Interventi a gamba tesa

I nostri ricordi sportivi di questo 2020


Il 2020 è stato un anno drammatico a cui tutti non vediamo l’ora di dire addio. A prescindere da ciò, è stato comunque in grado di regalarci delle belle storie e lasciarci dei ricordi sportivi indelebili. 


La parola ricordo deriva dal latino e significa “richiamare in cuore”. Il ricordo ha infatti il potere e la funzione di richiamare nel presente del cuore qualcosa che non è più adesso. Il ricordo non deve per forza suscitare emozioni positive, ma deve essere capace di lasciare il segno.

Abbiamo quindi selezionato i 10 ricordi sportivi di questo maledetto 2020, che più ci rimarranno impressi nel cuore e nella mente.

1. Gli scudi dell’amore
(di Matteo Orlandi)

Un anno funesto come questo ci ha fatto anche fare i conti con il nostro vocabolario sportivo. Ha davvero senso parlare di “dramma” per un’eliminazione europea? È opportuno definire “eroe” un giocatore che segna un gol-vittoria all’ultimo secondo? Una giornata storta di una squadra è davvero un “apocalisse”? È vero, c’é magari una punta di populismo in questo pensiero, anche forse qualcosa di vagamente reazionario, lo ammetto. Lo sport d’altronde viaggia su binari separati e invisibili e proprio per questo merita di essere narrato secondo la propria epica privata, senza essere investito di troppe paranoie concettuali o semantiche.

C’è una parola peró che nello sport viene molto probabilmente davvero abusata, sforando fin troppo il suo senso letterale. Quella parola è “miracolo”. È tutto un miracolo in fondo, se ci riflettete bene. La squadra che si salva all’ultima giornata è un miracolo. La grande parata del portiere è un miracolo. L’Atalanta nei quarti di Champions è un miracolo, la stop-volley a rete sul passante avversario è un miracolo e via dicendo, all’infinito. Ma che cosa è davvero un miracolo? A dare retta all’austerità del vocabolario Treccani si dovrebbe sostenere che un miracolo è “un fatto che si ritiene dovuto a un intervento soprannaturale, in quanto supera i limiti delle normali prevedibilità dell’accadere o va oltre le possibilità dell’azione umana”.

A pretendere di voler utilizzare una parola dal significato così solenne nel modo più letterale che ci sia, bisognerebbe fare grande attenzione ad utilizzarla, centellinarla con estrema cura. Nello sport così non è, ovviamente. Eppure, nel suo senso più letterale, un miracolo nel mondo dello sport del 2020 c’è stato davvero, tra la sabbia arida che contorna la pista di Sakhir, in Bahrein. Il 29 novembre, per circa tre minuti, intorno alle 15.15 italiane, tutto il mondo davanti la tv ha capito che Romain Grosjean era morto. L’impatto devastante contro le barriere, la palla di fuoco altissima, lo stacco immediato della regia internazionale della Fia. E poi il tergiversare, la mancata messa in onda dei replay.

Non servono parole.

Passavano i secondi e nulla cambiava. Di solito in questi incidenti spaventosi le regie degli eventi di motorsport staccano subito le immagini per evitare di trasmettere la morte in diretta, considerando anche che nella maggior parte dei casi tutti i parenti e amici del pilota sono davanti la tv. Solo quando c’è la certezza assoluta che l’incidente non abbia conseguenze serie sull’incolumità fisica dell’atleta, la regia torna a mostrare le immagini, per rassicurare tutti. Sono passati più di tre minuti tra lo schianto impressionante di Grosjean e l’immagine stravolta del francese, con lo sguardo trasfigurato e la tuta bruciacchiata, seduto con gli occhi semichiusi dentro la macchina della medical car. Tre minuti, un lasso di tempo in cui tutte le persone davanti la tv hanno dovuto avere a che fare con la morte quando meno te lo aspetti, di domenica dopo pranzo, seduti sul divano a vedere un evento sportivo.

È vero, parlare di miracolo anche in questo caso, potrebbe essere definito come inopportuno. La vita di Grosjean non è stata salvata da un intercedere divino. È salva grazie ai progressi delle tecnologie di sicurezza delle auto di Formula 1, alle scocche magiche e indistruttibili della Dallara, che conservano il pilota come una rondine conserva il proprio nido; è salva grazie alla straordinaria condizione atletica che deve avere oggi un pilota di Formula 1 per poter guidare una macchina simile, condizione fisica che ha permesso a Grosjean di arrampicarsi disperatamente tra le fiamme, i resti della sua Haas e le barriere distrutte; è salva grazie all’Halo, la banda che copre la testa dei piloti e che proprio Grosjean, scherzi della vita, aveva criticato nel 2018, l’anno della sua introduzione.

Insomma, di “intervento soprannaturale” come sostiene il vocabolario, non si puó parlare. Che cosa è un miracolo peró, se non un uomo che letteralmente torna alla vita davanti agli occhi di tutto il mondo? Un uomo che vive, che esiste ancora, nonostante sembrava impossibile, nonostante sembrava potesse non succedere più.

In un 2020 così, pieno di atrocità e dolore, lo sport è riuscito almeno per una domenica pomeriggio a farci conciliare con le cose belle della vita, con le cose più rare, quelle che contano davvero. Ci ha regalato un miracolo, un simbolo di vita purissima. La moglie Marion, giornalista francese, in un tweet stupendo ha scritto che sono stati “gli scudi dell’amore” a proteggere suo marito dalle lamiere e dalle fiamme. Non siamo niente per non crederle. È stato un miracolo vero.

2. Marcelo ‘El Loco’ Bielsa e la vittoria delle idee
(di Marco Maso)

In un anno quasi completamente da dimenticare, Marcelo Bielsa è riuscito nella grandissima impresa di riportare, a sedici anni di distanza, il Leeds nella massima serie inglese. Lo ha fatto grazie alla forza delle sue idee. El Loco, come venne soprannominato quando allenava le giovanili del Newell’s Old Boys, ha costruito fin dal suo arrivo nel nord dello Yorkshire una squadra ambiziosa, alla costante ricerca di un calcio sofisticato e rischioso, molto vicino a quello della Premier League nonostante la Championship non possa notoriamente essere un campionato da considerarsi incline alle novità ed al cambiamento.

Il tecnico argentino, dopo un primo anno che lo ha visto eliminato in modo prematuro al primo turno di playoff dal Derby County di Frank Lampard, ha voluto fortemente continuare a percorrere quella strada, senza accettare nessun compromesso e senza piegarsi di fronte alle critiche di colleghi ed addetti ai lavori.

Il risultato di questo metodico lavoro è la ‘Revoluciòn Bielsista d’oltremanica’, una rivoluzione che porta il segno delle idee (dalla sincronia dei movimenti fino al costante dinamismo di ogni fase di gioco, passando per il singolare utilizzo degli spazi del campo e per la continua volontà di difendere in avanti) coronata lo scorso 16 Luglio raggiungendo la promozione in Premier League e lo scorso 11 dicembre con la nomination tra i finalisti per il premio ‘Best FIFA Men’s Coach’ al fianco di Jurgen Klopp e Hans-Dieter Flick, a riprova del grandissimo lavoro che il tecnico ha svolto nel corso della sua esperienza inglese.

Un giorno, nel corso di una lunga intervista, il nativo di Rosario si lasciò andare dicendo che “un uomo con nuove idee è un pazzo fino a quando le sue idee trionfano” ed è forse per questo motivo che, stavolta, accetterà con grande felicità di essere il più Loco di tutti.

3. Unforgettable Sinner
(di Matteo Tencaioli)

Non è facile trovare un evento sportivo da ricordare in questo 2020, dove le nostre passioni sono dovute passare forzatamente in secondo piano. Da tennista (scarso), ma comunque appassionato dello sport individuale più psicologicamente probante che esista, mi sono trovato nel cervello due parole scolpite in maniera indelebile: Jannik Sinner. Nome e cognome di un ragazzo destinato a rappresentare il futuro del tennis italiano, ma anche un sicuro protagonista della generazione che dovrà mantenere vivo l’interesse per questo sport dopo l’abbandono dei fab-3.

Già vincente delle NextGen ATP Finals 2019, questo ragazzo pel di carota e faccia pulita è stato in grado di conquistare a soli 19 anni e 2 mesi il suo primo titolo ATP: il 250 di Sofia, ma soprattutto di impressionare in uno scontro diretto sulla terra rossa un certo Signore di nome Rafa Nadal ed è proprio di questo che voglio parlare.

Era il 6 ottobre quando l’Altoatesino si ritrovò a fronteggiare lo spagnolo al Roland Garros, quest’anno svoltosi nel periodo autunnale. Parlare di Davide contro Golia è poco, perché Nadal è imperatore in terra francese dove ha conquistato 13 volte il torneo, ma il nostro Jannik scese in campo con la sicurezza di un veterano mescolata alla spensieratezza tipica dei giovani: quella che gli aveva permesso di raggiungere gli ottavi senza perdere nemmeno un set.

Iniziata con quasi un’ora di ritardo, mettendo a dura prova la mia capacità fisica di attenderla, la partita prese una piega inaspettata: complice un gioco meno profondo del solito da parte di Rafa, l’italiano riusciva a rispondere colpo su colpo ai missili dell’avversario sul suo rovescio, creando i presupposti per portare a casa il primo set, salvo poi sciupare tutto causa inesperienza e perderlo al tie break. Copione simile nel secondo, dove Nadal crebbe progressivamente, con Sinner che riuscì inizialmente a contenerlo e guadagnare di nuovo un break, prima di buttarlo via come il precedente e perdere e 6-4, per poi cedere all’inevitabile crollo psico-fisico e arrendersi definitivamente al terzo.

Sì, Sinner avrebbe potuto benissimo vincere sia il primo, sia il secondo set…

Un peccato, ma anche l’impressione di avere visto un pulcino spaventare per lunghi tratti un gallo da combattimento, al punto da indurre lo spagnolo a sceglierlo come compagno di allenamento per la prima settimana di preparazione agli Australian Open del 2021. Io sono pronto a scommetterci: entro la fine della prossima stagione, vedremo Sinner nei primi dieci della classifica ATP.

4. 12 Gennaio 2020
(di Gabriele Pato)

12 gennaio 2020, una domenica qualsiasi per gran parte degli italiani ma un giorno molto speciale per me che – come in Lettera da Amsterdam – sono un sampdoriano esiliato tra ciminiere e tulipani. Finalmente, oggi rientro allo stadio. Dopo tanto tempo, torno allo stadio col babbo, proprio come da bambino. Con lui ho mosso i primi passi tra i muri rossastri di Marassi, ascoltando affascinato gli aneddoti di mezzo secolo di sampdorianità e imparando un’antica liturgia prepartita incentrata su una certa pizza al taglio e su una pisciata espletata in un certo orinatoio. Ma con l’adolescenza cambia tutto. A 14 anni ho iniziato ad andare allo stadio con gli amici. Nuovo settore (finalmente in gradinata), nuova compagnia, nuova liturgia. Ma oggi finalmente si chiude un cerchio: non ho trovato un abbonamento nella Sud e ho deciso di tornare nei distinti col babbo. Proprio come da bambino!

Il tempo è splendido: l’aria tersa di tramontana, il luccichio accecante del mare e forse, laggiù, la Corsica. Si esce di casa presto, si parcheggia e si segue la liturgia. Due birre, prendiamo posto, sciarpe al collo e aspettiamo il fischio. La partita inizia male (0-1 al 12’) ma si raddrizza in fretta: Linetty ci regala presto il primo abbraccio, il secondo ce lo regala Jankto dieci minuti dopo. Altre due birre, secondo tempo. Al 60’ nuovo abbraccio firmato Quagliarella. Dieci minuti dopo Caprari ci fa abbracciare ancora e, ciliegina sulla torta, Quagliarella infila un lob perfetto allo scadere. Abbraccio incredulo. 5 a 1 e 28 tiri! Che Samp!

Torniamo a casa tronfi e felici, ceniamo e preparo la valigia. Domani torno in Olanda, per un po’ non vedrò il babbo né Marassi, ma saranno al massimo un paio di mesi. Invece no. Non tornerò fino a fine luglio. Covid, lockdown, stadi vuoti e nessun abbraccio neanche al mio ritorno. Il babbo è immunodepresso e rischia di lasciarci la pelle. Distanza, protezioni, protocolli. Chiacchiere, risate, partite in TV, ma oggi quasi un anno dopo, ancora distanza, niente stadio, niente abbracci.

Questo è il mio momento sportivo del 2020, ma ognuno, guardando indietro a questi lunghi mesi, può trovare il proprio Samp – Brescia. Un momento o un ricordo che si erge a simbolo delle piccole cose a cui dobbiamo rinunciare: le liturgie prepartita, le birre allo stadio e, soprattutto, gli abbracci.

5. La caduta degli Dei della palla ovale
(a cura di Carlo Cecino)

Al giorno d’oggi, la narrazione di eventi sportivi spesse volte tende ad enfatizzare un fatto ed elevarlo a un qualcosa di soprannaturale, di mistico, ingigantendo la grandezza di meri accadimenti di gioco. Per me però, il più bel ricordo sportivo del 2020 deve essere sollevato ad un livello celestiale, e lo sa chi ha avuto la possibilità di ammirare la mastodontica vittoria dell’Argentina ai danni della Nuova Zelanda.

Il tecnico Mario Ledesma che alla fine del match scoppia in un tenerissimo pianto è la vera immagine della partita.

ricordi sportivi

La caduta degli Dei della palla ovale, fatti a fette dalla valorosa truppa allenata da Mario Ledesma che il 14 novembre sul neutro di Sydney ha abbattuto gli All Blacks 25-15 nel Tri Nations. Per la prima volta nella storia, i Pumas hanno annichilito i neozelandesi, un’impresa storica. Ed un altro lessema esageratamente abbuffato dalla bocca dei cronisti sportivi riguardo le battaglie degli atleti sudamericani è “garra”. Sui dizionari spagnoli si legge che “garra” vuol dire “artiglio”, tuttavia scavando il termine in senso figurativo, esso può essere tradotto con “convinzione, attrazione, persuasione”.

Credetemi, gli argentini quel giorno possedevano badilate di “garra”. Dai placcaggi di Kremer, ai tenuti conquistati da Bruni, alla velocità di Cabreras, il lavoro interminabile nel breakdown di Montoya e Orlando, il ritmo di gioco imposto da Cubelli e la precisione ineccepepile al calcio di Sanchez. Trasformazioni e piazzati perfetti, da distanze vicine o complicate. Guidati sul campo dal capitano, il leader tecnico e spirituale Pablo Matera, prima ch’egli venisse subissato dallo scandalo relativo ai suoi tweet razzisti condivisi diversi anni fa.

Tutti gli argentini indossavano un’armatura intrisa di grinta, temperamento e soprattutto disciplina, fondamentale per respingere gli attacchi degli All Blacks dei campionissimi Barrett e Mo’unga. I Titani martellati dai Lillipuziani, l’epitome sul prato di Sydney della parabola di Davide (i Pumas) contro Golia (la Nuova Zelanda). Io ero estasiato, persuaso dalla performance sciorinata dai sudamericani, ma ogni sportivo non poteva rimanere asettico e non emozionarsi, sentendosi vibrato dalla garra di Matera e co.

6. Rio Ave – Milan (10-11 d.c.r.)
(di Khrystyna Gavrysh)

La finale di Champions del 28 maggio 2003 è il mio primo ricordo nitido dei calci di rigori. Anche se non riesco ad individuare chiaramente il momento in cui è esplosa la mia passione calcistica, so per certo che in quella stagione avevo 12 anni e stavo pregando. Pregavo perché Shevchenko stava per battere il penalty che avrebbe assegnato la Coppa dei Campioni al Milan. Le emozioni vissute durante quella finale mi sono rimaste impresse per tutta la vita e anche nelle occasioni meno felici mi confortava l’idea di averle vissute. I tempi poi sono cambiati e il Milan ha abbandonato il palcoscenico europeo per diversi anni, rimanendo io sempre fedele ai colori rossoneri.

Poi capita che torniamo in Europa League, nettamente meno prestigiosa, ma io sono contenta lo stesso. Ma non si può non soffrire un pò anche stavolta, così ci troviamo a giocarci la fase di qualificazione. Il Milan gode di ottima salute ed è destinato ad affrontare il Rio Ave, una squadra portoghese di modesta caratura. Stanti le premesse, anche l’assenza di Ibra non sembra preoccupare molto i rossoneri. Non si poteva di certo sospettare che avremmo assistito a una delle partite più pazze di tutti i tempi.

L’inizio dell’incontro, tuttavia, è abbastanza sottotono, così inizia a salire l’ansia e sono già pronta al peggio. I tempi regolamentari finiscono in parità, con le reti di Geraldes e Salaemakers. Si va ai supplementari, con un inizio shock per il Milan che si fa sorprendere su una ripartenza di Gelson Dala, il quale complice anche una deviazione di Kessié, spiazza Donnarumma sul secondo palo. Minuto 119, Borevković la tocca di mano in area piccola, rigore per il Milan. Niente paura, Calha la mette dentro come ridere. Peccato che io sono dovuta uscire dalla stanza e tapparmi le orecchie, non ho retto la tensione del penalty all’ultimo minuto. Figurarsi quello che viene dopo.

Si va ai rigori. I primi 5 perfetti per entrambe le squadre. Perde il primo che sbaglia. Si arriva sul 7-7 quando tocca a Colombo che la manda altissima. Se Nèlson Monte segna, il Milan è fuori. E qui accade un miracolo: gli astri si allineano, gli dèi confabulano e il giocatore di Rio Ave becca un doppio palo impossibile che rimarrà negli annali della storia del calcio europeo.

Sto iperventilando.

Si va avanti. Gigio ci illude con una parata tenuta male e la palla finisce dentro. Infarto. Finisce il giro, entrambi i portieri sbagliano il loro penalty. Tocca di nuovo a Bennacer, che colpisce la palla nella stessa direzione del primo tentativo, facendosi parare. Ok, siamo fuori, non può essere altrimenti. Tocca a Geraldes, figurati se sbaglia. Sto morendo dentro. PALO, PALOOOOOOOOO!!!! È il turno di Kjaer, che senza battere un ciglio tira una sassata centrale senza troppi fronzoli, con Kieszek che si butta dall’altra parte, 9-8. È il turno di Santos, che tira sempre forte e centrale ma Donnarumma la para. Pelle d’oca. Siamo qualificati. 

7. Il ricordo amaro del mio Atalanta – PSG
(di Alberto Fabbri)

La partecipazione alla final eight di Champions League distoglie l’attenzione dei media sull’etichetta sino ad ora protrattasi dall’Atalanta nel corso della competizione. Tra le innumerevoli cenerentole susseguitesi nel corso degli anni, vi è la speranza di vedere anche la Dea ripercorrere le stesse orme sul grande palcoscenico competitivo. L’ostacolo dinanzi a se vede nella corazzata parigina un cliente pronto a portare a termine l’obiettivo, considerando che la Ligue 1 assegnatali a tavolino non è stata sufficiente a saziare la tanta acquolina in bocca ancora presente.

L’epilogo drammatico che condannerà l’Atalanta sarà in queste righe ancor più amplificato dal contesto in cui il protagonista ha assistito alla debacle. Quel 12 di agosto ero solo e triste in quel di Trento, lontano dalla più amorevole riviera romagnola. Mentre mi apprestavo a completare il tirocinio cui la scorsa estate intrapresi, quella sera mi recai al solito bar ordinando la consueta “birraccia” media. Insieme a me, la mise en place era completata dalla presenza di altri appassionati che condividevano la speranza di assistere ad un’ennesima impresa della Dea. Ma la naturalezza con cui dal minuto 61’il Paris-Saint-Germain riversò l’Atalanta a difesa dell’1-0, non diede chance ad un ben che minimo presagio di gloria. Il dominio nel gioco nella seconda parte del match permise alla squadra francese di riservare lo stesso trattamento cui negli anni l’Atalanta si era abituata ad avere in Italia, mietendo anche vittime illustri sul proprio cammino.

Gli occhi affranti dei calciatori colpirono particolarmente la mia emotività, incrementando l’amarezza che già pervadeva il mio stato d’animo. Per un istante, è come se mi fossi trovato a fianco degli amici con cui condividere quel tetro momento che inspiegabilmente passai.

ricordi sportivi

Misticamente mi ritrovai con i giocatori bergamaschi all’interno della sala adibita. Si sedettero, ed ordinarono una serie di drink per cercare al più presto di dimenticare quel tremendo finale, supportando quel mio forte senso di desolazione che oramai era entrato a far parte della routine estiva.

8. L’addio di Valentino alla Yamaha l’ultima (?) gara di Dovizioso in MotoGp
(di Antonio Mazzolli)

Domenica 22 novembre, ore 15.45. Portimao, Portogallo.

Le telecamere dovrebbero essere per Oliveira, che ha vinto la gara in casa sua, al contrario sono tutte riversate verso due storie che (probabilmente) si chiudono. Una è quella tra Valentino Rossi e la Yamaha.

La simbiosi tra il 46 e la casa giapponese nasce nel 2004, quando il pilota di Tavullia prende per mano la casa di Iwata e la porta a vincere 4 titoli mondiali. Questa avventura è una storia d’amore: prima cerchi il feeling, dopo è passione estrema, poi c’è la scappatella (per 2 anni in Ducati), ma in fondo capisci che non puoi fare a meno di lei. “La Yamaha è la mia moto”, ha sempre detto Vale, e da lei è ritornato nel 2013. Adesso la lascia, costretto, per la Petronas. Buttato via come un vecchio giocattolo che non serve più, a favore del nuovo, Quartararo. Se l’ultima gara ha riservato un anonimo 12° posto è innegabile che l’avventura sia stata (av)vincente, anche senza un sussulto finale che avrebbe reso più dolce l’addio.

L’altra storia è forse quella tra Dovizioso e la MotoGp. “Non ricordo da quanto non mi diverto più in moto” , ha dichiarato prima di Valencia 2020, preannunciando un anno sabbatico che getta ombre sul suo futuro e facendo sembrare lontane le serrate battaglie contro Marquez. Forse si ritirerà o forse no, forse tornerà in altre vesti. Ma non sentire più quel fuoco dentro che ti spinge a rischiare la vita in ogni gara è desolante: per lui, che può dare ancora molto, ma anche per me perché è stato il pilota italiano più vicino a vincere il Mondiale nelle ultime stagioni.

Occorre però tenere conto delle necessità dell’uomo Andrea Dovizioso, sempre stato un personaggio fuori dall’eccentricità delle telecamere, un papà che viaggia per tre quarti dell’anno per tutto il mondo. Dopo anni di spostamenti è arrivato a un punto di non ritorno che non possiamo conoscere né criticare. Nemmeno noi, che tra Laguna Seca, Barcellona e Spielberg abbiamo goduto tantissimo, come una vittoria della squadra del cuore.

9. Il titolo dei Lakers? Il miglior tributo possibile al Black Mamba
(di Alessandro Ginelli)

Ricordo esattamente dove mi trovavo domenica 26 gennaio quando il telefono che avevo incautamente appoggiato in un angolo del tavolo ha prima vibrato e poi si è illuminato. Ricordo di averlo sollevato distrattamente, credendo fosse il solito messaggio del solito gruppo Whatsapp in cui ci si trova a commentare la solita partita della domenica sera. Ahime, ahinoi, non lo era. Ho strabuzzato gli occhi, li ho chiusi e riaperti almeno un paio di volte, cercando di leggere qualcosa di diverso da ciò che ero ormai sicuro di aver letto. Ma il contenuto non è cambiato nemmeno dopo quel tentativo infantile e disperato e il messaggio era inequivocabile: “Pare che Kobe Bryant sia morto in un incidente aereo”.

Ecco, ciò che ricordo davvero perfettamente è lo svuotamento interiore che provai nei minuti successivi alla lettura di quel messaggio e la tristezza innata con cui fissavo 22 sagome con le maglie azzurre e bianconere confondersi indistintamente su un prato verde, senza che io riuscissi a prestare la benché minima attenzione a quel Napoli-Juventus. Improvvisamente avevo perso l’uomo che mi aveva trascinato quasi fisicamente verso una delle mie più grande passioni, e non avevo avuto il tempo per prepararmi ad affrontare la sua assenza. In quel momento ho creduto che il 2020 non potesse andare peggio di così. Invece, era solo l’inizio.

Se dovessi realmente focalizzarmi su quale sia il ricordo sportivo di questo 2020, la tragica morte di Kobe occuperebbe i posti 1, 2 e 3 della classifica, ma il 2020 è stato un anno troppo funesto per inserire un frammento così triste in questa lista, che dovrebbe invece spingerci tutti a guardare con ottimismo all’anno nuovo ed è per questo motivo che ho scelto di inserirvi l’impresa che meglio di tutte ha saputo pagare il giusto tributo al Black Mamba.

Ho deciso di parlare della vittoria dei Los Angeles Lakers ai Playoff NBA non tanto per lo splendido simbolismo che ha visto i gialloviola tornare a sollevare il Larry O’Brien Trophy 10 anni dopo le stupende Finals del 2009/10: quelle della gara 5 “da solo sull’isola”, delle gare 6 e 7 punto a punto e di Kobe MVP delle Finals contro i fortissimi Boston Celtics. Desidero parlarne soprattutto perché mi è parso, probabilmente incastrato in qualche tipo di bias cognitivo, di riconoscere lungo tutto il processo che ha portato a quella vittoria finale una serie di frammenti dell’essenza di cosa sia stato Kobe Bryant per una generazione di amanti della palla a spicchi, me compreso e seduto in prima fila.

Questa convinzione deriva innanzitutto dalle condizioni in cui si sono disputati i Playoff 2020, vale a dire dentro una “bolla” artificialmente realizzata nella città di Orlando e costruita in modo maniacale per riuscire a giocare a basket anche nel momento in cui farlo sembrava una cosa troppo pericolosa e illogica, con il virus pronto a prendere il possesso decisivo e penetrare senza bisogno di alcun blocco cieco dentro la lega. Il modo in cui la NBA ha gestito il termine della stagione 2019/20 è un trattato di managerialità sportiva e, dimenticandoci per un secondo degli interessi economici che ci sono e sono pure parecchi, ha rappresentato anche la più incredibile forma di rispetto verso quei campioni che sanno entrare nell’immaginario collettivo riuscendo ad alimentare giorno dopo giorno il proprio amore per il gioco, vivendo per esso. Kobe, neanche a dirlo, era il Re indiscusso di questa categoria di campioni. Ho visto poi una serie di piccoli “Kobe Bryant” abbellire lo spettacolo dei Playoff 2020.

Gente come Damien Lillard, Luka Doncic, Jamal Murray, cresciuta con il mito del Black Mamba e visivamente contenta, con il sorriso stampato in faccia, quando gli riusciva una giocata che poteva anche solo lontanamente ricordare quelle del loro idolo. Infine ho visto due uomini più maturi come LeBron James e Jimmy Butler battagliare in una serie finale avvincente, con Butler che per certi versi è rimasto veramente “solo sull’isola”, ma non si è mai arreso fino a quando le sue stesse gambe non hanno ceduto e con LeBron autodichiaratosi uomo in missione dal giorno in cui ricevetti quel maledetto messaggio, che come nei bei sogni riesce a portare a termine il suo progetto.

I Playoff 2020 della NBA rappresentano un bel ricordo sportivo in quest’anno difficile perchè ci hanno dimostrato che l’organizzazione dell’uomo può sconfiggere una bestia invisibile e che andare avanti si può, anche se ti portano via l’uomo simbolo della tua infanzia. Celebrandolo e omaggiandolo permettendo ciò che KB avrebbe desiderato: ossia che lo spettacolo continuasse.

10. La 20a tappa del Tour de France
(di Giacomo Gieda)

C’è poco da fare: il Tour de France in un modo o nell’altro troverà sempre il modo per far parlare di sé. Ma in una stagione come quella 2020 caratterizzata dal Covid, che ha portato numerose corse a slittare di mesi o addirittura all’annullamento, la copertina è tutta per il duello tra Primoz Roglic e Tadej Pogacar. Il climax di questa lunga e combattutissima edizione è senza alcun dubbio la cronoscalata a La Planche des Belles Filles, 20a tappa ed ultima in linea.

In questa lunga cronoscalata, dura come la fame (basti pensare che nell’ultimo km si toccano punte del 20%), si scrivono due opere di assoluta bellezza, storie epiche che solo il ciclismo può regalare. Da una parte, il giovane talento Tadej Pogacar, capitano di una squadra non all’altezza del suo talento, capace di cambiare la storia di un Tour che sembrava ormai destinato ad altri lidi, scalando con una leggiadria d’altri tempi e diventando il secondo più giovane corridore a vincere la Grand Boucle.

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A fare da contraltare a questa meravigliosa impresa, la tragedia di Primoz Roglic: il capitano della Jumbo-Visma, squadrone capace di vincere ben 3 tappe di questo Tour, che in ogni salita ha imposto il proprio ritmo come un generale farebbe con delle giovani reclute. Roglic è stanco, da un paio di tappe sembra aver finito la benzina, e nonostante i crismi da favorito, crolla inesorabilmente. Ogni pedalata diventa quasi una coltellata, il vantaggio di quasi un minuto scivola via in una manciata di km. Chiuderà mestamente la tappa al 5° posto, lontano quasi 2′ dal rivale, ormai proiettato sul gradino più alto del podio.

Ma anche la sua storia può sicuramente dirsi felice, con il trionfo alla Vuelta (condito da quattro vittorie di tappa) e soprattutto vincitore della Liegi-Bastogne-Liegi, dove però ad alzare le braccia fu Alaphilippe, convinto di aver vinto. Ma questa è un’altra di quelle magiche storie che il ciclismo ci regala ad ogni pedalata.


 

La redazione di Sportellate.it nasce in un attico riminese nell'estate del 2012. Oggi è la voce di una trentina di ragazzacci da tutta Italia. Non ama prendersi troppo sul serio.