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- di Redazione Sportellate.it

Considerazioni sparse sull'insediamento di Joe Biden


L’american pride risuona più forte che mai.


- L’inauguration day è un evento che raccoglie migliaia di persone sotto il Campidoglio per celebrare l’insediamento del presidente eletto: è un evento che gli USA utilizzano per celebrare la propria “oldest democracy” tramite dinamiche standard come il passaggio di consegne tra presidenti, il discorso di insediamento e una serie di personalità ed eventi che costellano la giornata (e la serata). Il risultato è un enorme megafono comunicativo che fa da anello di giuntura tra la narrazione della campagna elettorale e quella che sarà la narrazione della carica effettiva di presidente. Quest’anno ci sono state alcune cose diverse dal solito;

- Partiamo dalle basi: Trump non è presente alla cerimonia. Lui e Melania portano fino alla fine (e oltre) il proprio pugno duro nei confronti delle elezioni, mostrando tutto il loro rispetto. Qualche minuto prima di lasciare la Casa Bianca comunque la figlia Tiffany ne approfitta per celebrare il proprio fidanzamento col tag White House su Instagram. Sono presenti, però, numerosi deputati e senatori Repubblicani alla cerimonia: cariche importanti, che rafforzano il tentativo di riconciliazione bipartisan di cui tanto si parla in questi ultimi giorni;

- Il colpo d’occhio della Cerimonia è angosciante: siamo abituati al Parco invaso, letteralmente, da migliaia di persone. La pandemia ha trasformato questa parata in un barbecue tra amici, circondati da una distesa di bandiere americane e migliaia di forze dell’ordine, un barbecue che comunque è stato seguito da milioni di persone. Tutto comunque torna nel portafoglio narrativo del Presidente: Joe Biden utilizza la Cerimonia per rimarcare la figura che si è costruito attorno di “padre di famiglia”, il padre di famiglia che si farà carico degli USA e che tiene un discorso emotivo, raccontato quasi come una favola della buonanotte, come a dire “state tranquilli, l’uomo nero è stato cacciato”.

Il discorso completo.

- In parallelo a Biden si stanno già stagliando le figure che con ogni probabilità prenderanno in mano il seguito di questo mandato. Da una parte c’è Kamala, durante la campagna abbiamo imparato a conoscerla, la prima vicepresidente donna. Dall’altra c’è una one-woman show estremamente carismatica e padrona dei propri mezzi come Amy Klobuchar, competitor di Kamala, con cui si è già fronteggiata e che rappresenta quel partito democratico più interlocutorio e tradizionalista;

- A tutto questo ovviamente non può mancare lo spettacolo: Lady Gaga intona un inno commosso, Jennifer Lopez alza l’attenzione (nonostante qualcuno sia riuscito comunque ad addormentarsi, vero Bill?) con un “Let’s get loud” ispanico, il riconoscimento di una 22enne come Amanda Gorman (che nel dubbio ha anche annunciato la propria candidatura per il 2036), una carica che ovviamente è sfociata nella cerimonia serale. Storicamente una parata e un ballo, che quest’anno è stata più un susseguirsi di esibizioni e celebrazioni, partite col Boss, tenute da Tom Hanks, concluse da Katy Perry che vestita di bianco non poteva fare altro che lanciare in aria i “fireworks” (peccato per il timing, ci saremmo aspettati un’esplosione di colori al primo chorus, ma va bene così). Alla fine di tutto questo, il risultato è una Cerimonia sia strategica che puramente celebrativa, un evento politico che comunque si ricorda di celebrare con lo spettacolo la democrazia, un’istituzione per il quale forse è necessario qualche intervento di ammodernamento.

Il gran finale della parata, che più americano non si può.

(a cura di Lorenzo Tognacci)


 

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