Interventi a gamba tesa

Considerazioni sparse pre ATP Finals di Londra


Nella severissima bolla londinese il “quinto slam” giunge alla cinquantesima edizione, l’ultima prima del trasloco a Torino. Sarà confermata l’aria di cambiamento o è tempo di restaurazione?


– Le Finals sono un torneo atipico, foriero di novità e anticipazioni di tendenza. Il format al meglio dei tre con round robin (quest’anno i gruppi saranno intitolati nel singolare Tokio 1970 e Londra 2020 in ossequio al cinquantesimo anniversario, mentre nel doppio renderanno omaggio ai gemelli Bryan, appena ritirati e già leggenda) che consente un margine di errore di solito sconosciuto nel tennis fa la sua parte, ma le sorprese maturate sono figlie anche del periodo della stagione, nel pieno dei titoli di coda e lontano dagli Slam, che ultimamente hanno rappresentato una priorità assoluta nella programmazione sempre più mirata dei big three. Non può essere un caso se è dal 2015 che non vince più nessuno di loro (nel 2016 l’intruso è stato Andy Murray – quasi un membro del club –, nel 2017 la finale ha visto opporsi due autorevoli esponenti della lost generation, Dimitrov e Goffin breve attimo d’argento prima di cedere la scena ai giovani rampanti, Zverev nel 2018 e Tsitsipas nel 2019). Paradossalmente questa stagione scarna può favorire una controriforma. Il favorito d’obbligo, infatti, è il pentacampione Djokovic, determinato a raggiungere il convitato di pietra Roger Federer, assente ingombrante dall’alto dei suoi sei allori. Nole in questo 2020 di luci e ombre ha ottenuto grandi risultati sul campo senza spremersi troppo. Le polemiche che l’hanno accompagnato quasi come una versione delux della nuvola dell’impiegato sono ormai un nutrimento per la sua rabbia agonistica. L’ultimo caso è coinciso con la sconfitta viennese contro Sonego, una partita vissuta con scarso impegno – esibito a fine gara in classico stile la volpe e l’uva – visto che l’obiettivo di essere numero uno a fine anno era già stato raggiunto;

Ecco i due gruppi di ferro.

– Un capitolo a parte lo merita Rafa Nadal. Non crediamo che abbia blocchi psicologici nei confronti di questo torneo, ma l’assenza del suo nome nell’albo d’oro è piuttosto rumorosa. Lo leggi e lo rileggi e quasi non ci credi. Il toro di spagna, il sovrano del rosso che è riuscito a varcare i confini della sua terra vincendo ovunque, persino sul nobile manto di Wimbledon, qui ha ottenuto soltanto due secondi posti, sconfitto, manco a dirlo, da Federer e Djokovic. Il cemento indoor non è il suo pane quotidiano, ma rispetto al passato potrà vantare qualche riserva energetica in più avendo giocato pochissimo dopo il lockdown, giusto il tempo di una messa a punto romana – sconfitto da Schwartzman – e il solito Roland Garros prima della semifinale persa a Bercy contro Zverev. I favori del pronostico non gli arridono, ma se gli avversari dovessero mostrare qualche incertezza e magari una giornata opaca al servizio, sarà pronto a saltare sul treno in corsa. Le parole Nadal e impossibile, d’altra parte, non possono stare nella stessa frase.

– Giovani veterani. Il campione uscente Stefanos Tsitsipas ama questa superficie che gli è valsa cinque trofei Atp su sei, ma è reduce da una stagione altalenante in cui la conferma a Marsiglia rimane l’unico acuto. Vero che la semifinale al Roland Garros e il terzo turno con Coric agli Us Open sono state sconfitte tirate e rocambolesche, a cui possiamo aggiungere la resa onorevole con Raonic al penultimo atto di Cincinnati, insomma il greco è un giocatore vivo che può riaccendersi nella bolla londinese. Per Alexander Zverev la serenità rimane un’utopia, ma il ragazzo sembra averci fatto il callo e ha vissuto la sua miglior stagione da professionista, brillando persino negli Slam (semifinale a Melbourne, finale a New York e ottavi a Parigi). I due titoli a Colonia e la vittoria sfiorata a Bercy rendono l’idea dello stato di forma del tedesco, nonostante le turbative che tormentano di continuo la sua vita extratennistica. Con l’assistenza del servizio si candida a ripetere l’impresa del 2018, quando ha eliminato Roger in semifinale e Djokovic in finale;

– Capitolo seri candidati: qui accorpiamo due che questo trofeo non l’hanno ancora sollevato ma prima o poi lo faranno. L’austriaco Thiem, lavorando con la costanza di una formichina, è diventato un gigante e a New York ha messo le mani sul suo primo Slam alla quarta finale. Stranamente non ha sollevato altri trofei ma il numero tre del ranking certifica la sua continuità di risultati, inoltre The Dominator è migliorato soprattutto lontano dalla sua superficie d’elezione, la terra rossa, vincendo titoli indoor nel 2019 (Vienna) e nel 2018 (San Pietroburgo). Spesso è stato tradito dalla sua stessa generosità, giungendo scarico al momento decisivo, anche quest’anno ha giocato più degli altri, ma potrebbe aver sfruttato le ultime eliminazioni premature per recuperare le forze. Discorso diverso per Daniil Medvedev, che lo segue a ruota nel ranking Atp. Il russo non è riuscito a replicare i fasti di un 2019 da quattro titoli e una finale Slam, ma ha ritrovato smalto e fiducia di recente con la vittoria del Master 1000 di Bercy. Non è da trascurare nemmeno il percorso agli Us Open, con una semifinale passata sotto silenzio alla luce della finale dello scorso anno. La parentesi rossa l’ha non è stata granché ma questo gli ha permesso di conservare energie preziose. Ha già preso confidenza con il torneo lo scorso anno, per cui ha tutte le carte in regola per giocarsi un pass in semifinale;

– L’ultima considerazione riguarda i due outsider, esordienti e freschi di ingresso in top ten. Due che giocheranno liberi da pressioni e aspettative. Rublev è il più imprevedibile, quello capace di qualsiasi cosa. Il giovane russo quest’anno ha fatto di tutto per cancellare la fama di giocatore discontinuo e ha sollevato ben cinque trofei, più di tutti nel circuito. Tra Vienna e San Pietroburgo ha dimostrato di muoversi bene come pochi sul cemento indoor. Dovrebbe essere l’anello debole di un girone di ferro, ma questa teoria ci convince poco e può essere tranquillamente ribaltata assegnandogli il ruolo della scheggia impazzita da cui guardarsi. Certo non lo aiuterà l’esordio con Nadal, incontrato solo nel massacro dei quarti degli Us Open 2017. L’underdog dell’altro girone sarà El Peque, Diego Schwartzman, che quest’anno non ha messo nulla in bacheca ma ha offerto grandi prove nell’ultimo periodo, battendo Nadal e Thiem sul rosso e collezionando ottimi piazzamenti – semifinale al Roland Garros, finale a Roma e Colonia, quarti a Bercy. Sarà molto complicato per l’argentino mettersi alle spalle due tra Djokovic, Medvedev e Zverev, ma potrà godersi l’esperienza libero da pressioni e aspettative, il che a volte può trasformarsi in una scintilla.

Nicola Balossi Restelli, annata 1979, vive a Milano con una moglie e tre figli e si divide tra scrittura e giardinaggio. La sua insana passione per lo sport ha radici pallonare e rossonere, anche se la relazione più profonda e duratura è stata quella con la palla a spicchi, vissuta sui parquet (si fa per dire) delle minors milanesi dagli otto ai quarant’anni, quando ha appeso le scarpe al chiodo. Gravemente malato anche di tennis e di Roger Federer, ne scrive talvolta su https://rftennisblog.com/.