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- di Matteo Briolini

Gli allenatori che hanno cambiato il calcio


Se pensiamo a quali sono le culture egemoni nella storia del mondo, è d'obbligo annoverare  quella inglese.

Per primi si sono  resi innovatori in tanti settori, da quello industriale e soprattutto commerciale, a cavallo tra XIX e l'inizio  del XX secolo, fino  a quello artistico in tempi più recenti.
Impossibile non pensare ad esempio alla Rivoluzione industriale iniziata da loro oppure, facendo un deciso balzo in avanti dal punto di vista cronologico, a come hanno saputo dare una loro impronta alla musica con gruppi del calibro dei “Beatles”, "Led Zeppelin”, "Queen", "Pink Floyd" e potrei citarne tanti altri.
Risale al XIX secolo un'altra invenzione che ha cambiato il mondo, una attività nata quasi casualmente nei college inglesi più esclusivi. 

Gli studenti, divisi in camerate da 11,  erano avvezzi sfidarsi tra loro, avendo come fine ultimo quello di depositare in rete dei palloni usando i piedi.

Risulterà semplice intuire che si parla del calcio, una disciplina capace come poche di racchiudere, nell' arco  di una sola partita,  i concetti di  razionale e irrazionale, per la sua capacità di  unire l'estro creativo dei grandi campioni alla strategia degli allenatori.

Sono questi ultimi ad avere  l'arduo compito di pensare il gioco, di vederlo in anticipo, immaginando  tutte le possibili mosse e contromosse per vincere, spostando gli incontri dal piano tecnico- fisico del campo a quello, ugualmente geniale, della tattica, assimilando chi dirige dalla panchina simile al giocatore di scacchi.

Questo perché ogni match calcistico racchiude l'interessante sfida nella sfida tra i due tecnici,  mettendo a confronto le diverse filosofie di gioco e le capacità di lettura.

Si cercherà, in questa sede, di ripercorrere cronologicamente la storia di alcune tra  le menti più brillanti della storia del calcio che hanno lasciato una traccia indelebile del loro passaggio nel gioco, innovandolo attraverso vere e proprie opere di ridefinizione dei principi cardine dello stesso, che, alle volte, si sono rivelate irreversibili.


 Dalle origini  del gioco al WM di Chapman

Non poteva non essere inglese, l'uomo che per primo consegnò al mondo un calcio più simile a quello moderno.

Il suo contributo è stato decisivo per il passaggio  del gioco, dallo stato embrionale, rappresentato dallo schema di gioco a "Piramide", così chiamato perché i giocatori, disposti secondo il modulo 2-3-5 e questo schema tattico conferiva loro la forma di una piramide rovesciata.

La logica preponderante che regolava il football di quel periodo era quella che, nei paesi anglosassoni, era definita "kick and run", in quanto i difensori erano portati a cercare , verticalmente, la linea offensiva composta dai cinque attaccanti.

Il ruolo del centrocampo era, in questo modo, prettamente difensivo; i tre centrocampisti infatti si abbassavano andando a rinforzare il pacchetto arretrato  della squadra nei momenti in cui la palla era avversaria, componendo così un ulteriore quintetto.

In fase di possesso, i centrocampisti erano altresì sacrificati, dal momento che non erano sfruttati per il palleggio.

Proprio questa è la grande intuizione di Herbert Chapman, figura leggendaria dell'Arsenal, a cui portò in dote cinque titoli  tra il 1925 e il 1930.

Agevolato dal cambio della regola concernente il fuorigioco, decisa dall'IFAB, nel 1925, il nativo di Kiveton Park diede il via alla sua rivoluzione.

Quest'ultima consisteva nell'arretrare le due mezze ali, spostandole alle spalle del tridente offensivo, affinché potessero mettere gli attaccanti nelle condizioni di battere a rete con continuità.

La fase offensiva non fu la sola a subire importanti modifiche.  Il fuorigioco, passando da "tre" a "due" giocatori, creava la stringente necessità di tutelare maggiormente la difesa, così Chapman capì di dover arretrare il centrale di centrocampo, impartendogli precise indicazioni di contenimento.

Il nuovo ruolo definito "stopper" funzionò e divenne fondamentale nel gioco, soprattutto negli anni 70' e 80'.

La statua di Chapman all'Emirates, casa dei Gunners


La  "Grande Ungheria"

Osservando l'andamento del calcio moderno è difficile pensare che, un tempo, una nazione come l' Ungheria avesse una nazionale così forte da passare alla storia come una delle più grandi squadre mai viste.

In patria la chiamavano "Aranycsapat", che, in italiano, è traducibile con "Squadra d'Oro" e, risultati alla mano, epiteto più azzeccato di questo non potevano trovarlo.

Quella rappresentativa  non venne mai sconfitta per più di quattro anni compresi tra il 4 giugno 1950 e il 30 giugno 1954, mettendosi al collo una medaglia d'oro olimpica nel 1952 a Helsinki, considerando che , all'epoca i giochi olimpici erano prestigiosi anche nel calcio.

Oltre a questo successo seppero battere, con un punteggio abbastanza eloquente l'Inghilterra, 6-3 in quel di Wembley, replicando l'impresa in casa, appena un anno dopo con un altro clamoroso risultato,7-1, un 'onta che gli inglesi non hanno ancora digerito.

L'Aranycsapat, disputò anche un ottimo Mondiale nel 1954, sconfiggendo il Brasile, il 27 giugno 1954, 4-2 nella partita passata alla storia come la "Battaglia di Berna".

Nonostante la sconfitta subita nella finale di quella rassegna, quella nazionale resta una delle squadre simbolo del novecento.

Il merito di tanto successo sicuramente risiede nel talento di Puscas e Hidegkuti  ma anche nella mente del commissario tecnico di quella squadra, Gustav Sebes.

In realtà però è corretto menzionare anche Marton Bukovi come uomo che ha ispirato le idee di Sebes.

Infatti quest'ultimo, disponendo del sopracitato Hidegkuti nel suo MTK Budapest , volle mantenere un equilibrio difensivo pur tenendo alti gli interni di centrocampo, facendo arretrare, abbastanza a sorpresa, la prima punta e le ali, creando, di fatto, la figura moderna del " falso 9".

Hidegkuti si rivelo perfetto per quel tipo di ruolo, diventando spalla perfetta di Puscas in nazionale.

L'altra grande trovata fu quella di arretrare il centromediano, vicino ai difensori, in una linea che, seppur asimmetrica si presentava come composta da 4 giocatori.

Nacque così il 4-2-4 che oggi conosciamo, allora definito MM.

Questo modulo garantiva un miglior palleggio e conseguentemente una miglior costruzione di gioco, poiché consentiva una miglior copertura del campo in ampiezza.

Sebes fece un ulteriore passo in avanti, capendo che il passo successivo era quello di far partire l'azione dai piedi del difensore centrale, punto cardine del gioco moderno, questo portò all'Ungheria i risultati di cui si è parlato in questa sede, consegnandola alla storia.

L'undici d'oro dell'Ungheria, 1953


L'Olanda di Michels e il "Calcio Totale"

Il Mondiale tedesco del 1974 costituisce uno dei più grandi paradossi della storia del calcio.

Questo perché quella rassegna è costantemente associata, non tanto al nome della squadra vincitrice, la Germania Ovest, ma a quello della finalista, l'Olanda di Cruijff.

Quella nazionale è la perfetta realizzazione in campo delle idee del suo allenatore, Rinus Michels,  insignito nel 1999 del titolo di "Allenatore del Secolo".

Pur non potendo vantare un palmares particolarmente ricco a livello europeo, "solo" la Coppa dei Campioni del 1971 e l'Europeo 1988,  la portata rivoluzionaria di questo allenatore nei confronti del gioco è incredibile.

Rese grande l'Ajax portandolo a vincere quattro campionati olandesi tra il 1966 e il 1970 e tre coppe nazionali, prima della affermazione europea di cui si è parlato in precedenza.

Ponendosi sulla scia di Sebes, Michels costruì da dietro e volle che i suoi giocatori non si limitassero ai compiti  tradizionalmente assegnati ai loro specifici ruoli, chiedendo e ottenendo,  intercambiabilità degli stessi.

L'effetto che ne conseguì fu quello di una squadra votata all'attacco, tutti gli uomini erano, sostanzialmente, multitasking.

I difensori spingevano molto e avevano l'inusuale caratteristica di salire di reparto per lasciare gli attaccanti avversari in fuorigioco, attuando la cosiddetta "tattica del fuorigioco" uno stratagemma che consentiva di difendere, mantenendo l'assetto offensivo, dal momento che il baricentro restava molto alto.

Il giocatore chiave, di quell'Ajax e di quell'Olanda, che  erano, di fatto, la stessa creatura, solo mutata "di pelle", poiché il grande Ajax costituiva l'ossatura portante di quella rappresentativa, era Johan Cruijff, l'uomo simbolo del calcio, definito "Totale", di  Michels, .

Un fantasista eccezionale che grazie a quel modo di giocare era libero di agire dove meglio credeva nel campo, alle volte assistendo gli attaccanti con passaggi smarcanti e altre rifinendo lui stesso, l'unica costante era che quando i suoi pedi accarezzavano il pallone, il pubblico rimaneva assuefatto dalla bellezza delle giocate.

Questa sensazione di appagamento dovuto dalla inebriante straordinarietà del gioco aveva colpito anche i giocatori di quell'Olanda del 1974.

Dopo una prima azione della finale, in cui i tedeschi non la toccarono mai, si dimostrarono troppo leziosi e poco concreti, soccombendo al maggior pragmatismo della Germania.

Quella squadra, seppur perdente, è entrata nella storia per la portata rivoluzionaria delle idee del suo allenatore, che sono alle base del odierno, nonostante, nel frattempo siano trascorsi più di 40 anni.

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Da Fusignano con furore

Mentre la meravigliosa Olanda strabiliava il mondo con il suo calcio, un giovane ragazzo romagnolo si trovava in Germania per conto della ditta di calzature del padre.

Potrebbe trattarsi di un viaggio di lavoro come tanti ma non è così, dal momento che il personaggio a cui si sta facendo riferimento risponde al nome di Arrigo Sacchi.

E' proprio durante quel campionato del mondo che prende forma l'idea di gioco dell'allenatore che, in seguito, farà grande il Milan e sfiorerà un titolo mondiale con la nazionale nel 1994.

Dopo tanta gavetta arrivò l'occasione rossonera che, pur con qualche difficoltà iniziale, l'ex tecnico del Rimini colse al meglio.

Ispirato dal "Calcio Totale" dell'Olanda di Michels, Sacchi mise in campo un 4-4-2 ,esigendo un pressing asfissiante tale da annebbiare le menti del gioco avversario.

La difesa era composta da una linea di quattro disposti diagonalmente con il terzino che, essendo sicuro della copertura garantitagli dai compagni scalava sul portatore di palla avversario

Il centrocampo era "a rombo", questo perché uno dei due centrali smetteva i panni del mediano, indossando quelli del suggeritore, il quale, avanzando la sua posizione doveva mandare in rete verticalmente le due punte, molto vicine l'una all'altra.

Il suo calcio, prettamente offensivo, era in grado di far segnare molti gol ma  nonostante questo riuscì con il Milan a risultare la difesa meno battuta del campionato per 4 volte.

Il dispendio fisico per sostenere quel tipo di sforzo era ampio e anche sotto l'aspetto della preparazione atletica Sacchi si rese innovatore, concentrando la sua attenzione e la sua quasi proverbiale maniacalità, sia su questo aspetto che su quello tattico.

La sua spasmodica cura per il dettaglio, tanti erano i movimenti da sapere a memoria, unito al suo brusco modo di porsi, logorò il suo rapporto con i giocatori, soprattutto quello con i campioni, per i quali non aveva particolare riguardo.

L'insieme di questi fattori segnò il declino e la caduta di un allenatore al quale va riconosciuto di aver  fatto scuola in Italia, lasciando una traccia indelebile del proprio passaggio.

Foto presa da Eurosport.it


Gardiola e il "Tiki Taka" del suo Barcellona

L'ultimo grande innovatore del calcio è sicuramente Pep Guardiola, l'uomo che ha trasformato definitivamente il Barcellona in un top club, vincendo tutto quello che si può vincere nel panorama calcistico europeo e radicando fortemente le sue idee di gioco nel contesto spagnolo, il suo Tiki Taka è infatti, insieme al talento mostruoso dei suoi interpreti, il motivo del dominio dei catalani e, più in generale, della Spagna tra il 2008 e il 2012.

L'ex giocatore del Brescia, ha proposto, sin dal suo insediamento sulla panchina blaugrana un calcio di tanti tocchi orizzontali fatti molto velocemente che richiede ai suoi interpreti molta rapidità di esecuzione e tanto talento.

I benefici di questo modus operandi risiedono nel fatto che gli avversari sono sempre costantemente costretti a correre a vuoto e questo li porta spesso a commettere errori e inoltre, questo possesso palla continuo, costituisce un 'ottima arma difensiva.

Se è vero che le grandi rivoluzioni possono definirsi tali quando si espandono su larga scala, quella di Guardiola ha tutte le carte in regola per esserlo.

L'attuale tecnico del Manchester City è riuscito a penetrare talmente in profondità nella mente di campioni del calibro di Iniesta, Xavi, Puyol , solo per citarne, tre che persino la nazionale spagnola, negli anni del grande Barcellona, pareva aver recepito quei dettami.

La caratteristica che  rende questa storia, per certi aspetti, più speciale di altre è che ancora non è finita.

To be continued...

L'ultimo Barcellona di Guardiola

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Matteo Briolini, 19 anni, riminese doc. Ha frequentato il liceo classico e ora si accinge ad iniziare a studiare Giurisprudenza all'Università Cattolica di Milano, con l'obiettivo di diventare un giorno giornalista sportivo. Le sue grandi passioni sono il rock e lo sport. Adora lo storytelling sportivo.

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