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- di Valerio Santori

Cosa resta del Mestiere del calciatore di Gianni Brera


Gianni Brera è stato un cercatore con sguardo di seta. Il primo reale teorico del calcio italiano, un meteorite abbattutosi sul giornalismo sportivo nonché un uomo trovatosi nel periodo giusto e nel posto giusto per poter esprimere tutto il suo genio e la sua sensibilità. A quarantotto anni di distanza dalla pubblicazione de Il Mestiere del calciatore, è interessante rileggere le teorie del giornalista padano per cercare parallelismi col calcio contemporaneo o notare in cosa il nostro sport preferito sia radicalmente cambiato.


Gianni Brera non è stato il padre del giornalismo sportivo italiano. Troppo spesso questa presunta paternità travisa totalmente la portata della sua opera. Il padre di un mestiere lascia ai posteri saldi principi sui quali basare le future gesta, e Brera non ci è riuscito. Il suo giornalismo è stato quanto di più vicino alla narrazione si fosse mai letto sulla cartaccia fragile dei quotidiani sportivi, ma dalla sua morte nel 1992 il neonato mercato televisivo ha inghiottito ogni parvenza di germogliamento e soppiantato le narrazioni sportive con moviole e sterile clamore.

Gianni Brera non è stato neanche uno scrittore prestato al giornalismo: sono stati ben miseri i suoi successi romanzieri se rapportati alla sua fama.

Gianni Brera è stato un cercatore con sguardo di seta, questo sì. Il primo reale teorico del calcio italiano, un meteorite abbattutosi sul giornalismo sportivo nonché un uomo trovatosi nel periodo giusto e nel posto giusto per poter esprimere tutto il suo genio e la sua sensibilità.

Quando nel 1972 esce Il mestiere del calciatore per i tipi di Arnoldo Mondadori Editore, è già riconosciuto come il miglior giornalista sportivo italiano. Ha già diretto la Gazzetta dello Sport dal ‘49 al ‘54 (nel ’49 aveva solo trent’anni, quindi è il più giovane direttore di sempre), ha scritto fiumi di articoli per il Giorno e ha dato sfoggio della sua incredibile inventiva sulle pagine dell’Arcimatto, storica rubrica del Guerin Sportivo. Il libro è un “manuale per i ragazzi che desiderano intraprendere la carriera di calciatore”, e racchiude quanto appreso da Brera sul “gioco più bello del mondo” fino ad allora.

La copertina de Il mestiere del calciatore (1972)

 

Sono anni di grande fermento per il nostro calcio dopo la sconfitta in finale contro il Brasile ai mondiali in Messico del 1970. Il Cagliari ha da poco vinto il suo primo scudetto e Gigi Riva è il bomber più temuto dalle difese avversarie. Bettega è il centravanti titolare della Juventus ma deve fermarsi per un principio di tubercolosi. Boninsegna vince il titolo di capocannoniere ma l’Inter non va oltre la zona UEFA. Il Milan di Nereo Rocco sogna lo scudetto insieme al Torino, entrambe termineranno il campionato a un punto dalla capolista Juventus.

A quarantotto anni di distanza dalla pubblicazione del libro, è interessante rileggere Brera per cercare parallelismi col calcio contemporaneo o notare dove il nostro sport preferito sia radicalmente cambiato: il mestiere del calciatore come tutti i mestieri del mondo va modificandosi insieme alla società nella quale viene agito.

Un mestiere difficile

Si può sperimentare improvvisa sorpresa nel leggere come Brera tratteggi il mestiere del calciatore già nella prefazione del manuale: lo presenta al suo pubblico di giovani lettori sempre esplicitando la gravosa responsabilità che percepisce nei confronti delle carriere che potrebbe stimolare in quanto autore del libro.

Non si tratta di preoccupazioni di facciata, né del naturale portato del famoso adagio “uno su mille ce la fa”: Brera non ha paura di vedere delusi i piccoli calciatori infatuati del gioco grazie al suo manuale, che in percentuale pari al novantanove percento non riusciranno mai a divenire calciatori professionisti. No, Brera ha piuttosto paura che essi ci riescano, che diventino in effetti calciatori!

Mette dunque le mani avanti e prepara i giovani lettori a una carriera di stenti, quasi che stesse presentando un manuale per minatori.

"Erano (ndr. i calciatori degli anni trenta) i ruderi sociali di una professione che non garantiva molto più di nulla. […] Quasi tutti  naufragavano nel nulla, quasi tutti si trovavano ad avere sprecato una vita ancor prima di essere usciti dalla giovinezza. Le condizioni degli Anni Trenta non sono sostanzialmente mutate neppure oggi."

Già nella prefazione del libro ci troviamo quindi di fronte a una concezione radicalmente diversa della carriera di calciatore rispetto a come siamo abituati ad immaginarla oggi. È infatti insita nel già citato adagio dell’”uno su mille” la convinzione che almeno quell’uno che effettivamente riesce a divenire un professionista venga ripagato dei suoi sforzi per mezzo di lauti stipendi, per lo più somme in grado di garantire una vita agiata se non la ricchezza già a partire dalla Serie B. Ebbene, non vanno così le cose nel calcio descritto da Brera, che si premura anche nelle conclusioni del libro di far capire ai giovani l’importanza del completamento degli studi, perfino nel corso della carriera professionistica.

"I milionari, cosiddetti, sono una cinquantina: né tutti fra loro sono certi che, a carriera finita, avranno risparmiato abbastanza per vivere sui guadagni effettuati negli anni migliori. Quasi tutti, al contrario, debbono intraprendere la carriera di tecnico o di istruttore, e tanto più remunerativa sarà quella carriera quanto più seri e approfonditi saranno stati gli studi regolari."

A fronte della “cinquantina” di calciatori che generalmente secondo Brera riescono a garantirsi guadagni tali da non dover più lavorare al termine della loro carriera, la maggior parte dei calciatori a quel tempo doveva riciclarsi come allenatore per continuare a vivere di calcio anche dopo gli anni migliori.

Non possiamo commettere l’errore di pensare che ciò non avesse conseguenze per il gioco stesso: immaginiamo la competizione all’interno di una squadra tenendo a mente le considerazioni economiche fatte da Brera, immaginiamo che dalla conferma ad alti livelli di un giovane calciatore dipenda non il suo prestigio, bensì la sua stabilità economica. Anche lo stile di vita dei calciatori era chiaramente una diretta conseguenza di stipendi così “normali”: un esempio sono i “vizi tipici dei calciatori” elencati da Brera: “il bigliardo, le carte, le lunghe flanelle nei salotti di Maison Tellier”. Abituati come siamo alle Lamborghini schiantate dai vari Balotelli del nostro calcio, sono “vizi” che ci risultano talmente innocui da suscitare tenerezza.

Non va sottovalutato inoltre il portato culturale che la necessità di doversi riciclare come allenatore recava con sé: pensiamo a quanti saperi “del mestiere” venissero tramandati da calciatore a calciatore, e quanto ai nostri giorni sia invece limitato questo passaggio. In un calcio nel quale lo stipendio medio di un calciatore di Serie B è di centoventimila euro annui, è chiaro che sempre meno calciatori continueranno la loro carriera nel calcio come allenatori. Ciò ha aperto le porte dell’insegnamento ad allenatori senza esperienza da calciatore, qualcosa di impensabile all’epoca. Il risultato: un calcio sempre più teorico e meno “da mestieranti”.

Il primo postulato del calcio

Dovessimo immaginare una ruspante lezione tenuta (ovviamente col sigaro in bocca) dal Gioanfucarlo per qualche sparuto gruppo di ragazzini in calzettoni e scarpini, magari all’interno di uno spogliatoio e utilizzando la lavagnetta delle tattiche, potremmo far partire il nostro Brera dal disegno di un gigantesco numero uno sulla lavagna, accompagnato dall’ammonimento: “ragassi, primo postulato del calcio: non prendere gol”.

Gianni Brera e il suo intramontabile Toscano

Per Brera la difesa della porta non era solo un fondamentale del calcio ma “il” fondamentale del calcio, e nel Mestiere del calciatore la prima spiegazione che ne dà è fin troppo semplicistica:

"Il fine agonistico del gioco è la vittoria e per vincere è necessario goleare più dell’avversario. Impedire di goleare è più agevole, ovviamente, e proprio per questo una squadra sensata si preoccupa prima di attuare il programma più facile, ponendosi come assioma il safety first degli inglesi."

In realtà la questione è ben più complessa di così, Brera fa dell’attitudine difensivista il baluardo delle sue battaglie contro una ben definita corrente di critici del calcio italiano: gli offensivisti, o, come li chiama Brera, “i qualunquisti”, ovvero coloro che cadono frequentemente nel cosiddetto “equivoco qualunquista”: “che il calcio sia bello quando le segnature abbondano”.

"Se le segnature sono numerose, evidentemente non giocano bene i difensori, e ne terrà conto nel suo giudizio tecnico lo spettatore informato e competente."

È questo genere di convinzioni che ha portato Brera ad affermare che la partita di calcio perfetta finisce 0-0, poiché in essa le squadre si sono affrontate e nessuna delle due ha commesso errori. Quindi il difensivismo di Brera è assimilabile in tutto e per tutto alle teorie fondanti di una scuola filosofica.

Per tutti gli anni cinquanta e sessanta Brera si batte contro gli offensivisti per l’utilizzo del catenaccio in nazionale, ovvero per l’utilizzo di un difensore in più, libero da marcature (una tattica inventata dagli Svizzeri). Si potrebbe dire che sia stato quindi proprio Brera almeno in Italia a dare il via a questo genere di discussioni tattiche e filosofiche sul calcio.

Per Brera la difesa della porta assume anche tutta una serie di significati simbolici radicati nella cultura italiana, come la difesa delle mura domestiche (e d’altronde in italiano la chiamiamo “porta da calcio” mentre gli inglesi dicono “football goal”, in italiano diciamo “portiere” mentre gli inglese dicono “goalkeeper”, secondo una visione chiaramente più offensivista), e la difesa dell’inviolabilità dei propri cari:

“La porta allora è mia madre, mia sorella, mia moglie che tu vorresti beffardamente violare. Io mi butto per impedirtelo secondo che consentono le norme del gioco preventivamente accettate da tutti noi.”

Secondo il sistema di pensiero breriano “una buona casa inizia dalle fondamenta”, quindi dalla difesa, e la porta imbattuta è sinonimo di “purezza e rispettabilità”. Sono discorsi che non possono non avere influenza anche sulla visione generale dei compiti dei giocatori in ruoli non prettamente difensivi, come ad esempio quelli di centrocampo. Celebre era l’avversione di Brera per Rivera, fantasista del Milan da lui soprannominato “abatino”: "un omarino fragile ed elegante, così dotato di stile da apparir manierato, e qualche volta finto". In generale lo scontro tra “difensivisti” e “offensivisti” si declinava quindi in altre zone del campo in quello tra “tatticisti” e “giochisti”, con i primi disposti a sacrificare l’estro dei singoli per il bene del collettivo e i secondi alla ricerca di un gioco italiano più brioso e meno battagliero.

Idolo dichiarato del Brera infante era Luis Monti, “poderoso centromediano della Juventus e della nazionale”, campione del mondo nel 1934. Uno che era soprannominato “l’uomo che cammina” per via della scarsa attitudine a correre che però compensava con mazzate di ogni sorta dirette agli avversari:

"Pozzo gli chiedeva di fare il Boja in nazionale, lui si dispiaceva di aver fatto fuori Sindelar, Schiavio e Svodoba."

Il centromediano della Juventus e della nazionale degli anni 30 Luis Monti

Uno che picchiava e si faceva rispettare, una sorta di precursore per certi versi dell’"assioma di Feola" (allenatore del Brasile vincitore del mondiale 1958) più volte citato da Brera: "Puoi essere il dio dei calciatori in terra, ma se un brocco volenteroso e capace solo di correre non ti lascia toccare palla, tu assisti alla partita degli altri e dio non puoi essere più neppure per i tifosi più ciechi".

Non bisogna però commettere il madornale errore di ritenere Brera un avversario della classe, ma semmai dello stile manieristico e inconcludente. Nota è la sua ammirazione (a tratti venerazione) per Meazza, il “genio” dell’Inter e della nazionale degli anni trenta, considerato da Brera come colui che aveva dato lustro a tutto il nostro calcio in quegli anni. Ebbene, per Brera era giusto che altri facessero il lavoro sporco per lui, perché "un cervello di quella fatta non andava sciupato in troppe corse”. Lui e Schiaffino erano per Brera gli emblemi dell’inventiva e della classe dei centrocampisti: "ad ogni passaggio azionavano l'interruttore, trac!, e miracolosamente illuminavano il gioco".

Volendo trovare quanto di tutti questi discorsi permanga nel calcio attuale potremmo innanzitutto dire che la visione della partita perfetta di Brera nel calcio attuale votato all’intrattenimento sarebbe accettata come una bestemmia in sede di eucarestia. Si badi bene: ciò non vuol dire che non ci siano più critici e in generale personaggi del mondo del calcio in accordo con la visione breriana, ma che ufficialmente ad oggi il paradigma dominante è quello del calcio offensivo, e una partita con tanti gol viene quasi universalmente giudicata “bella” (si veda l’esaltazione delle partite dell’Atalanta gasperiniana).

Fu breriano il Max Allegri della Juventus, quando disse che il suo risultato preferito era l’1-0 (ovviamente per i suoi), e non a caso possiamo ritenere suo “arcinemico” di quel periodo Maurizio Sarri, “giochista” convinto, esaltato dalla critica per i tanti gol del suo Napoli.

Le staffilate di Brera a Rivera ritornano poi, sotto mentite spoglie, ogni qualvolta si parli di calciatori fantasiosi del nostro campionato irreggimentati, ignorati o osteggiati da allenatori che fanno della sottomissione alla tattica un mantra: Baggio contro Lippi, o, più recentemente, Eriksen contro Conte.

Dobbiamo ringraziare Brera e le sue polemiche, in un certo senso, per la ricchezza di argomentazioni che ancora oggi ci permettono di dissertare di tali questioni “alla sua maniera”.

La scuola italiana

Torniamo alla nostra immaginaria “lezione di calcio” impartita da Brera ai novizi, torniamo allo spogliatoio e alla lavagnetta con su scritto il mitico primo postulato del calcio. Bene, dobbiamo effettuare una correzione. Perché certo, non prendere gol è importante in generale, ma per Brera se si è italiani lo è di più. Quindi primo postulato del calcio: “non prendere gol, siamo in Italia ragassi”.

Questa è una caratteristica originale del sistema di pensiero breriano: le sue convinzioni tecnico-tattiche sono state spesso “giustificate” anche da constatazioni etnico-culturali, non solo nei suoi scritti calcistici. Spiegava il declino del ciclismo italiano dopo Coppi e Bartali come un portato del cambiamento dei percorsi, troppo facili e quindi non più adeguati a far emergere il proverbiale “fondo” degli italiani. Giudicava i calciatori italiani inadatti a reggere il confronto fisico con quelli delle altre nazioni e così il gioco difensivista, che permetteva un minor dispiego di energie fisiche, sarebbe dovuto divenire, a suo avviso, la base della cosiddetta “scuola italiana”.

Il calcio, dunque, si gioca a seconda del clima, dello stato razziale e sociale dei praticanti: né esiste uno stile calcistico in assoluto: esistono invece moduli e stili fra loro simili o differenti per influenza precipua dell’ambiente.

Per Brera non rispettare le caratteristiche psicofisiche e culturali peculiari di un popolo era presagio di sonore sconfitte:

Quando un paese mezzo alpino e mezzo mediterraneo come l’Italia pretende di assumere gli usi e i costumi calcistici degli inglesi, immancabilmente si vota alla catastrofe.

Nel Mestiere del calciatore, che intende come manuale per le nuove leve del calcio nazionale, passa quindi in rassegna le eccellenze difensive italiane, per stimolare nei giovani spirito di emulazione. Vengono narrate le eroiche gesta del duo Monzeglio-Allemandi, sostituito poi da Rava-Foni, fino ad arrivare a Guarneri-Picchi, il non plus ultra secondo il gusto di Brera.

Proprio lo spazio dedicato nel libro all’Inter di Herrera è emblematico del suo modo di intendere il calcio: il comparto Sarti-Burgnich-Facchetti-Guarneri-Picchi viene descritto come un meccanismo perfetto, una sinfonia senza pari. Ciononostante, Brera soleva rimarcare (e lo fa anche nel Mestiere del calciatore) che il merito di quella splendida difesa non era certo di Herrera, che partito con idee “qualunquiste” aveva avuto il solo merito di adeguarsi alla scuola italiana. E quanto si indispettiva il Gioanfucarlo quando invece la paternità di quella tattica difensivista veniva accordata allo spagnolo! Rimproverava l’Italia intera di non rivendicare la proprietà esclusiva del catenaccio!

Nel calcio globalizzato di oggi parlare di scuole nazionali è quanto mai difficile: l’undici delle squadre italiane è spesso composto in percentuale superiore al cinquanta per cento da stranieri, mentre la nazionale ha via via perso appeal e ottiene l’attenzione che gli spetta solo in occasione degli europei e dei mondali. Eppure, se non proprio a livello nazionale, un discorso culturale inerente il modo peculiare di giocare a calcio di alcuni club forse è ancora ammissibile: la “scuola nazionale” ha verosimilmente lasciato il passo alla “scuola clubbistica”.

Per tornare ad Allegri e Sarri, è difficile fare a meno di notare quanto il secondo, una volta finito sulla panchina della vecchia signora, fosse inadatto alla cultura del club. Allegri era invece certamente più a suo agio in una società che ha fatto del vincere ad ogni costo (quindi anche giocando male) il suo motto.

Anche Conte si è dovuto scontrare con la “natura artistica” dell’Inter (così come Lippi ai tempi di Baggio), tant’è che si è sentito in dovere di far eliminare il quasi-inno “Amala, pazza inter amala” dalle playlist dello stadio per tentare un restyling incentrato sulla continuità di risultati.

Ma anche il bel gioco del Milan potremmo archiviarlo come “fatto culturale”, così come lo spirito olandese del Barcellona (che non a caso ha come motto: “Més que un club”, quindi più di un club, una cultura).

Il motto del Barcellona sulle gradinate del Camp Nou

Tra gli ultimi superstiti ad alti livelli della scuola italiana, troviamo allenatori come Lippi e Capello, nel nostro passato più recente, e altri come Allegri, Ranieri e Conte nel calcio contemporaneo (soprattutto il Conte del terzo scudetto con la Juventus, che vinse undici volte 1-0). D’altro canto è emersa una generazione di nuovi allenatori come Sarri, De Zerbi e Di Francesco che fanno sfoggio di convinzioni tattiche di respiro internazionale, e la critica non smette nemmeno un giorno di elogiare l’Atalanta di Gasperini e il suo gioco assolutamente “europeo”.

La sensazione è che la scuola italiana di Brera corrisponda oggi ai dischi di Claudio Villa ai tempi del boom economico italiano, quando le radio iniziavano a trasmettere le band e i cantanti internazionali e sembrava che tutti dovessero adeguarsi a questa new wave. Certo, l’Italia conobbe la musica straniera come non era mai capitato fino ad allora, ma sommessamente, al riparo da sguardi indiscreti, Claudio Villa si ascoltava ancora.

Morfologia di un calciatore

L’ultimo parallelismo con il nostro calcio che Il mestiere del calciatore suggerisce riguarda un aspetto particolare del calciatore secondo Gianni Brera: il suo corpo. Potremmo dire che Il giornalista padano fu uno dei primi in Italia a dare considerevole importanza al fisico dei calciatori e all’atletismo nel gioco.

Poche precise conformazioni fisiche (il longilineo, il normotipo, il traccagno, il fusto) venivano prese come base per le descrizioni memorabili che faceva dei calciatori. Lamentava l’assenza di centrocampisti italiani dotati fisicamente, percepiva che il ritmo nel calcio si stava intensificando non senza qualche timore:

Oggi tutto è cambiato, l’abbiano voluto o no gli italiani. E proprio la difficoltà di reperire centrocampisti dotati di fondo atletico e stile mi induce a chiedere se cambiare sia stato un bene.

Col suo occhio sempre attento alle etnie e alle razze, Brera è stato quindi si può dire un precursore dell’attenzione oggi maniacale nei confronti delle performance atletiche dei calciatori. Certo, aveva davanti atleti ben diversi da quelli di oggi (la statura ideale del portiere era a suo avviso un metro e ottanta), eppure si nota in tutto il manuale la forte consapevolezza che tutto stia cambiando.

A differenza di oggi però il discorso di Brera è forse più complesso, perché raramente ritiene l’agire di un calciatore come conseguenza diretta delle sue caratteristiche fisiche. Il fisico per Brera è solo una parte del giocare, e per giunta viene comunque posto in secondo piano rispetto alle qualità morali e alle energie psichiche che un calciatore è necessario abbia. Brera concepiva l’energia degli atleti come limitata, secondo una generale e forse semplicistica teoria che partiva dalla considerazione che l’energia fosse una, e che l’atleta potesse decidere di utilizzarla per usare la testa o per utilizzare il resto del corpo.

“Presto e bene non si conviene”, ammoniva, proponendo alla nazionale di tornare a ritmi più accettabili dotandosi di calciatori “con stile”, che potessero lavorare bene la palla e correre di meno.

In generale, pur comprendendo il radicale cambiamento in atto nel calcio, nostalgicamente si batteva per un ritorno al calcio “danzato” degli anni trenta. Emblematico un passaggio del libro nel quale si chiede se non sia meglio tornare ad allenarsi due volte a settimana, per evitare che la carica nervosa dei calciatori si sprechi “nelle attuali forzature psico-fisiche”, ovvero negli allenamenti dal martedì al venerdì.

Il calcio, di lì a poco, sarebbe cambiato a una velocità che al momento della stesura de Il mestiere del calciatore Brera di certo non immaginava.

Il mestiere del giornalista

Siamo arrivati al termine di questa breve disamina delle questioni toccate da Brera nel suo manuale per i novizi del calcio italiano. Un manuale che, va chiarito, non è un artifizio retorico. Nel senso: è davvero un manuale per ragazzi, tant’è vero che Arnoldo Mondadori Editore lo fece uscire nella sua Collana aperta per i giovani d’oggi.

Esattamente come ci si aspetta da un manuale, Il mestiere del calciatore passa in rassegna i fondamentali del calcio e i compiti deputati ad ogni ruolo, ma lo fa con un “approccio di ricerca” forse incomprensibile ai giorni nostri: oggi ci si aspetterebbe da un teorico (Brera a quei tempi era “il” teorico) un’impalcatura scientifica atta a rendere il più possibile oggettivi i contenuti del libro, mentre Brera, al contrario, pone la sua soggettività alla base di tutto ciò che scrive.
Erano ancora lontani i tempi del calcio scientificizzato, degli “expected goals” e delle migliaia di statistiche oggi disponibili per ogni singola partita, Brera non aveva la pretesa di scrivere un manuale oggettivo, ma bensì credeva fortemente nella propria visione specifica del calcio e pensava fosse giusto insegnare quella.

In una puntata di Stracult su Rai Sport 2 del 29 giugno 2008 dedicata completamente al ricordo di Gianni Brera, Fabio Capello disse di aver apprezzato il fatto che Brera con la sua scrittura facesse dei calciatori dei personaggi, per poi lavorarci. E infatti la sensazione che si ha, leggendo i suoi testi, è che ai suoi occhi i calciatori fossero proprio “personaggi” più o meno attraenti di pièce teatrali, verso i quali si poteva provare amore o odio proprio come accade nel susseguirsi dei diversi atti visibili da una balconata (nel caso di Brera, dalla tribuna stampa).

Il documentario in ricordo di Gianni Brera andato in onda su Rai Sport 2

Indimenticabili le sue descrizioni in pochissime righe del nerbo, lo spirito, l’essenza di un calciatore. Il calcio dell’epoca grazie alla sua penna si trovava ad essere popolato da personaggi come Gigi Riva, "un orfano lombardo che aveva dentro tanta rabbia e tanta classe da schiattare”, Boninsegna, la cui “curiosa struttura morfologica lo assimilava stranamente a quei nani forzuti che si esibiscono nei circhi”. Altafini, che per Brera non aveva “grande forza di carattere” e rappresentava “il classico pedatore di ventura, preoccupato dei propri stinchi assai più che della reputazione professionale”. Lo ribattezzò “conileone”, operando una geniale crasi tra le parole “coniglio” e “leone”.

C’era poi Domenghini, “una sorta di allegro Eulenspiegel del nostro calcio” (Eulenspiegel è un buffone tedesco del 1300), e c’erano personaggi che dal teatro sconfinavano nella mitologia come il portiere spagnolo Zamora, che “affissava gli occhi magnetici negli occhi dell’avversario e ne comandava l’azione, ingiungendogli telepaticamente di tirare in quel preciso momento e in quella particolare direzione: poi toccava a lui di volare, afferrando palla con mani che in realtà erano tenaglie d’acciaio”.

Oggi, presi come siamo dalle ultime instagram stories dei nostri beniamini e dalle loro beghe contrattuali, forse non siamo più in grado di percepire tanta magia. A proposito di rinnovi e calciomercato: il gioanfucarlo preferiva il termine “scritturare” al posto di “ingaggiare”, perlomeno quando si parlava di campioni.

Quello di Brera era un calcio che bastava a se stesso, lontano dal marketing, dallo storytelling pubblicitario e dalle teorie statistiche. Secondo questa visione solo ammirando le gesta dei campioni un novizio avrebbe potuto apprendere il mestiere.

Compito del critico di calcio era solo quello di cercare con occhio più attento rispetto all’uomo comune le misteriose forze che mandavano avanti il gioco e continuavano a renderlo così magico. Il Mestiere del giornalista, che Brera non fu mai appieno, si “riduceva” quindi, si fa per dire, all’accorgersi di cosa accadesse in campo, così da catturare gli eventi degni di essere raccontati alla nazione e ai posteri. Un compito semplice solamente in apparenza, dato che, come diceva Brera, “a ricostruire una partita servono mille e un elemento, ma chi li coglie tutti non è mai nato.”


 

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Giornalista, poeta e comunicatore d'arte. Iscritto all'albo pubblicisti della regione Lazio. Attivo nella scena del poetry slam romano, è fondatore del collettivo di poesia WOW, col quale ha organizzato innumerevoli eventi legati alla poesia a Roma.

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