Interventi a gamba tesa

Disquisizione sulla narrazione sportiva


Soggettiva, sfuggente, amata e odiata, criticata e bistrattata, la narrazione sportiva, nonostante non sia considerata molto dal pubblico generalista del nostro paese, riesce a creare dibattiti e scontri. A voi, il mio umile e battagliero punto di vista.


La lettura e la scrittura sono due entità astratte che vanno a braccetto nella loro soggettività individuale e, per questo, quando incontrano una mente particolarmente predisposta all’azzardo, ne scaturisce un dinamico cambiamento. Come sappiamo, una variazione è difficilmente comprensibile e assimilabile, specialmente in prima battuta, quando entra in rotta di collisione con il nostro presente, sconvolgendolo, facendocelo odiare. La nostalgia ha inizio quando il passato, che a nostra volta mal sopportavamo perché presente fino a poco prima, viene rivalutato con tanto di crismi.

La mente umana è quel bel luogo dove nascono e muoiono, quasi in contemporanea, le più grandi rivoluzioni. Quante volte, cari appassionati di sport e di letteratura sportiva, avete sentito nominare sempre gli stessi scrittori/giornalisti, riferendosi ai grandi del passato, i quali sarebbe i depositari del bello stile, mentre la maggior parte dei moderni apparterebbe ad una schiera di scribacchini egocentrici che utilizzano la metafora come spada e l’epica come un’arma a doppio taglio, con pseudo racconti infarciti di retorica da quattro soldi e sentimenti forzati e sdolcinati?

Tante, troppe.

La narrazione sportiva italiana è morta, la narrazione sportiva italiana è viva!

In fondo, è l’eterna storia dell’uomo, che fin dall’alba dei secoli vive in un perentorio sogno nostalgico, si sente estraneo dalla propria epoca, assuefatto dalla barbarie quotidiana che lo sconquassa fin dentro le viscere.

Sapete cosa ammazza il tentativo di descrivere un personaggio e tratteggiarne la storia? La rivalutazione post mortem, oppure il cieco e personalistico racconto di chi non allarga i propri orizzonti per focalizzarsi esclusivamente sulle proprie idee.

Ora, perché Gianni Brera poteva dire e scrivere quel che voleva sull’Arancia meccanica olandese, su Rivera e i presunti abatini, sul Milan di Sacchi, mentre un ventenne del 2020 non può spiccare voli metaforici su uno sportivo?

Perché non ricordare gli errori dei grandi, ormai passati a miglior vita, per criticare ragazzi che il più delle volte scrivono esclusivamente per passione e che tanto non vedranno mai il becco d’un quattrino?

Qualcuno, anni fa, si chiedeva se mai oggi possa nascere un nuovo Brera, o Mura, o Arpino. Si, rispondo io, ma difficilmente passerà alla storia come loro, per un paio di semplici motivi: i giovani aspiranti giornalisti, che si cimentano nella scrittura su testate online e siti, non avranno mai quella sacrosanta retribuzione che permetta  di coltivare la loro passione-lavoro e vivere dignitosamente, magari viaggiando di tanto in tanto, per alimentare il sacro fuoco della creatività. Ma, giustamente, la colpa è da attribuire alla loro voglia di cambiamento.

narrazione sportiva

Federico Buffa ha dato il via ad un filone narrativo ben preciso, approfondito e accattivante nella ricerca della citazione letteraria e della comprensione dell’animo umano. Esiste un pre e post Buffa, anno zero il 2014. Sono passati appena sei anni e molti giovani hanno assimilato ed utilizzato, anche un solo frammento, di quella magnifica messa laica che era Storie Mondiali. Ora, chi si cimenta in un racconto, deve lasciar libero sfogo alla fantasia, sperimentando, eccedendo alle volte, consapevole che, mescolare elementi diversi, come sport, cinema, musica, storia, è azione assai difficile e ad effetto boomerang, perché, quella metafora che credevamo bellissima, potrebbe risultare ridondante.

Fa parte dei rischi del mestiere osare, pur sapendo di poter cadere.

Non fa niente, si ricomincia con una nuova pagina.

L’aspetto meno esaltante è quando dobbiamo sorbirci epitaffi e litanie su quanto sia rivedibile, banale, vuoto, evanescente, mistificatore, lo storytelling contemporaneo, prendendo, come negativi, esempi che mai dovrebbero essere presi: paragonare Zaniolo a Totti non è storytelling, significa semplicemente avere le idee confuse.

No, il giornalismo non è solo parlare della storia del fenomeno di turno, ma scriverne ci allevia la sofferenza di non poter fare quello che vorremmo e in maniera seria e approfondita. Ecco perché descriviamo, alle volte esagerando, le storie che raccontiamo, per non pensare a quanto potremmo fare in altri contesti, con mezzi superiori a quelli di cui disponiamo attualmente, nella nostra cameretta rimasta al periodo dell’adolescenza, quando credevamo che, se avessimo ideato qualcosa di bello, il mondo sarebbe potuto cambiare.

Il dualismo Sarri-“Che” Guevara non regge per incongruenza caratteriali, storiche e per tanto altro, su questo siamo d’accordo, ma, fidatevi, tra qualche anno, personaggi come Rashford, Hamilton e Kaepernick, saranno raccontati come meritano. Non è per essere sdolcinati, non è per vendere una storia ingannevolmente romanzata: amiamo lo sport e vogliamo farlo a modo nostro, che vi piaccia o no.

La narrazione da social è un nuovo genere che ha aperto le porte anche agli appassionati e non solo agli addetti ai lavori e viene utilizzata, alle volte, come palestra per chi vuole cominciare a scrivere. Porre come esempi i più stranianti casi di storytelling è come dire che Tarantino incita alla violenza nei suoi film: è fuorviante. Quando facciamo una citazione, vogliamo regalare un ulteriore particolare, non vogliamo infarcire un racconto con stronzate messe a caso per fare quelli che ne sanno di cultura pop. Le cose cambiano, i grandi del presente scrivono la storia, mentre voi blaterate.

“Io dipingo rinoceronte! Io dipingo voi! Sì, i vostri occhi tristi, le vostre labbra che s’affondano sulla sabbia calda, con la lacrima sola! Si e dentro quella lacrima un’altra faccia, di Cristo la faccia!”

Midnight in Paris, Woody Allen.


 

Classe 1996, laureato in Lettere, semina pareri e metafore su un pallone che rotola, aspettando il grande momento.