Interventi a gamba tesa

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Getto immediatamente via la maschera: abito a Napoli, tifo per gli azzurri, sono Maradoniano. E questo è un momento di merda.


Sono nato alla fine di un’epoca: la 10 del Napoli aveva già altri padroni, che trasportavano sulle spalle questo leggerissimo pezzo di stoffa azzurro come il più grosso dei macigni, un grave che nelle giornate buone faceva toccare il cielo con i tacchetti delle scarpe ma il più delle volte trascinava giù fino al centro della Terra, rendendo impotenti i più singoli gesti.

Non ho visto Maradona: secondo una vecchia canzone non mi sono mai innamorato.

Non ho visto Maradona eppure ho sempre sentito la sua presenza quasi alitare su di me e sulle giornate di tutti coloro che mi erano accanto. Il suo passaggio, d’altronde, è sempre stato estremamente tangibile in città: una presenza che, in casi analoghi, è vista come discreta e delicata ma non stavolta, tanto che è stata ridondante e invadente sotto certi aspetti. Insomma, come può essere che in una città fra le più antiche del bacino del Mediterraneo, baciata da una natura particolarmente benevola e feconda di storia ed arte, frotte di turisti e curiosi si accalchino per un capello di un ex calciatore?

A piazzetta Nilo, in pieno centro storico, a metà strada fra una San Gregorio Armeno culla dell’arte presepiale e l’incantevole e misterioso Cristo Velato, è possibile imbattersi in un altare votivo come tanti altri in città, eppure unico perché non occupato da san Gennario o dalla Madonna del Rosario.

La verità che, se ci limitiamo a quest’ultima prospettiva, tutto ci sembrerà esagerato, ridicolo, teatrale, melodrammatico: gli altarini, le poesie, le lacrime che qualcuno (che magari neanche avrà mai visto giocare Diego) ha versato appena appresa la notizia

Maradona, però, non è stato solo questo: Maradona è stato un’icona, una bandiera sotto la quale in tanti si sono riuniti. Non solo Napoli, dove ha raggiunto l’apice della sua carriera e raggiunto fattezze quasi salvifiche, e Argentina, la maglia che più di tutte ha servito e onorato, e alla quale ha regalato i suoi più potenti sprazzi di bellezza.

¿de qué planeta viniste?

Maradona ha saputo catturare l’attenzione, sedurre e conquistare tutti coloro che, amanti del calcio o meno, hanno visto in quell’ometto piccolo e persino un po’ tracagnotto, una rivoluzione in atto, un tornado che potesse sovvertire lo status quo: trasformare la SSC Napoli da piccola squadra di provincia, persino un po’ sfigata a pensarci bene, in una corazzata in grado di dettare legge a Torino e Milano, e poi persino a Monaco e Stoccarda, nella notte della Coppa UEFA. Se il Napoli e l’Argentina sono state le Cenerentola, Maradona per entrambe è stata la fata madrina, quella con la bacchetta magica capace di trasformare i topini in purosangue di razza e delle zucche marce in una lussuosa carrozza.

Come ha scritto Gianni Montieri meno di un mese fa su L’Ultimo Uomo, in occasione del suo sessantesimo compleanno: “Maradona ci ha insegnato a sognare, ci ha uniti nel segno di qualcosa, quel qualcosa era lui che poteva arrivare fino in porta palla al piede, in qualsiasi momento. Quella ragazza che ci piaceva tanto ci avrebbe baciato, l’interrogazione del giorno dopo sarebbe andata bene, per non dire del compito di matematica. Avremmo avuto vite migliori perché Maradona stava dalla nostra parte, era nostro. Non del Napoli o della città, era di ciascuno di noi.”

Maradona ballava sulle note della follia, domandole a proprio piacimento. Ma non lo faceva solo per appagare il suo ego: il suo era un messaggio ai suoi compagni di squadra: “Di fronte c’è il Bayern, che è fortissimo: ma ci sono io, quindi noi siamo più forti”.

A Napoli esiste un vecchio modo di dire, che recita: “Adda venì baffone”, il suo significato è sovrapponibile al manzoniano “Verrà il giorno…” che lo scrittore mette in bocca a padre Cristoforo, difensore degli oppressi Renzo e Lucia, rivolto all’oppressore don Rodrigo: una preghiera laica in cui si invoca l’arrivo di un eroe che, per quanto sia complicata la situazione in cui si versa, ribalterà i pronostici e ristabilirà la giustizia: mai niente, finora, ha avuto le sembianze di “baffone” proprio quanto abbia fatto Maradona. 

E perciò amato alla follia da una piazza passionale come poche, che dell’amore ha saputo farne poesia e canzone come poche altre nella storia, che si riunisce in uno stadio per riabbracciare il proprio figlio, fratello, amato; oscurando la festa del povero Ciro Ferrara, forse l’unico che da festeggiato e padrone di casa si è ritrovato volontariamente ad essere imbucato.

Napoli che si è fatta tela per il suo più grande artista

Per essere stato tutto questo, dico grazie a Maradona. E sì, non ho dimenticato tutti i vizi, le bassezze, il fango di cui si è sporcato: Maradona è stato sovraumano eppure troppo umano per sopportare tutto questo. Credo però che, al di là di tutto, le icone e i simboli siano ciò che realmente ci rende immortali: e quindi no, non cancelliamo tutti i difetti, gli errori compiuti e pagati a caro prezzo. Ma quelli sono morti con lui in questa triste giornata di novembre.

Maradona e tutto ciò che ha rappresentato invece restano lì, indelebili.

Ah, e poi c’è stato il campo da calcio, le giocate, le magie, i gol, le partite: per quelli di tempo ce n’è stato, ce n’è e ce ne sarà.

Oggi, però, il pallone è inesorabilmente e indiscutibilmente sgonfio.

Nato per puro caso a Caserta nel novembre 1992, si sente napoletano verace e convinto tifoso azzurro. Studia Medicina e Chirurgia presso l'Università degli studi di Napoli "Federico II", inizialmente per trovare una "cura" alla "malattia" che lo affligge sin da bambino: il calcio. Non trovandola però, se ne fa una ragione e opta per una "terapia conservativa", decidendo di iniziare a scrivere di calcio e raccontarne le numerose storie. Crede fortemente nel divino, specie se ha il codino.