Interventi a gamba tesa

Il rugby-gate argentino


È notizia recente l’esclusione dalla nazionale argentina di rugby di tre figure di spicco della Seleccion, ovvero Guido Petti, Santiago Soncino e Pablo Matera (che della squadra era addirittura capitano). Il severo provvedimento disciplinare comminato ai tre dalla federazione rugbistica sudamericana è motivato dalle affermazioni razziste, xenofobe e misogine dei tre sui loro profili social.


La vicenda ha avuto origini curiose: nel week-end infatti l’Argentina ha affrontato, in un match valevole per il Tri Nations (ovvero il torneo che vede affrontarsi le maggiori nazionali al mondo di rugby al di sotto dell’equatore, analogo al Sei Nazioni che vede coinvolte le maggiori selezioni europee) la sempre temibile Nuova Zelanda. 

Un match capitato in un momento particolare per l’Argentina, visto che erano ancora attuali le commemorazioni in onore di Diego Armando Maradona, vero e propria icona argentina nel mondo, scomparso pochi giorni prima che la partita avesse luogo.

L’omaggio degli All Blacks nel pre-partita: una maglia nera numero 10 con il nome di Maradona viene deposta sul terreno di gioco, prima dell’esecuzione della tradizionale haka

Di Diego se ne è parlato a iosa, su tutti i media e in tutte le salse, sviscerandone praticamente ogni aspetto (come giusto che sia quando ad andarsene è un personaggio capace di esercitare una tale presa emotiva sul pubblico), che citare anche qui Maradona sembra superfluo e ridondante. In realtà Maradona e il sentimento universale di affetto e devozione che la sua figura e la sua parabola hanno saputo esercitare in particolare sui suoi connazionali rivestono un ruolo cruciale in questa storia: a far da contraltare al sentito e profondo omaggio riservato dagli All Blacks al “diez” ormai scomparso infatti c’è proprio la nazionale argentina, la quale si è limitata al minuto di silenzio prepartita e ad una fascia nera quasi impossibile da vedere, simbolo di lutto, indossata durante la gara.

La questione ha fatto molto rumore in patria, al punto che la Nazionale, attraverso il suo canale twitter, ha provveduto a pubblicare un messaggio con il quale chiarisce di non aver voluto in alcun modo sminuire la questione: “queríamos decirles que Diego está siempre presente y es una persona sumamente importante para este equipo” concluderà poi il tweet.

Un omaggio silenzioso e sobrio, troppo sobrio se paragonato alle scene viste nei giorni precedenti alla Casa Rosada. Un atteggiamento quasi freddo, distaccato, in cui qualcuno ci ha visto persino una punta di fastidio da parte dei quindici scesi in campo in maglia albiceleste, verso un personaggio estraneo al loro mondo che, da morto, è entrato in maniera prepotente sul campo da rugby. Un peccato imperdonabile quello di Diego, visto che i due mondi, nonostante l’origine comune, sono finiti pian piano per essere acerrimi rivali incompatibili fra loro.

Un peccato ancora più detestabile però, almeno agli occhi del popolo argentino, è stato quello di cui si sarebbero macchiati i giocatori della nazionale di rugby nei confronti di D10S: gli studiosi della tragedia greca potrebbero quasi divertirsi a chiamare in causa la hybris, la tracotanza, l’azione empia che portava i protagonisti dei drammi che se ne macchiavano a conseguenze nefaste sotto forma di punizione divina.

Questo sentimento di indignazione popolare nei confronti dei Pumas (il nomignolo con cui è nota la nazionale argentina di rugby) – ci spiega Federico Larsen, giornalista di El Pais – avrebbe spinto gli argentini a prendere d’assalto gli account social dei giocatori, scandagliandone gli scritti in profondità, facendo venire alla luce i tweet incriminati (datati, va detto, fra il 2011 e il 2013) che hanno portato alla drastica presa di posizione da parte dei vertici dell’Union Argentina de Rugby, la massima autorità nazionale in merito alla palla ovale.

In particolare spiccano i commenti dell’ex capitano Matera e di Petti, i quali rispettivamente si son macchiati di razzismo il primo (con commenti decisamente poco corretti nei confronti degli immigrati di origine boliviana e paraguaiana) e commenti sessisti il secondo (nei quali fra le altre cose minacciava di pestaggi un’impiegata che lavorava a casa sua).

L’ex capitano dei Pumas Matera, in azione contro gli All Blacks

Una vicenda oggettivamente odiosa, che non merita ulteriori commenti (anche se viene da chiedersi come mai l’UAR abbia deciso di prendere provvedimenti solo adesso, e quindi con un ritardo quasi decennale dai fatti incriminati: possibile che, ai vertici federali, nessuno fosse a conoscenza della situazione?).

Tuttavia l’episodio ha dato il là a una serie di analisi sociologiche sul rugby argentino e sul suo seguito. In Argentina, più ancora che in altri paesi, lo sport rappresenta uno status-symbol della classe sociale di appartenenza: al rugby (e anche al polo in un certo senso), lo sport giocato dai rampolli della Buenos Aires bene (quindi coloro che, con ogni probabilità, giocheranno un ruolo chiave nella politica del paese) che frequentano i prestigiosi college privati di origine ed ispirazione britannica, fa da contraltare il calcio, lo sport volgare per eccellenza, quello tramite il quale i “negros” cercano di sfuggire alla loro miseria.

Ciò fa del rugby uno sport in un certo senso elitario: come scritto sul Post non solo gli atleti, ma anche il pubblico proviene da quella fetta di popolazione, per la quale assistere ad una partita non è affatto un problema, nonostante un biglietto costi almeno il doppio rispetto a un evento analogo del campionato di calcio. Lo sport di un’élite vicina a pensieri di destra d’ispirazione peronista, non nuova ad episodi di razzismo e violenza.

Uno spaccato ben rappresentato da “El Clan”, film del 2015 di Pablo Trapero premiato con il leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia: nel film viene narrata la vicenda di Arquimedes Puccio e di suo figlio Alejandro, asso del rugby argentino negli anni Ottanta.

Naturalmente non è il rugby il problema: il nobile sport della palla ovale, finito sotto gli strali dell’opinione pubblica argentina a causa di questa vicenda, ha solo la “colpa” (se così si può dire) di essere lo sport d’elezione di una frangia del Paese macchiatasi in passato di episodi violenti, ed è tuttora ostaggio di quest’ultima, la quale non è ancora del tutto estranea da sentimenti generali di odio e razzismo che, come noto a tutti, sono difficili da estirpare.

Sempre restando nel mondo della palla ovale attorno a Buenos Aires, non sono mancati episodi di virtuoso eroismo che hanno visto protagonista il mondo del rugby, magari proprio quando il calcio chiudeva gli occhi o si voltava dall’altra parte: risale proprio al 1978, l’anno dei mondiali di calcio usati come vetrina dalla giunta peronista, la vicenda dei 17 giocatori del La Plata finiti nel lungo elenco dei desaparecidos di cui è responsabile la dittatura militare, la cui storia è raccontata con la passione e il rispetto che merita da Claudio Fava in Mar de Plata.

D’altronde, come disse colui il quale ha involontariamente dato origine a questa vicenda, “La pelota no se mancha”: e questo è vero anche per la palla ovale.


 

Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.