Interventi a gamba tesa

Storie di campioni e genitori ingombranti


Qual è il limite tra essere di supporto e diventare tossici? Quando un genitore diventa ostacolo alla carriera del figlio? Proviamo a raccontarvelo con le storie di alcuni campioni.


Quante volte seduti tra i banchi di scuola sfogliando il libro di letteratura siamo rimasti stupiti davanti ad una frase, dedicata alla biografia di questo o di quel poeta, che recitava quasi sempre così: intraprese gli studi giuridici voluti dal padre che abbandonò per seguire l’inclinazione letteraria.E non è stato così anche per molti di noi con lo sport? Quanti di noi, ancora incapaci di scegliere, sono stati consegnati nelle mani di allenatori di ogni genere per cominciare lo sport prescelto dal genitore, salvo poi fare proprio come quei grandi poeti rifuggendo l’obbligo e scegliendo il vero divertimento.

Ci sono storie però che raccontano di ragazzini, prodigio o meno, che questa libertà di scegliere un destino lontano dallo sport non l’hanno avuta e di altri che, forse, proprio per il loro smisurato talento unito al forte condizionamento familiare non hanno avuto la forza di dire quel no grazie papà ti voglio bene ma vorrei fare altro della mia vita, consegnandosi ad un destino che qualcun altro aveva già scelto per loro, talvolta anche prima della loro nascita.

Un tipico quadretto di famiglia per gli Agassì con le racchette sempre presenti.

LaVar ci sei riuscito! Ma a che prezzo?

Il nostro viaggio tra atleti e genitori con rapporti “particolari” comincia da quello mediaticamente più noto, sia agli appassionati del basket d’oltreoceano sia agli appassionati di reality di dubbio gusto. Ebbene sì stiamo parlando proprio della Big Baller Band, dei tre fratelli Ball e dell’istrionico papà LaVar.

Mr. Ball come tanti dei genitori ingombranti è un ex atleta, per la precisione giocatore di football americano con una carriera (di non altissimo profilo) tra NFL e WLAF e un passato anche nel college baskettball. Ed è proprio il basket che LaVar ha prescelto come sport in cui avrebbero eccelso tutti i suoi figli, designando per loro un futuro da stelle NBA. Il termine prescelto non è utilizzato per caso perchè, proprio come nella migliore delle fantasticherie di un’uomo che sogna in grande, l’ottimo LaVar ha architettato un astuto e complesso piano (dagli allenamenti su misura alle tournè in Europa dell’Est) che sin dalla nascita avrebbe condotto i tre figli a conquistare l’Nba, senza spazio alcuno di discussione e libertà di scelta.

Come molti dei lettori sapranno l’eccentrico ex Jets è riuscito nella propria missione, vedendo firmare tutti e trei propri ragazzi con franchigie della major league americana di basket, non senza polemiche e soprattutto minando il proprio rapporto con i suoi ragazzi.

Lonzo e un talento che sboccierà, nonostante tutto.

LaVar ha infatti agito negli anni sovraesponendo mediaticamente tutti i e tre i propri talenti, costruendo attorno alle loro figure delle situazioni ad hoc per esaltarne le qualità e farli crescere in maniera a dir poco alternativa. Esempio ne sono il reality costruito sull’esperienza di LaMelo e LiAngelo nei campionati lituani, la creazione di un campionato alternativo alla NCAA proprio per far sbocciare il talento del meno dotato LiAngelo e, ovviamente, l’attesa creata dallo stesso LaVar attorno alla chiamata di Lonzo al draft da parte dei Lakers, annunciata e celebrata come se con essa fosse arrivato anche l’anello (e un Oscar).

Ma se a livello sportivo il risultato paterno sembra centrato, anche se il solo Lonzo ad oggi gioca con continuità, quali sono le ripercussioni sui tre giovanissimi atleti? Al di là di un’infanzia “difficile”, diversa da quella che probabilmente i tre avrebbero desiderato e sempre in primo piano, quali sono i rischi di una condotta simile di un padre? Qual è il limite tra essere di supporto e diventare tossici?

E’ il più grande dei tre a rivelare che i rapporti non sono idilliaci, anzi tutt’altro, sostenendo di essersi dovuto allontanare dalla Big Baller Band per trovare una propria dimensione sia umana che sportiva, creando ancora più difficoltà sia al padre sia ai due fratelli minori, ancora estremamente legati al padre, forse in attesa di affermarsi definitivamente sul palcoscenico NBA per prendere le distanze da chi tanto si è impegnato e ha impreso per vederli su quel parquet. Cui prodest LaVar?

Io odio il tennis

Provate ora ad immaginarvi a circa sei anni nel deserto del Nevada, sotto il sole che picchia, con una racchetta in mano da qualche ora, un padre che vi grida da dietro e un “drago” sputapalle che non vi dà modo di prendere fiato tra un colpo e l’altro. Quale sarebbe la vostra reazione? Quale rapporto potreste mai creare con quel genitore e quale relazione potrete mai sviluppare con il tennis? Andrè Agassi vi risponderebbe, senza troppo mentirvi anche dopo un’ennesimo trofeo alzato sopra la testa: io odio il tennis!

Steffi e Andrè gli unici a potervi confessare che odiano il tennis, anche dopo aver vinto Wimbledon.

Eccolo qui un grande danno che il genitore maniacale possa fare: sviluppare l’odio del proprio figlio per quello che in realtà, spesso, amerebbe fare se fosse lasciato ai modi e ai tempi normali di sviluppo. Ma qui all’odio per lo sport si aggiunge anche un comprensibile sentimento di astio misto a timore per il proprio padre. Non proprio il genere di mix che immaginiamo alla base di una storia di successi sportivi e personali come quella di Andrè che, nonostante tutto, passando per scelte difficili, la ricerca di sè stesso al di là della racchetta e tanti errori è riuscito a diventare l’uomo che conosciamo oggi.

Certamente molti di voi sosterranno che c’è chi dice no, anche da piccolo. C’è chi ha l’ardire di urlare al proprio padre che è nauseato da quel che fa e che vorrebbe solamente tirare due calci ad un pallone nel cortile della scuola con gli amici, come tutti i bambini fanno. Se avete pensato di muovere questa pur giusta osservazione al giovanissimo Andrè, allora, non avete letto Open, perchè se lo aveste fatto (e dovete farlo) sapreste che a Emmanouel Aghasi non si può proprio dire di no. D’altronde come ci si potrebbe ribellare ad un ex pugile scappato dall’Iran che conosce molto poco l’arte della comunicazione e dell’ascolto ma molto bene quella dei pugni e della rissosità? Non si può: lo sanno bene Andrè, tutti i grandi campioni con i quali Agassi senior ha costretto a palleggiare con il figlio e persino un malcapitato camionista che non è dato sapere se sia vivo o morto.

Agassì e l’iconica foto con Borg, uno dei campionissimi con cui palleggiò da piccolissimo.

Anche in questa storia quindi abbiamo un padre padrone ex atletea, tre figli instradati ad uno sport prescelto per loro, tanta voglia di far arrivare uno dei propri pargoli in vetta alle classifiche tramite un lavoro costruito su misura, in casa, dimenticando tutto quello che è il normale mondo di un bambino o di un adolescente, senza nemmeno aver domandato a quel giovane se il sogno di essere un tennista sia anche il suo.

La differenza con la storia dei Ball, ciò che forse ha rappresentato la salvezza di Andrè e l’inizio di un percorso di ricerca di sè stesso e di costruzione di un nido familiare che sostituisse quello distrutto da quel padre ossessivo, la si deve proprio alla scelta di papà Agassì di cedere la gestione tecnica del figlio ad un vero allenatore. Di certo anche qui la scelta non è condivisa e creerà al giovane non poche problematiche nella sua crescita ma rappresenta comunque uno dei tanti punti di svolta della vita personale e professionale del campione di Las Vegas.

Ancora una volta ci poniamo però un quesito: a cosa porta tutto questo? Se per i giovanissimi Ball una risposta, sinceramente non l’abbiamo e speriamo solo possano esprimere serenamente il loro talento, nel caso di Andrè l’abbiamo ed è ben comprensibile dalle pagine del già citato Open. Il senso di inadeguatezza rispetto al mondo al di là della racchetta, l’ansia di vedersi sottratta la possibilità di fare della propria vita ciò che si vuole per via delle “basi” scolastiche e umane sacrificate sull’altare del tennis e persino la difficoltà nel far percepire al proprio mondo verso chi e per cosa veramente ci si sta ribellando, valgono veramente la pena, anche quando si è un vincente? Andrè, crediamo, dissentirebbe.

La necessità di un punto di equilibrio interno

Be nice, think first, have fun. Questo è il motto che Mikaela Shiffrin porta inciso nella propria mente e nel proprio cuore ogni volta che aggredisce le nevi di una gara di Coppa del Mondo o semplicemente esce a comprare il pane, sempre che mamma Eileen permetta il carboidrato. E’ un modo di vivere apparentemente leggero, un equilibrio tra attenzione, divertimento e l’importanza di essere una bella persona, al di là dei meriti sportivi. E’ il lascito, tra i più grandi, di papà Jeff.

Il ruolo della famiglia, non è un segreto, è fondamentale sin dal giorno zero per la Mikaela sciatrice. Mamma Eileen ha confezionato, un pò come nelle vicende Ball e Agassì, su mi sura per lei un programma di allenamento concepito sulla ripetizione dei gesti che, dall’infanzia all’esordio in Coppa del Mondo a soli sedici anni, ha portato la fenomenale americana ad essere il prototipo perfetto dello sciatore moderno. Impeccabile nella propria disciplina di riferimento, lo speciale, dove ha per lungo tempo dominato quasi ogni gara e ottima interprete dei pali larghi e della velocità.

Risultato? Tre coppe generali, svariate di specialità, sette medaglie iridate, tre olimpiche e record di vittorie di Stenmark infranto. Il tutto a soli 25 anni con un’ultima stagione drammatica tra covid e la scomparsa della sua figura di riferimento, proprio quel papà Jeff così poco protagonista ma dannatamente fondamentale nell’equilibrio, familiare e professionale, della campionessa di Vail.

Mikaela, testa di mamma ma cuore di papà.

Il ruolo paterno del dottor Shiffrin è stato determinante per il successo e il benessere della figlia, incarnando quell’equilibrio e quella serenità nell’accogliere i fatti della vita e dello sport totalmente in contrasto con quanto trasmesso dalla madre Eileen, così esageratamente presente e sfidante. Il team Shiffrin ha perciò vissuto di un sottilissimo equilibrio che è venuto a mancare alla prematura morte di Mr. Shiffrin e che ha rivelato tutte le fragilità emotive di una giovanissima campionessa che ha sempre avuto nella figura paterna un porto sicuro, un’ancora solida nel tumultuoso mare della coppa del mondo e del programma di sviluppo atletico-professionale stabilito, sin dal principio, dalla madre-manager-allenatrice (e qualcuno mormora anche un pò Cupido, ma qui dovremmo chiedere al collega Faivrè…).

Quello che è dunque certo è che se ci troviamo davanti ad una situazione differente da quelle viste nelle prime due storie possiamo sostenere di doverlo proprio a Jeff e, ne siamo ben certi, che questo lo sappia bene anche Mikaela. Perchè se alla mamma programmatrice deve l’essere un simil-robot sugli sci è proprio a papà che la giovane campionessa deve il suo splendido lato umano che oggi la fa apparire, forse, meno solida e inscalfibile in pista ma ancor più grande agli occhi dei tifosi, anche se non dovesse più rivedersi quella perfezione mostrata nel passato. E a noi va proprio bene così.

Italiano mammone? Anche i francesi non scherzano

Stereotipo dell’italiano all’estero: pizza, mandolino, mafia, Berlusconi e… mammone! Di certo non il massimo come etichetta da portarsi dietro. Ma i “cuore di mamma” che hanno visto le loro carriere intrecciarsi e, spesso, essere rovinate o minate dalla propria figura materna non sono solo tipici del bel paese anzi, soprattutto negli ultimi tmpi, in Francia sono le madri a far parlare dei propri figli più di quanto non lo facciano gli stessi per propri meriti sportivi.

Negli ultimi tempi il francese più chiacchierato per il forte rapporto con la madre è senza dubbio il centrocampista della Juventus Adrièn Rabiot, anche se una menzione speciale la meriterebbe anche il talento del tennis transalpino Humbert che, nonostante ormai sia trai grandi del circuito,  non riesce a prendere le distanze dalla sempre presente e tesissima mamma.

Nulla a che fare però con Veronique, temutissima madre-manager di Rabiot che ha tenuto in ostaggio, per circa due anni, sia la carriera del figlio sia, a tratti, le sorti di diversi club tra i più forti del panorama europeo, arrivando persino a compromettere la convocazione ai mondiali del proprio pargolo per via del lungo periodo di inattività legato alla querelle con il PSG che, a costo zero, portò poi il transalpino alla corte di Maurizio Sarri.

Il caso di Adrien e Veronique è emblematico di ciò che accade quando un genitore si lega a doppio filo alla vita sportivo-professionale del figlio, ricoprendo il duplice ruolo di madre e procuratore. Se fino ad ora abbiamo discusso di genitori che, seppur minando la stabilità del proprio figlio, sono comunque di sprono verso il raggiungimento della vetta e della gloria professionale purtroppo con la vicenda del calciatore francese ci addentriamo su un terreno ancor più complesso e scivoloso.

Quando infatti i genitori diventano i custodi del benessere economico a cui il figlio si affaccia o si è già affacciato, mettendo in atto anche una serie di attività che vanno contro allo sviluppo sportivo del singolo, allora il tema di una separazione tra legami familiari e di “business” diviene fondamentale per non intaccare il sano sviluppo dello sportivo, tanto da ragazzino quanto da giovane campione.

Veroniquè Rabiot, la più temuta.

L’aggravante, se ci passate il termine giuridicamente pesante, del rapporto affettivo che lega l’assistito al proprio manager tende sia a limitare la capacità di reazione dello sportivo, molto più facile con un “estraneo” (si veda anche il caso Icardi e il ruolo di Wanda Nara), sia ne incrina le certezze e la forza caratteriale, creando una debolezza dovuta alla continua protezione ricevuta che di certo non aiuta a fortificare un giovane, atleta o non che sia.

D’altronde anche lo stesso Pirlo, sin dai suoi primi giorni in bianconero, ha sottolineato la necessità di lavorare sull’aspetto psicologico del francese che, per via delle questioni anche di campo (mezza’ala o centrocampista centrale? per mamma solo la prima!) su cui si è spesso espressa Veroniquè, sembra essere il vero tallone d’achille di un calciatore che avrebbe potuto e potrebbe ancora dare molto di più a sè stesso e alla sua formazione.

Le storie che purtroppo non vi racconteremo mai

Chi ha avuto la bontà di arrivare a questo punto dell’articolo, oltre a potermi scrivere in privato e farsi offrire almeno un caffè virtuale di ringraziamento e scuse per il tempo sottrattovi, sicuramente avrà sviluppato una critica rispetto a tutti questi atleti ispezionati nel proprio rapporto familiare: cazzo ma alla fine sono arrivati, sono dei campioni, sono belli ricchi e famosi, allora dove hanno sbagliato i loro genitori? Perchè non progettare, magari in provetta, un nostro campioncino?

Con amore, senza invadenza.

Ecco vedete a questo aspetto vorrei rispondervi raccontandovi quel milione, o forse miliardo, di storie di coloro che non ce l’hanno fatta, di quelli che non sono riusciti a vincere la pressione del proprio clan familiare, di quelli che non hanno avuto un papà Jeff o semplicemente un talento che potesse sopportare le aspettative su di loro riposte. E così abbiamo perso dei potenziali talenti o semplicemente delle persone che avrebbero scelto di praticare lo sport per passione, benessere e felicità e che, magari, avrebbero potuto essere quell’esempio positivo di cui un futuro figlio con l’ambizione di diventare un atleta professionista avrebbe giovato.

Non potremmo mai evitare che un genitore si impossessi della vita del proprio figlio per perseguire il proprio fine sportivo, che poi è sempre meglio di tante tragedie peggiori che coinvolgono molti più bambini, ma di certo potremmo riflettere sull’importanza di figure e situazioni che fungano da trampolino di lancio naturale per le inclinazioni di ognuno, sia di chi aspira veramente ad essere il nuovo Messi, Federer o Alì, sia di chi dallo sport vuole solo salute, amicizia e sorrisi.

P.S: Ci scuseranno i vari Hirscher, Cagnotto, Tamberi, Maldini e tanti altri per non aver raccontato le storie belle del rapporto genitore-figlio-sport, si sà è più facile parlare di questioni che scottano, magari però potremmo recuperare in una prossima puntata!


 

Rimini 10/11/1996. Laureando magistrale in Gestione d'Impresa in LUISS, l'unica cosa gestita fino ad ora è il budget da allocare tra i vari Sky, Dazn, Eleven Sport, stadi, scarpe da running, skipass, campi da tennis e calcetto per soddisfare una fame ancestrale ed insaziabile di Sport. Ex arbitro, sogna un calcio dove il direttore di gara non sia l'oggetto di sfogo di una società frustrata.