Interventi a gamba tesa

Gennaro Gattuso, uomo tutto d’un pezzo

Gattuso 43 anni

I 43 anni di un uomo di calcio a tutto tondo, fiero ma leale come pochi altri nel sempre più patinato mondo del pallone.


La pioggia cade, fitta e gelida e come solo a gennaio sa essere, mentre undici facce provate dalla fatica, madide di sudore e lercie di fango, abbandonano il campo da gioco. A guidarle la faccia più attonita di tutte, quella di Gennaro Gattuso, il mister, colui al quale è richiesto l’onere delle risposte: “Perché?”

Johan Cruijff, il più grande teorico (e fra i migliori cinque pratici) di sempre del calcio, nella sua autobiografia parla a lungo dei principi che hanno guidato la sua vincente carriera da calciatore prima e da allenatore poi: a un certo punto però, a proposito dei compiti di un buon tecnico, dice: “il lavoro di un allenatore finisce a venti metri dalla porta avversaria”. Persino Cruijff dunque, allenatore fra i più grandi della storia, insopportabile so-tutto-io che ha sempre una risposta pronta in tasca per qualunque enigma, non sa dare una ricetta precisa per assolvere all’unico, vero obiettivo di una squadra di calcio: fare gol.

Se Cruijff avesse visto i dati raccolti da Ultimo Uomo, avrebbe giudicato eccellente il lavoro di Gattuso

Difficile trovare qualcosa di razionale, sotto il profilo squisitamente tecnico-tattico, per analizzare lucidamente la partita appena giocata con lo Spezia, nella quale i suoi ragazzi sono usciti sconfitti. Sarebbe stato molto semplice nascondersi dietro agli alibi, la sfortuna, e d’altra parte sarebbe stato difficile dargli torto, specialmente quando anche il tecnico rivale in un certo senso avalla la tua ipotesi.

Gattuso però è lì, schiena dritta e sguardo fiero, a prendere di petto la situazione, fronteggiarla senza tirarsi indietro:“… Sbagliamo troppi gol, ma non penso che sia troppa sfortuna. Ci vuole cattiveria sotto porta e forse il problema è mio, che non sono abbastanza bravo a far capire con quale veemenza si va a concludere“.

Gattuso non è mai sfuggito alle sue responsabilità, d’altro canto: “It’s too easy for me leave”

Dichiarazioni come questa non dovrebbero stupirci affatto, dopo anni che Gattuso è ormai parte del mondo del calcio, quello più presente e chiacchierato nella quotidianità italiana. Dichiarazioni poco di facciata, che hanno contribuito a far sì che in tanti, lungo tutta l’Italia calcistica, si affezionassero a quest’uomo mai divenuto personaggio. Ciò nonostante, ancora siamo colpiti di quanto, in un mondo spesso stracolmo di maschere, Gattuso ci ricordi della sua dura umanità fatta di dialettica schietta ai limiti del brutale, passionale come solo gli innamorati del proprio lavoro sanno ancora esserlo.

Gattuso è un uomo fedele a sé stesso e al pallone, unica grande passione ed ossessione della sua vita, inseguita in lungo e in largo per l’Italia e anche fuori, in Scozia, dove avrebbe fatto concorrenza William Wallace in quanto a “palle di fuoco dagli occhi e fulmini tonanti dal c**o”, partendo dalla sua amata Calabria, della quale è ancora manifesto vivente.  Corigliano, Glasgow, Salerno, Milano, Pisa e Napoli: qualunque sia la piazza, in ognuna di queste Rino è riuscito a lasciare un bel ricordo, immedesimandosi con umiltà con l’ambiente e cercando, per quanto fosse in suo potere, di comprenderlo nel profondo. O, quando non riusciva, semplicemente di difenderlo, come un guerriero: e così i gesti, potenti ed emozionanti, di solidarietà vera verso i propri colleghi e collaboratori.

Un uomo che però tiene maniacalmente al proprio lavoro, e guai a chi ha la presunzione di criticarlo soltanto con fini distruttivi: ne sa qualcosa anche un tifoso VIP del Milan, al quale il ruolo istituzionale non ha garantito l’immunità dagli strali di Ringhio

Gattuso vive il calcio nell’unica maniera che conosce, con abnegazione e spirito di sacrificio, quelle qualità che gli hanno permesso di emergere e arrivare fino alla notte estiva di Berlino del 2006, al fianco di gente come Pirlo, Totti, Del Piero, Zidane, Henry, gente che sembra sia nata per calpestare quell’erba e perciò non stupisce che sia lì. Qualità che hanno talmente permeato la narrazione del Gattuso calciatore da oscurare tutte le altre, ben più importanti per qualunque altro allenatore che, a lui, difficilmente ha rinunciato.
Qualità che, ancora oggi, lo ispirano nella carriera, ancora in salita ma che già gli ha saputo dare qualche piccola soddisfazione come la Coppa Italia vinta l’estate scorsa, di allenatore: un mondo, quello della panchina, nel quale Gattuso si sta facendo pian piano strada, cercando di imparare dai propri errori.

Qualità che hanno plasmato un uomo che, a 43 anni, ha già fatto diverse volte a pugni col proprio destino: la vita da emigrante lontano da casa per assicurarsi il suo posto al sole, la fuga verso una grande occasione per la propria carriera, i faccia a faccia leggendari, in ultimo la malattia: la miastenia gravis che è una subdola compagna di vita che ti porti dentro senza accorgertene, che se ne sta silente eppure ogni tanto esplode con tutta la propria sintomatologia di malattia autoimmune, col corpo ribelle a sé stesso che cambia. Avversari molto diversi fra loro, ma tutti affrontati con la medesima grinta, col petto in fuori e la testa alta, senza nascondersi. Cosa volete che sia, per una persona del genere, parlare di una sconfitta rocambolesca?

Per questo noi, che dell’affrontare la vita a muso duro facendo a sportellate con essa ne abbiamo fatto un nome di battesimo, non possiamo che fare gli auguri, nel giorno del suo compleanno, a Gennaro Gattuso.


 

Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.