Interventi a gamba tesa

Che fine ha fatto Dolgopolov? Storia e sparizione di un virtuoso della racchetta


Smorzate, rally e l’ombra di un padre allenatore. Un talento fuori dagli schemi. Dopo averlo visto all’opera con il suo tennis elettrico, Aleksandr Dolgopolov è sparito dal tennis da quasi tre anni. Che fine ha fatto? Ve lo raccontiamo in questo articolo.


Lo avevamo visto esplodere nel 2010. All’anagrafe, almeno prima del cambio di nome, faceva Oleksandr Dolgopolov Jr. Un ragazzino affilato, dal fisico nervoso e la coda di cavallo, figlio d’arte di un allenatore professionista e di una ginnasta medaglia d’oro europea. Il suo tennis? Una sinfonia furibonda di decellerazioni e cambi di ritmo, con botte piatte e tagli affilatissimi, smorzate mortifere che tornavano indietro.

Poteva giocarne anche quattro di fila, come se niente fosse, e poi sfoggiare un sorrisino autocompiaciuto. Dolgopolov era tutto questo. Un talento puro. Un’esteta del colpo ma non della tecnica, particolarissima, a tratti scomposta, roba che non si insegna nelle scuole. A suon di smorzate si era issato fino al numero 13 del ranking. Dal 2018 ad oggi di lui si sono perse le tracce. Ma che fine ha fatto Dolgopolov?

Nel nome del Padre: Aleksandr che fu Oleksandr

Oleksandr Dolgopolov Jr. nasce a Kiev nel 1988 con la racchetta nella culla, ma nella madre patria ci sta poco. Fin da piccolo è in giro per il mondo con il padre omonimo, Oleksandr Senior, allenatore del campione ucraino Andrij Medvedev (n°4 ATP).

Nelle pause tra un match e l’altro, il piccolo Oleksandr palleggia con i mostri sacri del tennis: Agassi, Becker, Courier, lo stesso Medvedev. La sua strada è decisa: sarà un tennista professionista. A seguirlo in veste di coach è proprio il papà, almeno fino ai cancelli dell’Olimpo del tennis. Nel 2008 infatti, il giovane Dolgopolov recide i legami con la dura disciplina sportiva paterna e prova a trovare la sua strada da solo. Ma non gli basta cambiare coach. Erede del padre è chi lo uccide, e nel 2010 Dolgopolov cambia nome in Aleksandr, proprio per distinguersi dal padre.

Dolgopolov a 14 anni in campo con il padre.

dolgopolov

Una svolta chiamata Jack Reader

Il tennis di Dolgopolov è follia ad alto rischio, ma in campo il carattere del ragazzo è freddo e disciplinato, forse per via dell’educazione paterna. Fuori dal campo invece è tutta un’altra storia: a Dolgopolov piace godersi la vita. Il primo a capirlo è un australiano di Adelaide, un surfista dai capelli lunghi e la faccia segnata dal sole. Si chiama Jack Reader. Nell’ambiente, è conosciuto come una sorta di Hemingway della racchetta, un tizio che gira con stecche di sigarette e cassette di birra nello zaino, una mano sulla racchetta e l’altra sulla schiena di una bella ragazza. Ma è anche un ottimo allenatore.

Nel 2008 diventa il coach di Dolgopolov e lo sottopone subito alla cura Jack Reader. Arrampicate sulle rocce, nuoto, esercizi sulla tavola da surf. Oltre al lavoro specifico sul campo per Reader conta tantissimo l’aspetto umano del giocatore.

“Ho bisogno di capire da dove viene una persona, come pensa e come reagisce alle situazioni. Conoscere i suoi amici, i genitori e il suo background. Magari bermi qualche drink e parlare con loro.”

Questo il Reader-pensiero. In breve tempo per Dolgopolov arrivano anche i risultati , con la scalata alla classifica mondiale, la prima finale ATP e i quarti di finale all’Australian Open. Vedere giocare “The Dog”, come lo chiamano, è come lanciare una moneta in aria, un’esperienza a due facce. In giornata di grazia, l’ucraino manda al manicomio chiunque, con mille smorzate, un timing da robot e una meccanica di servizio talmente veloce da risultare quasi illeggibile. Se lo becchi con la luna storta invece, il suo tennis ad alto rischio diventa suicidio e gli si rivolta contro. Jack Reader riesce a dare continuità alle sue prestazioni.

Dolgopolov e Jack Reader.

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Fuori dal campo c’è spazio per le bizzarrie, sia di Dolgopolov che dello stesso Reader. È normale per esempio che Aleksandr prenda la sua Subaru e guidi per dodici ore filate da Kiev a Mosca, dove si gioca un torneo. La seconda passione di Dolgopolov sono infatti i motori e, a suo dire, se non avesse fatto il tennista avrebbe provato a diventare pilota di rally. Famosa la volta in cui all’aereoporto di Nizza, la hostess chiese loro se potevano provare di essere una coppia: per risparmiare i due mattacchioni avevano acquistato due biglietti con il massimo dello sconto riservati…alle coppie gay.

Stranezze a parte, a fine 2012 si interrompe il rapporto con Reader. E dopo un solo mese di tentativi alla corte del “mago” Santoro, arriva il colpo di scena. Dolgopolov torna sotto l’ala del padre, di nuovo suo allenatore. Sul suo profilo dell’ATP, Aleksandr lo definisce la persona che più l’ha ispirato nella vita. È il suo ritorno a casa. Fino al 2015 mantiene un ottimo livello, con alti e bassi e una classifica a ridosso dei primi venti al mondo. Poi inizia la lenta discesa di The Dog.

Gli infortuni, la sindrome di Gilbert e…la setta

L’ultima partita ufficiale di Dolgopolov risale al maggio 2018, persa a Roma contro Djokovic. Da quella data in poi il nulla. Tanto che una pagina di suoi adepti (più di 850) ha deciso di fondare una setta raeliana in suo onore, e di seguirne le tracce in attesa del suo ritorno. Lo stampo è chiaramente ironico e la verità è che Dolgopolov non è stato rapito dagli alieni. Semplicemente è stato molto sfortunato. Nel 2018 si è operato al polso, che da mesi gli creava problemi, ma la riabilitazione si è rivelata più dura del previsto e ha dovuto ritornare sotto i ferri nel 2019.

A complicare i tempi di recupero, c’è stata la sindrome di Gilbert, il disturbo al fegato di cui Dolgopolov soffre da sempre, e che causando problemi di metabolismo e circolazione, lo debilita e lo obbliga a prendere medicinali. Il suo ritorno sembrava previsto per il 2020, ma un nuovo infortunio alla gamba, annunciato dall’ucraino sui social, lo ha tenuto nuovamente ai box. Nel frattempo Dolgopolov, ha affrontato la sosta forzata a modo suo…

La fine dello show?

Una cosa è certa, in una fauna infinita di rigidi regolaristi da fondocampo, Dolgopolov è una scossa di elettricità, un’anomalia dello spartito tennistico, che lui suona a modo tutto suo, giocando sui ritmi e sulle velocità, ed esplorando tutte le zone del campo.

Nonostante gli infortuni e gli ormai 32 anni, vederlo ritornare a giocare ai suoi livelli sarebbe una gioia per il mondo del tennis, a cui Dolgopolov forse non ha ancora mostrato l’intero show.


 

Nato il 01/01/1996 chiedendosi perché tutti gli facessero gli auguri. Di buon anno. Cremonese di nascita, milanese d’istruzione. Laurea in Comunicazione, Media e Pubblicità e Master in Arti e Mestieri del Racconto, tutto in IULM. Creativo da tastiera. Scrittore, ex-tennista, cinemaniaco. Segue uno stile ma non la moda. Ama la letteratura americana, la Toscana e i fumetti di Corto Maltese.