Le sue opinioni vengono riportate come “notizie” dagli aggregatori, viene intervistato dai giornali per ribadire le sue teorie su questo o quel giocatore, su questa o quella squadra, è diventato oggetto dei proverbiali striscioni (sempre in rima) degli ultras. Insomma il suo personaggio sta esplodendo, e lui questo forse l’ha capito.

Bergomi gioca per una ventina d’anni all’Inter, ne è capitano per 7 e recordman di presenze (756) fino all’arrivo di Zanetti, vince uno scudetto e tre Coppe Uefa, è campione del mondo nel 1982 e partecipa a 4 mondiali con l’Italia (sarebbero stati 5 se non fosse stato inviso a Sacchi). Al termine della sua lunga carriera, nel 1999 è scelto dalla neonata Tele Più per esserne una delle voci più autorevoli, ruolo che terrà anche per Sky di cui diviene la seconda voce più apprezzata.

È preparato, ha buon ritmo nella telecronaca e grande affiatamento con il suo partner. Caressa – Bergomi non saranno Tommasi – Clerici o Tranquillo – Buffa, però cambiano il modo di raccontare il calcio live, in un escalation che li porta a “partecipare” al Mondiale del 2006 vinto dagli azzurri. Con il passare del tempo da seconda voce, lo Zio diventa anche opinionista di punta della rete fino ad entrare nel Club, il programma di approfondimento calcistico della seconda serata di Sky, una sorta di bar sport dove gli ospiti analizzano e rivedono i temi più caldi della domenica calcistica. Lo scontro con un altro “bar sport”, che si è venuto a creare col tempo (quello di Twitter e dei social in genere) fa deflagrare la situazione e lo consacra a personaggio le cui opinioni fanno dibattito e spostano l’opinione pubblica.

Bergomi è un conservatore. Difficilmente altre parole possono descriverlo meglio. Ha le sue idee, il suo modo di vedere la vita e il calcio, i suoi concetti che ripete costantemente, a mo’ di mantra. Gli piacciono le squadre fisiche, i giocatori forti, meglio se sono italiani, alti che per lui dominano nel nostro calcio; crede che siano gli attaccanti a far giocare bene le squadre, concetto che lui spesso attribuisce a uno dei suoi maestri, Osvaldo Bagnoli; è un difensore e lo sarà per sempre, difende la sua categoria, crede che le squadre abbiano bisogno di equilibrio e dunque ripudia quelle che cercano di attaccare sempre, se questo significa rendersi vulnerabili nelle retrovie.

Crede che per i difensori ci sia sempre tempo per intervenire per cui anche se si è fatto un pasticcio, c’è sempre margine per rimediare, magari con un ultimo disperato tackle (che volendo è anche un bell’insegnamento nella vita). È un uomo di rapidi innamoramenti. Credeva nella passata stagione nel potenziale della Lazio e i fatti stavano quasi per dargli ragione e, in questa di stagione, la “sua” squadra è il Milan, outsider per gli altri, favorita per il suo modo di intendere il calcio. Ha idee fisse e ben precise, sue convinzioni e il fatto di poterle ripetere ogni settimana in un contesto informale come quello del Club non lo aiuta in quanto lo trasforma in una sorta di meme.

I suoi stati d’animo, i suoi sguardi vengono analizzati e legati al risultato di questa o quella partita, le sue analisi vengono rivestite di un sovrasenso e lui se ne sta pian piano accorgendo. Cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte, di limitarsi su certi argomenti sensibili, al limite di non parlarne ma ormai invano. È accusato dagli interisti di essere milanista perché da mesi ormai sottolinea la crescita della squadra di Pioli elogiandone costantemente le qualità; di essere uno dei più ferventi detrattori di Eriksen, da lui bocciato già prima di vederlo in campo, e da tutti gli altri di tenere la sua Inter di buon occhio, sottolineandone le imperfezioni della rosa, da lui ritenuta solo la quarta o quinta rosa di questa A, e dunque non all’altezza del compito di vincere lo Scudetto.

E siccome viviamo nell’epoca dei complottisti, dei tweet che analizzano e sputano sentenze allora lo Zio è:

  • furioso con la società Inter perché non l’ha coinvolto come avrebbe voluto (ha allenato solo per un breve periodo nelle giovanili, prima di passare ad altri lidi);
  • milanista da sempre e dunque è stato una sorta di infiltrato per venti e passa anni (roba da Homeland);
  • spinto da Conte e Marotta a parlare male dell’Inter in modo che quando, e se, i nerazzurri vinceranno il Tricolore tutti grideranno al miracolo e altre mille teorie che reggono come le scie chimiche.

bergomi

Come è normale che sia, Bergomi non ha mai negato il fatto che avrebbe voluto lavorare per la sua ex squadra una volta lasciato il calcio giocato. Più volte è stato vicino a tornare in società, specie sotto l’egida di Giacinto Facchetti. Ma le due parti non sono mai convolate a nozze, come ha dichiarato lui stesso, per “colpa” delle sue telecronache e delle incomprensioni che avevano causato nel passato. Ma per l’appunto il compianto Cipe è morto nel 2006, 15 anni fa. O Beppe è la persona più rancorosa del modo oppure se ne sarà fatta una ragione e vive serenamente la sua seconda parentesi lavorativa a Sky.

Il caso Eriksen ha fatto poi scuola. Fin dal suo arrivo un anno fa Bergomi ha ammonito sul fatto che i tifosi interisti si aspettassero un giocatore diverso, un funambolo che saltasse tutti gli uomini che gli si paravano davanti per far fare il salto di qualità alla Beneamata. Provava a convincere anche quelli che non conoscessero bene il danese che non era quel tipo di giocatore e che avrebbe avuto difficoltà a trovare spazio nel modo codificato di giocare dell’Inter contiana. Eufemismo.

Più volte lo Zio ha ammesso di esser quasi dispiaciuto di aver avuto ragione col tempo e che anzi avrebbe voluto che i fatti lo smentissero ma così non è stato, e, presenziando a molte trasmissioni a Sky, dal calciomercato al Club, dai pre partita agli studi di Europa League, la questione gli veniva costantemente riproposta e lui che, come detto è un uomo di poche ma incrollabili certezze, non ha fatto altro che ripeterle. Ecco la funzione meme. Il reale problema dell’affaire Bergomi non è rappresentato dalle sue idee, che condivisibili o meno restano tali, ma dalla sua sovraesposizione. Come in politica, se un’opinione viene ribadita mille volte inizia a diventare altro, fa da manifesto, da slogan ed è di più facile alterazione.

Si sa, è difficile chiedere razionalità ai tifosi. Quello che fa strano però è che spesso questi siano più attenti a quello che accade fuori rispetto a ciò che invece succede in campo. L’ossessione per il calciomercato, panacea di tutti i mali, l’analisi quotidiana dei bilanci di aziende milionarie trattate come il negozietto sotto casa, l’inveire contro gli opinionisti che non la pensano come noi, senza rendersi conto che alla fine sono pagati anche per creare buzz, chiacchiericcio, sono tutte facce della stessa medaglia.

Sì, il calcio giocato continua e continuerà ad essere più affascinante.


 

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Napoletano adottato da Milano, sogno fin da piccolo di fare il giornalista sportivo. O meglio da quando ho capito che di talento per fare il calciatore ne avevo poco. Seguo tanti, troppi sport e dormo in pantaloncini da gioco perché come diceva Rasheed Wallace, "you never know if a game breaks out".

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