Interventi a gamba tesa

Da giardiniere a gregario di lusso: Julio Ricardo Cruz

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Photo credit should read GIUSEPPE CACACE/AFP via Getty Images


Ai giocatori della prima squadra occorreva l’ultimo per una partitella d’allenamento. Al giovane giardiniere viene chiesto di unirsi a loro. Finisce che quel ragazzino magro e sgraziato, col viso leggermente incavato e lo sguardo un po’ assente, lascia tutti a bocca aperta per le insospettabili doti calcistiche.


Così, Julio Ricardo Cruz da Santiago del Estero, entra a far parte delle giovanili del Banfield. Quanto ci sia di vero francamente non si sa con certezza, ma questa non è la sede per sporcare una bella storia ricercando una verità fine a se stessa. Di certo c’è che a neanche vent’anni El Jardinero esordisce tra i professionisti grazie a Oscar Lòpez, che gli insegna sacrificio e professionalità, come lui stesso racconterà anni dopo in un’intervista a La Gazzetta dello Sport: “E’ l’uomo che mi ha fatto debuttare nella Serie A argentina e che nei suoi allenamenti mi obbligava a giocare in tutte le posizioni tranne che in attacco. Secondo lui, imparavamo i problemi che potevano avere i nostri compagni.”

Lascia intravedere di non essere una prima punta ingombrante, caratteristica che gli tornerà molto utile. A notarlo è Ramòn Angel Diaz, grande attaccante della storia argentina e volto noto in Italia, alla prima esperienza su una panchina prestigiosissima come quella del River Plate, del quale è stato bandiera.

Cruz è un giovane meno quotato di tanti altri e il suo acquisto appare un filo enigmatico, anche perché lui e Marcelo Salas sono chiamati a non far rimpiangere Hernan Crespo, appena ceduto al Parma. Quel River è fresco vincitore della Libertadores, ma soprattutto è una di quelle squadre che passano una volta ogni venti o trent’anniEl Mono Burgos, Juan Pablo Sorìn, Matias Almeyda, Santiago Solari, il sopracitato Salas, El Payaso Aimar, El Burrito Ortega e, dulcis in fundo, El Principe Enzo Francescoli, ritornato nel ’94 tra la gente che lo ama, sul quale Cruz dirà: “Un punto di riferimento per la mia carriera. Una vera stella che sapeva sporcarsi le mani.”

Tra Clausura ed Apertura saranno diciotto gol in totale e la dimostrazione di essere un giocatore vero, attaccante utile e prolifico, umile e silenzioso.

Europa

I giocatori di quel magnifico River incantano e non possono non trovare estimatori. Dello stesso interesse è investito il giovane Julio che dopo appena un anno viene ceduto al Feyernoord. L’inizio non è incoraggiante. Fatica dentro e fuori dal campo. Non trova l’alchimia con la squadra, nella vita quotidiana non ha alcun rapporto con i compagni, scontroso e a volte rissoso. Da buon sudamericano mal sopporta gli estenuanti allenamenti ai quali il tecnico Arie Haan sottopone i suoi giocatori.

Fortuna vuole, per l’argentino, che gli scarsi risultati portino la dirigenza ad esonerare l’allenatore per rimpiazzarlo con Leo Beenhakker, tecnico olandese con esperienze in Spagna e Messico, che forse proprio per il suo girovagare lontano dai Paesi Bassi comprende meglio del predecessore le difficoltà dell’attaccante di Santiago. Don Leo (come lo chiamavano in Spagna) diventa amico con Julio, che trova qualcuno che parla più o meno la sua stessa lingua. Lo porta in giro per Rotterdam, prova ad introdurlo in un contesto a lui lontanissimo, pur alternando bastone e carota.

I risultati del differente approccio si vedono quasi subito, con l’argentino che si sblocca definitivamente segnando una doppietta in Champions League contro la Juventus. Nei tre anni in Olanda alla fine saranno 44 gol in 86 partite. Il presidente del Feyernoord in un intervista del 2000 ne spiegherà molto bene le iniziali difficoltà: “Oltre che un certo isolamento fuori dal campo, Cruz ha sofferto inizialmente su un piano psicologico l’alta cifra che il Feyernoord aveva versato al River Plate per acquistarlo. Voleva strafare.”

L’investimento viene ripagato dai miliardi di lire che il Bologna spende per portarlo in Italia, con l’idea di affiancarlo ad un Beppe Signori non più ragazzino, ma ancora fortissimo. Quello che gli chiede Guidolin sono sponde, smorzate, ripulire palloni, attaccare la profondità: sostanzialmente sbattersi tra i difensori avversari. I gol arrivano anche, alcuni bellissimi, in tutti comunque si intravede un’intelligenza superiore ed una tecnica non indifferente per la sua stazza.

Nell’estate 2003 viene acquistato dall’Inter, per sostituire uno stanco Batistuta. Gioca con tutti: prima Vieri e Martins, poi Adriano, alla fine Ibrahimovic. Si associa benissimo, come ai tempi del River. Il primo gol arriva alla sesta giornata contro il Brescia, mentre Moratti ha già deciso di esonerare Cùper e chiamare Zaccheroni, per sancire un’altra stagione fallita. Il 29 novembre entra di prepotenza nel cuore di tutti gli interisti segnando un’altra meravigliosa doppietta alla Juventus, stavolta a Torino dove i nerazzurri non vincevano da una decina d’anni. L’anno dopo concede il bis, sempre al Delle Alpi, ma di testa staccando sulle spalle di Birindelli.

Il punto più alto della carriera è sicuramente la convocazione al mondiale di Germania, come rincalzo di Crespo. Cruz entra nei supplementari contro i padroni di casa al posto del Valdanito, quando tutti si aspettavano l’ingresso di Leo Messi, scelta che genererà non poche polemiche nei confronti del ct, vista poi la sconfitta ai rigori della Selecciòn.

In verità, il nome di Cruz è rimasto legato alla storia della nazionale argentina per uno strano e singolare accaduto in quel di La Paz nel 1997: quasi al termine della partita, recuperando un pallone per una rimessa laterale, finì tra lo staff boliviano rimediando un pugno; ovviamente, ne nacque un tafferuglio con tanto di polizia al seguito, in un match che aveva già regalato due espulsioni tra le fila argentine ed un’altra rissa tra membri dei due staff.

Dopo la partita verrà visto con un taglio e il viso insanguinato, immagine uscita anche sulla rivista El Grafico. Peccato che tutti si accorgano che il taglio è sulla guancia opposta a quella del pugno in campo ed appare evidente la maldestra montatura pensata negli spogliatoi, forse con l’obiettivo di tornare in Argentina con una vittoria a tavolino al posto di una sconfitta per 2-1. Tentativo di truffa vano, ed episodio ancora oggi non del tutto risolto sul quale i protagonisti preferiscono non dare risposte.

Foto: El Grafico

Dopo gli scudetti con l’Inter ed una brevissima esperienza alla Lazio decide di ritirarsi, in silenzio, senza trascinarsi stancamente verso la vecchiaia calcistica.

Regreso

Di ritorno a casa, deve amaramente constatare che dopo tanti anni nulla è cambiato, almeno in meglio. Questo lo ha spinto ad entrare in politica: “Dopo tanti anni, vedevo le stesse cose. Il mio quartiere era lo stesso. Con strade di terra, con le buche… Mi ha messo tristezza. Questo mi ha spinto ad entrare in politica. Volevo aiutare le persone che ne hanno più bisogno.” 

Nel 2014 ha collaborato con il movimento politico Cambiemoscome lui stesso ha raccontato in una recente intervista per Olé: “Mi è toccato fare un lavoro al municipio di Lomas de Zamora, che è stata un bella esperienza. Avevo molte riunioni e non ero abituato ad andare di notte. In politica non ci sono orari. Adesso mi occupo delle mie cose, di avere la vita di una persona normale e dio mio figlio che ha appena iniziato a giocare calcio.”

Effettivamente, l’impegno politico non è durato moltissimo, e non ha mai dato tanti dettagli sulle reali motivazioni che lo hanno portato a lasciar perdere questa battaglia: “La verità è che abbiamo fatto un buon lavoro (con riferimento alla collaborazione con Muaricio Macrì), però dopo ho iniziato a vedere cose e ho deciso che la politica non era per me.” Glielo aveva anche predetto Andrea Bocelli (“Tu sei un pazzo!“), al quale lo lega una sincera amicizia che dura tutt’oggi.

Cruz ha provato a dare il suo contributo, a far credere alle persone che le cose possono cambiare, come sono cambiate per lui un pomeriggio di quasi trent’anni fa, mentre falciava l’erba e pensava che una carriera da professionista in Europa e la maglia della Nazionale potessero essere solo un sogno per un umile giardiniere.


 

Nato a Caltanissetta, classe ’94. Laureato in Economia Aziendale con un’ambiziosa ed utopistica tesi su una proposta d’introduzione del salary cap nel calcio europeo. Attualmente studente magistrale in Strategia, Management e Controllo. Nel frattempo, prova a scrivere di calcio e pallacanestro, visto che di pennellare come van Hooijdonk e tirare come Klay Thompson non se ne parla proprio. Sogna una conversazione a tavolino con Sarri, Bielsa e Popovich, meglio se accompagnata da una bottiglia di buon vino.