
Considerazioni sparse post Napoli-Rijeka (2-0)
Anche a Napoli, seppur a fatica, "the show must go on".
- Paul Ashworth in fever pitch ci ha insegnato che la bellezza del calcio sta nella sua ciclicità: in realtà nulla finisce, tutto ricomincia nuovamente, in un cerchio che si autorinnova e dà sempre una nuova possibilità. Anche a Napoli dunque "the show must go on", e il pallone torna, nonostante tutto, in qualche modo a rotolare;
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Il nostro lavoro si basa sull'impegno e la passione di una redazione giovane. Tramite l'associazione ci aiuti a crescere e migliorare sempre la qualità dei contenuti. Associati ora!- I primi 45 minuti però ci mostrano due squadre scese in campo in maniera quasi svogliata: ritmi blandi da stimolare la narcolessia, manovre eseguite a ritmo tartaruga, una squadra che bada innanzitutto a non prenderle sperando di mantenere in bilico il risultato fino alla fine per tentare un arrembaggio disperato. Per molto tempo, lo spettacolo visivamente più bello per i nostri occhi non è stato dentro, ma quello andato in scena appena fuori all'impianto di Fuorigrotta;
- Nel finale la gara si vivacizza un minimo, complici gli ingressi dei migliori interpreti della squadra partenopea: Mertens, Insigne e Lozano, tenuti inizialmente fuori dalla contesa. Una volta innalzato ulteriormente il divario tecnico, per il povero Rijeka c'è stato davvero poco da fare;
- Rijeka che, dal canto suo, non gioca una cattiva gara: il suo piano gara, volutamente passivo e solo raramente reattivo, funziona grazie alla gran densità messa in zona centrale a protezione dell'area. Non sono mancate delle buone folate offensive, che però i croati non sono riusciti a concretizzare;
- Nel Napoli migliori Politano nel primo tempo e Lozano nel secondo, ancora imballato Zielinski anche se in crescendo. Il 4-3-3 rivitalizza un minimo Mertens, chissà che non lo rivedremo domenica contro la Roma.
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Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie.
Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.
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