Interventi a gamba tesa

Considerazioni sparse su “Mi chiamo Francesco Totti”

francesco totti

“Mi chiamo Francesco Totti” sceglie la strada del racconto popolare e centra in pieno l’obiettivo principale: emozionare lo spettatore.


– Innanzitutto l’ispirazione, evidente, ambiziosa: “Maradona” di Asif Kapadia, eccellente documentarista britannico passato da Ayrton Senna a Amy Winehouse prima del suo straordinario lavoro sul Pibe (che potete recuperare su Netflix) a cui Infascelli si è rifatto per esempio nella totale scomparsa delle video-interviste che spezzino il flusso dei ricordi e delle immagini di repertorio. Kapadia, che aveva a disposizione centinaia di ore di video maradoniani molti dei quali inediti, aveva canalizzato tutto quel bendidio in una narrazione di stampo scorsesiano, come il memorabile inizio in camera car verso lo stadio San Paolo. Infascelli, più modestamente ma non meno intelligentemente, sceglie la strada di un racconto popolare che centra in pieno l’obiettivo principale: emozionare lo spettatore;

– Ma la grande differenza col “Maradona” di Kapadia è piuttosto ovvia. Quel film era un’opera polifonica attorno all’evo napoletano di Diego, con più versioni, più voci, più punti di vista, più interviste. Questo film è un monologo in cui ascoltiamo la versione di Totti e di Totti soltanto, un ritratto che tende all’agiografia, da cui vengono volutamente smorzate o del tutto rimosse le parti più aspre (lo sputo a Poulsen, il calcio a Balotelli, la sconfitta in coppa Italia nel 2013…). Discutibile? Sicuramente sì. Ma ben fatto, autentico in modo soddisfacente, romantico, passionale e alla fine anche sofferto (certo, ci piacerebbe conoscere presto anche la risposta di Spalletti…);

– La simpatia naturale e istintiva di Totti non è incasellabile in nessun copione, in nessuna sceneggiatura: ogni tanto qualcuno salta su e propone una sit-com con Francesco e Ilary, senza pensare che verrebbe a mancare del tutto la spontaneità della versione “originale”. Infascelli trova il modo per farla emergere, con una voce-off ironica e auto-ironica, per esempio nello scempio calcolato che fa della dizione e della buona recitazione. La frase chiave è “Torna un po’ un attimo indietro?”, inserita anche nel trailer, che nella finzione serve a Totti per riavvolgere il nastro di alcune vecchie immagini – e quindi, pensiamo noi, per riviverle ancora un altro po’;

Ok Totti, ma gli altri? “Mi chiamo Francesco Totti” ha un gran numero di attori non protagonisti. Non solo, ovviamente, i genitori, gli amici di una vita, Ilary e i figli, ma anche compagni di viaggio, colleghi, allenatori e presidenti tutti variamente importanti. Del veleno su Luciano Spalletti avrete già letto. Notevole anche la totale indifferenza verso James Pallotta, il presidente che pone fine ai suoi 25 anni di carriera: mai nominato e presente in una sola immagine, quella dell’ultimo rinnovo del contratto. Ma soprattutto brilla, quasi risplende la sostanziale assenza di Daniele De Rossi, cui Totti preferisce il partner in crime Cassano, il giocatore più forte (secondo lui) con cui abbia mai diviso lo spogliatoio.

Anche l’errore di Amazon Prime, non è certo passato inosservato

totti

– Pensate che un bravo documentarista non veda l’ora di mettere le mani su un archivio sterminato di immagini e ricordi? Vero, ma i problemi di abbondanza sono a volte ancora più complicati del loro opposto: quando si hanno in mano le carte migliori, ci si sente moralmente obbligati a pensare e montare il finale perfetto. Avendo a disposizione “un colpo solo”, come De Niro nel Cacciatore. Infascelli coglie nel segno e non spreca la sua cartuccia con una scelta musicale davvero azzeccata, la bella e tristissima Solo di Claudio Baglioni. Non troppo famosa benché molto ben presente ai fan del cantautore romano (e romanista).

(a cura di Giuseppe Pastore)


 

La redazione di Sportellate.it nasce in un attico riminese nell'estate del 2012. Oggi è la voce di una trentina di ragazzacci da tutta Italia. Non ama prendersi troppo sul serio.