Interventi a gamba tesa

Hurricane, una vita spezzata

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Ripercorriamo la storia di Rubin Carter. Un uragano sul ring, con una vita distrutta da una vicenda macabra e dalla quale era totalmente estraneo. 


La vicenda Rubin Carter ha rappresentato una voragine nella coscienza degli Stati Uniti d’America.

Un uomo innocente abbandonato al proprio destino e nella maniera peggiore possibile perché, se in un primo momento diverse personalità di spicco si erano interessate al suo caso, ad un certo punto Rubin è rimasto in compagnia dei soli pensieri che gli spremevano l’esistenza. Niente più Bob Dylan, solo una cella e un luogo desolato nella propria anima, unica roccaforte rimasta in cui rifugiarsi.

Gli avvenimenti, le situazioni

Rubin Carter nel 1966 ha 29 anni ed è uno dei pugili più importanti della sua epoca. “Un peso medio che braccava per tutto il ring gli avversari con un gancio sinistro minaccioso, lo sguardo torvo, il cranio completamente rasato che pareva una pallottola nera”, come ha scritto James S. Hirsch nel suo Hurricane. 

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Già, una tempesta di colpi poderosi, un mastino con i guantoni dalla personalità complessa, persuaso dall’idea che un aspetto impeccabile fosse un marchio di fabbrica fondamentale per il successo di un uomo nero in una società di bianchi. Lupo solitario della notte di Paterson, New Jersey, mal sopportato dall’establishment e da gran parte della popolazione locale,  a causa dell’ostentazione delle sue ricchezze, alla quale andrebbe aggiunta una spruzzata di razzismo, etichettato come individuo turbolento e dal rapporto conflittuale con la polizia. Un esempio lampante di ciò, risale al gennaio del 1964, quando, fermo sull’autostrada a causa di un problema alla sua auto, era stato prelevato da un poliziotto e arrestato con l’accusa di aver svaligiato una fabbrica di lavorazioni di carne nei pressi di Hackensack. Solo l’intervento di un agente nero riuscì a risolvere la questione e a far scarcerare Rubin, ovviamente innocente.

Carter, proprio come Malcom X, sosteneva l’idea che i neri dovessero proteggersi con ogni mezzo, anche violento. Tali dichiarazioni non miglioravano di certo la sua situazione, peggiorata da spacconate gratuite dell’Uragano, il quale inventava storie di accoltellamenti e sparatorie perpetuati in gioventù, mai avvenuti, utilizzati con l’unico scopo di scandalizzare l’opinione pubblica.

Quella maledetta notte del 17 giugno 1966, Carter perderà tutto: carriera, gloria e una parte consistente della propria vita. Sono passate da un po’ le due del mattino e al Lafayette Grill, un bar come un altro situato in un edificio malandato, sembra una tranquilla nottata di lavoro con la consueta sviolinata alcolica dei soliti clienti alla ricerca di un bicchiere per cancellare i problemi che la luce del giorno non evita di far splendere.

Non andrà così.

Due uomini armati, uno con un fucile calibro 20, l’altro con una pistola calibro 32, fanno irruzione. Moriranno tre persone, mentre una quarta riuscirà in maniera rocambolesca a sopravvivere e a raccontare in un secondo momento quanto accaduto. Un crimine inspiegabile, la comunità locale è scossa: in un melting pot come Peterson, pronto ad esplodere da un momento all’altro, il fatto che le vittime siano bianche e i carnefici neri fa aumentare a dismisura ogni aspetto negativo della coesistenza tra etnie.

Quella notte, Carter, uscito per discutere di un match in Argentina, si mescolò velocemente allo sciame di anime che affollano locali e strade dopo la mezzanotte. L’incontro con John Artis, all’epoca diciannovenne, fu del tutto casuale: i due si conoscevano già, senza frequentarsi più di tanto, anche perché Rubin era un tipo che socializzava con tutti, ma che non intesseva rapporti stretti con nessuno. Dopo molto alcol, Carter vuole tornare a casa e offre un passaggio al ragazzo, consegnandoli le chiavi della sua Polara bianca,  poi si accomoda dietro, cercando di riposare. Con loro è presente John Bucks Royster.

Tutto sembra andare bene, fino a quando un agente fa segno di fermarsi. Un controllo veloce, niente di più, possono andare.

Grazie sergente Capter.

Theodore Capter è un poliziotto in servizio da diciotto anni, in buoni rapporti con il pugile.

Giunti a casa di Rubin, questi prende dei soldi per continuare con i bagordi, torna in macchina e impartisce ad Artis le indicazioni necessarie per raggiungere il Club LaPetite, trovando poi il locale chiuso. Fine della serata. Intorno alle tre Royster abbandona la comitiva, mentre Carter e Artis proseguono nel viaggio di ritorno.

Si trovano all’incrocio tra la Diciottesima Est e Broadway, quando scorrono gli ultimi istanti di normalità nella vita di Rubin Carter. La sua auto è ferma in attesa del verde, una pattuglia della polizia passa in quel momento e ferma bruscamente la propria corsa. Un uomo in uniforme si avvicina: è il sergente Capter, incredulo. In pochi secondi sopraggiungono diverse auto della polizia, la situazione è delicata. Artis, senza pensarci troppo, fa inversione, così ha inizio la fuga, ma dal destino non si scappa. La coppia viene acciuffata, dando così inizio ad una delle vicende giudiziarie più controverse dell’ultimo secolo di storia americana.

Inferno

Le testimonianze dei presenti sul luogo del misfatto non riconoscono in Carter e Artis gli assassini. Lo stesso Willie Marins, l’uomo salvo per miracolo, ma ormai cieco da un occhio, nega che siano loro i colpevoli. Carter subisce un interrogatorio farsa dal tenente Vincent DeSimone Jr., il quale, secondo l’interessato, non gli aveva letto i suoi fondamentali diritti, prima di avviare l’interrogatorio. Un aspetto molto importante: la sentenza Miranda, detestata da DeSimone, agente dai metodi prepotenti e dalla metodologia razzista, era basata sul fatto che una confessione veniva ritenuta non valida se prima l’agente interessato non avesse declinato i diritti alla controparte. Carter e Artis uscirono subito dopo, Rubin andò a combattere in Argentina e perse. Forse, per qualche istante, l’idea di rimanere a Buenos Aires solleticò la fantasia del pugile, anche perché il paese sudamericano era privo di trattato di estradizione con gli USA. Invece no.

Rubin Carter venne prelevato il 14 ottobre del 1966 e accusato del massacro del Lafayette Grill.

La situazione precipitò, nonostante la strenua resistenza degli accusati: Alfred Bello, noto criminale, aveva testimoniato di aver visto quanto accaduto, aggiungendo che, insieme a lui, fosse presente un’altra persona, un certo Artur Dexter Bradley a confermare il tutto. In più, nella vettura di Carter, vennero trovate una cartuccia inesplosa di un fucile calibro 12 e un proiettile inesploso calibro 32, inizialmente presi in seria considerazione, poi definiti come diversi da quelli utilizzati, salvo essere presi di nuovo come fondamentali, insieme al presunto riconoscimento della vettura di Rubin, simile all’auto degli assassini. Le testimonianze di Bello e Bradley facevano acqua in diversi punti, ma per la giuria, interamente bianca, valevano comunque più delle dichiarazioni degli accusati.

Il lavoro dell’accusa fece il resto.

Galera a vita. Ecco l’esito del processo. Hurricane e John Artis sono increduli.

Mister Carter viene destinato nella prigione di Stato di Trenton, un luogo che, scrive Hirsch, “stritolava gli spiriti dei criminali veri o presunti”. Un periodo duro, il suo, nel quale riesce comunque, gradualmente, a trovare tempo per scrivere un libro autobiografico, in cui si definisce innocente.

Gli anni passavano, ma qualcuno che non appartenesse alla sua famiglia si interessò alla vicenda, fino a quando qualcosa si mosse, grazie ad inchieste giornalistiche, alle quali fecero seguito diverse iniziative. Muhammad Ali si fece promotore della sua innocenza, riconoscendo in lui uno spirito affine e ingiustamente incarcerato. Venne organizzata, il 17 ottobre 1975, una marcia di protesta con Ali a capeggiarla: l’impatto fu notevole. L’uomo fondamentale, dietro tutto questo, fu George Lois, l’elemento dal quale scaturì la scintilla definitiva, perché non bastava il Times o la sua autobiografia, occorreva un elemento in grado di ribaltare l’opinione pubblica. George Lois riuscì in pieno nel suo intento, grazie ad una massiccia campagna pro Carter e alla discesa in campo di un gran numero di personaggi famosi. La protesta di Ali è la logica conseguenza delle sue azioni.

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Inoltre, grazie ad uno dei più grandi sostenitori di Carter, Richard Solomon, Bob Dylan scrisse Hurricaneanche la voce del cambiamento aveva messo la propria firma sulla vicenda. Come scrive Hirsch, “per Carter la canzone divenne un inno che attirò su di lui l’attenzione della nazione e del mondo. Quando Carter stesso aveva già da anni abbandonato la luce dei riflettori, Hurricane continuava a cantare dolorosamente la “calda notte del New Jersey.”

La canzone di Dylan che parla dell’imprigionamento di Rubin “Hurricane” Carter.

Una nuova speranza, l’ennesimo tonfo, la libertà

L’ondata di adesioni per la scarcerazione di Rubin Carter, insieme a novità scabrose, portarono la Corte suprema del New Jersey, il 17 marzo 1976, ad annullare le condanne di Hurricane e Hartis.

Insabbiamento, testimonianze palesemente prive di veridicità, razzismo. Rubin Carter aveva ragione. L’America è incredula.

Sembra l’inizio di una nuova vita, seppur lastricata di problemi, economici e affettivi, ma pur sempre da uomo libero. Invece, la situazione precipita nuovamente, ancora una volta, le parole di Bello fecero la differenza. Carter e Artis vengono condannati ancora una volta, incredibilmente. La potenza mediatica delle stelle si è affievolita, la disperazione e l’angoscia stavano per prendere il sopravvento. Può un uomo innocente, marcire per il resto dei suoi giorni in una cella che non merita? Si, quando si ha la sfortuna di aver avuto a che fare con personaggi dalla dubbia moralità.

Con il trascorrere del tempo, Rubin ampliò notevolmente la propria cultura, spaziando da Malcom X a Platone, Gesù e Aristotele. Sviluppò una nuova coscienza critica e filosofica, scrisse lettere contro il razzismo nel suo paese e contro la vita dietro le sbarre, parlando del dolore come qualcosa di necessario nelle nostre vite per essere pronti ad affrontare ogni avversità.

Il tempo scorreva inesorabile, Hurricane non aveva più molte speranze di poter uscire, quando, nel settembre 1980, arrivò una lettera che attirò la sua curiosità sgualcita: L’idea di scriverti mi spaventava, ma non per la tua reputazione: so che non faresti male a una pulce”, firmato Lesra Martin, ragazzo appartenente ad una comune canadese, con il quale Rubin stabilì subito un buon rapporto. Martin aveva letto il suo libro e preso a cuore la sua esperienza. Quell’incontro si rivelò decisivo per le sorti di Rubin: i canadesi diedero un contributo fondamentale per aprire e affrontare nuove indagini, alle quali seguì un nuovo processo che, nel 1985, portò alla scarcerazione definitiva di Rubin Carter e John Artis, i quali, si sentenziò, non avevano avuto in precedenza un processo equo, in più videro subire sulla propria pelle la gogna mediatica razzista e calunniatrice del sistema giudiziario dell’epoca.

Un grido di libertà, per due uomini innocenti, riecchegiò per tutti gli Stati Uniti d’America.

(p.s.: quanto avete appena letto è stato basato sulla lettura del libro di James S. Hirsch, Hurricane,  opera che consiglio caldamente per approfondire la questione Rubin Carter. Il sottoscritto ha cercato di illustrare come meglio poteva i fatti più rilevanti della vicenda, tralasciando diverse situazioni che potrete trovare in maniera approfondita nel volume citato. Inoltre, vi consiglio la visione del film Hurricane – Il grido dell’innocenza, con un ispirato Denzel Washington nei panni di Rubin Carter. Come al solito, grazie per l’attenzione.)


 

Classe 1996, laureato in Lettere, semina pareri e metafore su un pallone che rotola, aspettando il grande momento.