Interventi a gamba tesa

Paul Scholes, l’eroe silenzioso

 


Paul Scholes è stato un giocatore fondamentale nel Manchester United di Alex Ferguson, un centrocampista completo, ma poco considerato rispetto alla sua grandezza. 


Cos’è il silenzio, se non una lenta agonia dei sentimenti, un leggiadro e graduale frusciare verso la grandezza.

Si dice che il silenzio abbia la stessa consistenza dell’oro, che sia fondamentalmente un mezzo a cui aggrapparsi per emergere. Una persona timida ha bisogno della giusta dose di autostima per prendere a calci la parete dell’inconsistenza che avvolge l’animo umano, inteso come mancanza di comprensione dell’altro, o qualcosa del genere.

Il calcio può rivelarsi un buon metodo per integrarsi e magari esternare il proprio modo di essere, sfogando la paura primordiale della sopraffazione con la denigrazione agonistica dell’avversario.

Nello sport, quel che non è lecito nella vita, fa il giro per divenire una credenziale fondamentale: l’agonismo.

Entrare duramente in scivolata, lottare per guadagnare anche un solo centimetro sul diretto marcatore, gomitate sulle costole altrui, insulti più o meno velati, tutto nel nome dell’agonismo, dell’abnegazione alla causa.

Paul Aaron Scholes, signore e signori, probabilmente non si smarca del tutto da quanto avete appena letto: quel che fu il centrocampista nevralgico dello scacchiere di Alex Ferguson per quasi un ventennio, è sempre stato apprezzato come un eroe silenzioso, capace di ribaltare la concezione del piccolo, gracile ragazzino in preda alla salute cagionevole e alla superiorità fisica degli avversari.

Prendere il tempo sugli altri, essere più veloci di pensiero, sia nei movimenti che nelle giocate: Scholes ha anticipato di un decennio la rivoluzione degli iberici Xavi e Iniesta, tanto da essere elogiato dal catalano, il quale lo ha definito un modello. Verticalità, ma anche lanci lunghi di una precisione disarmante, soprattutto, equilibrio, ragionevolezza nel tocco, capacità nell’inserimento figlia di un passato da trequartista evidente.

Scholes non è mai stato un regista classico: via le etichette, via i paragoni con altri grandi giocatori inglesi della sua epoca, fuorvianti e banali, perché stiamo parlando di sostanza che declinava anche in gol spettacolari, come la stoccata sotto l’incrocio dei pali, rifilata al Barcellona nel 2008, in un Old Trafford avvolto da un coro di angeli, la forza bruta della balistica innalzata ad arte, come ha scritto Roberto Beccantini.

 

Il 16 novembre 1974, giorno della nascita di Paul, l’Inghilterra si specchiava nelle pozze d’acqua scaturite dal più piovoso autunno che il Regno di Sua maestà la regina abbia mai visto e il Manchester United, in via di rilancio dopo essere retrocesso in Seconda Divisione nella maniera peggiore possibile, a causa di una sconfitta nel derby con il City, con tanto di gol dell’ex Denis Law, giocava contro l’Aston Villa, vincendo due a uno. Quel giorno, nessuno dei paganti, nel Teatro dei sogni, avrebbe mai immaginato che, a pochi chilometri di distanza, sarebbe venuto al mondo uno dei protagonisti dello storico treble che, nel 1998-1999, avrebbe consegnato alla leggenda i Red Devils e rinverdito i fasti dello squadrone di Matt Busby.

Non un giocatore a caso.

Con Paul Aaron Scholes, il caso non è mai esistito.


 

Classe 1996, laureato in Lettere, semina pareri e metafore su un pallone che rotola, aspettando il grande momento.