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- di Alberto Faini

Diogo Jota è il nuovo motore del Liverpool


Arrivato ad Anfield praticamente a fari spenti, a Diogo Jota sono bastate poche partite per prendersi sulle spalle l'intero Liverpool. Le sue caratteristiche lo rendono il centravanti perfetto per il gioco aggressivo e verticale di Jurgen Klopp. Basterà per aiutare i Reds a riconfermarsi nella Premier più combattuta degli ultimi anni?


Quando si parla di calcio portoghese è molto facile fermarsi alla superificie. Da osservatori esterni, il nostro sguardo sembra non andare oltre immagini ben precise. Si ferma davanti ai riflettori dell’Estadio Da Luz, davanti alla cavalcata in Champions del Porto di Mourinho e davanti alle immagini sbiadite di un giovanissimo Cristiano Ronaldo con addosso la maglia a strisce dello Sporting.

E’ quasi normale prendere la parte per il tutto, identificando il calcio lusitano con le sue 3 realtà più visibili e invasive: Benfica, Porto e Sporting Lisbona. Anche perché la Primeira Liga non è esattamente il campionato più interessante da seguire. La lotta al titolo raramente vede un outsider rispetto alle 3 grandi. Il microcosmo sottostante, fatto di squadre in grande crescita (come Braga e Portimonense), e tante altre che sopravvivono grazie al vivaio, viene spesso del tutto ignorato.

Dal (quasi) anonimato ad Anfield

Proprio in questo quasi invisibile universo di piccole realtà, che tirano avanti grazie ad un player trading sfrenato, soprattutto a livello giovanile, è cresciuto Diogo Jota. Non è uscito da nessuno dei floridissimi vivai delle tre grandi di Portogallo, ma si è fatto tutta la trafila fino alla prima squadra (eccezione non da poco per un giocatore oggi nel giro della Nazionale), con il modesto Pacos Ferreira.

Nella piccola città del nord del Portogallo, Jota si fa le ossa sino all’esordio in Primeira Liga, ad appena 18 anni. E’ difficile capire se il Pacos Ferreira abbia fatto di tutto per tenerselo o se più semplicemente fosse stato ignorato contemporaneamente dagli osservatori di Benfica, Porto e Sporting. Fatto è che a 18 anni esordisce con “Os Castores”, e nella stagione successiva gioca stabilmente da titolare, mettendo a referto 12 gol. Non male per un ragazzo di 19 anni. Solo a questo punto il Benfica sembra interessarsi a lui. Dopo anni ai margini del calcio lusitano, i riflettori si accendono su Diogo Jota. E qui entra in gioco Jorge Mendes.

Con la maglia del Pacos Ferreira

Prima dell’approdo al Liverpool la carriera di Jota, dopo la buona prima stagione da titolare in Portogallo è legata a doppio filo con quella di Jorge Mendes. Il procuratore portoghese, vero pioniere del capitalismo sportivo, non esita a spostarlo da una squadra all’altra solo per aumentare il valore del proprio asset. Rifiuta le avances del Benfica, per spedirlo all’Atletico Madrid. Poi il ritorno in patria al Porto, dopo aver raccolto zero presenze alla corte di Simeone, ed infine l’approdo in una piccola exclave portoghese in Inghilterra, il Wolverhampton di Nuno Espirito Santo.

Nei Wolves che letteralmente fanno a pezzi la Championship nella stagione 2017-2018 Jota è tra i protagonisti. Segna diciassette gol che gli valgono il riscatto del prestito e l’esordio in Premier League l’anno dopo. Il suo passaggio al Liverpool, dopo due buone stagioni in Premier, non è però esente da dubbi. Al di là del prezzo del cartellino (47 milioni), per molti addetti ai lavori sembra difficile che un comprimario come Jota possa ambire a qualcosa di più del turnover nel Liverpool di Klopp.

In realtà, come detto poi anche da Klopp stesso, bastano 12 giorni per mettere in discussione tutto. 12 giorni in cui, in due partite di Premier League (contro Sheffield United e West Ham) e due di Champions (contro Midtjylland e Atalanta), Jota segna 6 gol. Sei gol tra campionato e Champions e 2 con la Nazionale, contro la Svezia. In appena 4 partite Jota arriva a mettere in discussione un punto fermo del Liverpool di Klopp come Roberto Firmino, non di certo uomo da 30 gol a stagione, ma vero cervello in una squadra che vive di transizioni.

Da perfetta rappresentazione dell’ “uomo in più”, quello in grado di decidere match dalla panchina, Jota diventa punto fermo dei Reds dal primo minuto nelle partite che contano. Soprattutto quelle di campionato, nelle Premier più combattuta e indecifrabile da 5 anni a questa parte. Nelle ultime tre partite di Premier League, Jota è sempre partito da titolare, quando nella primissima parte di stagione era sceso in campo dal primo minuto soltanto nell’umiliante 7 a 2 del Villa Park dei primi di Ottobre. E’ il segno inequivocabile che anche Klopp sta iniziando a puntare seriamente sul centravanti portoghese. Andando oltre l’assurdo periodo di forma a cavallo tra Ottobre e Novembre, dove Jota riusciva a buttare dentro qualsiasi pallone gli capitasse tra i piedi.

Un giocatore verticale

Diogo Jota è un giocatore essenzialmente di sistema. E’ un buon centravanti, senza dubbio, in grado però di esaltarsi in determinati contesti. Era così al Molineux, dove nel Wolverhampton di Nuno Espirito Santo, giocava da shadow striker alle spalle di Raùl Jimenez. Lo è ancora di più adesso ad Anfield. Il Liverpool di Klopp è una squadra mostruosamente verticale, in entrambi le fasi di gioco. Diogo Jota incarna perfettamente questa verticalità. Il suo atletismo e la sua rapidità sui primi metri lo rendono il partner perfetto per Salah e Manè, due mostri nell’aprire spazi solo grazie al loro movimento.

Lo si vede spessissimo dettare il passaggio nello spazio, o semplicemente lanciarsi alle spalle del marcatore, grazie al movimento di uno dei compagni. Se Roberto Firmino rappresentava la parte più cerebrale del Liverpool (in fase offensiva), Diogo Jota aggiunge ancora più profondità ad una squadra già vertiginosamente verticale. La sua attitudine a giocare in una squadra così estrema in transizione come il Liverpool, si vede perfettamente nei tre gol contro l’Atlanta, una squadra abituata a giocare a uomo a tutto campo. In tutti e tre e i gol a Bergamo, Jota approfitta della sua fisicità sul breve per bruciare due volte Palomino (il suo diretto marcatore), ed una volta Hateboer.

Un attacco alla profondità da insegnare nelle scuole calcio

L’importanza del portoghese nei meccanismi dei Reds si vede però ancora di più in fase di non possesso. Diogo Jota è una macchina da pressing. In una squadra che vive di pressing e riaggressione, Jota è allo stesso tempo il primo attaccante e il primo difensore. Il suo baricentro basso e la sua elasticità sui primi passi lo rendono a tratti letteralmente ingiocabile sulle seconde palle.

Nelle ultime uscite dei Reds è quasi sparita anche la necessità di costruire il gioco. Con un tridente in grado di muoversi senza soluzione di continuità, basta essere pronti a riaggredire l’avversario in ogni zona del campo, e specialmente nella sua trequarti campo. Quella diventa la vera fonte di gioco. Non sorprende quindi che un trequartista creativo come Firmino stia facendo più fatica a trovare spazio. Con Jota come falso nove, il Liverpool si sta avvicinando sempre di più alla perfetta sintesi del gegenpressing.

Fa impressione realizzare come se c’è un lato che ci ha sorpreso maggiormente di Diogo Jota, è senza dubbio quello realizzativo. Non esattamente il miglior biglietto da visita per un attaccante. Non si può negare come, visto anche l’assurdo momento di forma degli ultimi 2 mesi, dal punto di vista puro e semplice del gol, stia overperformando. In 9 presenze in Premier ha realizzato 5 gol, con un Expected Goals di 2,63. Fino ad ora ha praticamente trasformato in gol tutto ciò che ha toccato. Inevitabilmente la sua performance realizzativa finirà col normalizzarsi. Fermarsi ai gol nell’osservare un giocatore del genere però sarebbe riduttivo.

Contro il Leicester si getta nello spazio lasciato libero dal movimento di Manè

Il nuovo uomo di Klopp

Come detto Diogo Jota è un giocatore di sistema e l’impatto che sta avendo sul Liverpool, intesa come squadra nel suo insieme, è indubbio. La sua capacità in transizione, nell’aggredire l’avversario e il movimento continuo assieme ai suo partner di attacco, Salah e Manè, gli consente di dirigere il ritmo della propria squadra. Pur giocando da centravanti sembra incredibilmente in grado di dettare i tempi della propria squadra.

Quando Diogo Jota accelera, con o senza il pallone tra i piedi, anche il Liverpool accelera, aumentando i giri del motore. Indifferentemente che si tratti di movimenti senza palla o di un pressing duro e puro. Lo straordinario impatto di Diogo Jota sulla Premier League, dopo due anni buoni, ma senza acuti, sta proprio qui. Nel suo essere l’uomo perfetto per il “sistema Klopp”.

Sul breve è un giocatore imprendibile

Come detto in un pezzo di Dario Saltari de “l’Ultimo Uomo”, Diogo Jota sta consentendo a Klopp di portare all’estremo la sua idea di gioco. La punta portoghese sembra il mezzo ideale per provare a riproporre, con più successo, la versione estrema del gegenpressing, vista ad esempio in Germania col Bayer Leverkusen di Roger Schmidt.

Una squadra che punta a non considerare necessario il possesso del pallone per creare occasioni da gol. E che allo stesso tempo impedisca all’avversario (quando quest’ultimo si deve difendere), di controllare lo spazio e il pallone, tramite movimenti continui delle punte. In grado di fondere insieme le due fasi di gioco, possesso e non possesso, rendendole quasi inscindibili. Senza dubbio i primi mesi ad Anfield della punta portoghese sono stati più che positivi. Che sarà Jota il giocatore in grado di portare con successo alla sublimazione dell’idea di calcio di Klopp, resta ancora tutto da vedere.


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Studente di economia, classe '93, nato e cresciuto a Rimini. Si avvicina al calcio sin da piccolo, grazie ad un certo Roberto Baggio e ai Mondiali del 2002. Tifoso rossoblù per adozione, dopo aver vissuto per qualche anno a Bologna. Si limita a giocare a calcetto la domenica, data la poca qualità con il pallone tra i piedi, e a seguire qualsiasi campionato visibile in TV. Altre passioni: MLB, sci alpino e la settima arte.

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