Interventi a gamba tesa

Il quarto errore dal dischetto di Ibra e quel precedente

ANSA / MATTEO BAZZI


Da quando è tornato al Milan, Zlatan Ibrahimovic ha sbagliato 4 rigori, di cui due consecutivi. Pertanto, è sotto gli occhi di tutti che i rossoneri debbano designare al suo posto, come rigorista principale, Franck Kessié. Tra l’altro, a favore di un loro avvicendamento non ci sono solo le statistiche, c’è anche un illustre precedente che ha visto protagonista nientepopodimeno che Diego Armando Maradona.


Lo abbiamo visto paragonarsi ad un animale perennemente affamato; ad un leone assetato di sangue; ad una bestia indomabile forgiatasi nell’oscurità, eppure anche Zlatan, l’atipico guerriero vichingo dalla chioma liscia e scura e dal taglio d’occhi orientale, possiede un lato debole.

Il terzo errore stagionale, commesso contro la “fatal” Verona, ce l’ha dimostrato. Ibrahimovic è imperfetto! Udite, udite. Dismessi gli abiti intrisi di eccessiva ostentata sicurezza, con rammarico ed un pizzico di delusione, egli stesso ha preso atto della sua natura: una natura che era riuscito a nascondere magnificamente a suon di ottime prestazioni.

Zlatan ha riconosciuto l’incolmabile divario che lo subordina al “divino” (quello si, perfetto), pronunciando ai microfoni dei giornalisti le seguenti parole: “quando la fatica ti entra in testa non sei sempre al 100%. Stiamo giocando tante partite in poco tempo. Meno male che ora arriva la sosta, così stacco un po’, mi riposo un po’. Oggi mi mancava lucidità, cattiveria… non lo so, oggi non c’ero”. Tradotto:  “mi piace giocare a fare Dio, ma sono umano anche io”.

E gli esseri umani, a volte, sbagliano.

Sbagliano soprattutto quando non sono tranquilli, quando hanno paura di fallire, quando sono insicuri. Col pallone tra i piedi, sbagliano quando sono stanchi, quando sono affaticati, quando avvertono la pressione degli eventi.

In particolare, sbagliano quando si trovano a dover calciare dal dischetto. Se poi provengono da un errore commesso, sbagliano ancor più frequentemente, l’ha dimostrato un’indagine condotta dalla piattaforma per lo scouting InStat, su un campione di quasi 100000 calci di rigore.

L’ultimo dei rigori falliti della grande Z

Dopo un tentativo fallito, un normale tiratore converte il penalty successivo solo il 76,42% delle volte; quando al primo errore se ne somma un secondo, la probabilità di conversione positiva scende al 74,39%; infine, se gli errori diventano tre, le chance di fare centro calano ulteriormente al 63.64%. Alcuni giocatori riescono a spezzare questa serie negativa, altri non ci riescono. Può accadere a tutti di ritrovarsi in una situazione tanto delicata, anche ai più grandi; anche a chi viene considerato una leggenda di questo sport. È successo, ad esempio, anche a Diego Armando Maradona.

Nel 1996, il “pibe de oro” è un giocatore del Boca. A condividere lo spogliatoio con lui ci sono Kily Gonzalez, Juan Sebastian Veron e Claudio Caniggia. In quella stagione il club di Buenos Aires è indubbiamente competitivo per il titolo e, infatti, il campionato “clausura” comincia sotto i migliori auspici. Il 13 aprile, però, qualcosa si spezza. Quando il Boca affronta il Newell’s, Maradona ha la possibilità di calciare dal dischetto, ma il pallone si spegne sul fondo, condannando gli “xeneizes” alla prima sconfitta stagionale.

È il primo di una lunga striscia di errori che culminerà, dopo i fallimenti indolore contro Belgrano, Rosario Central e River Plate, in un quinto penalty consecutivo non trasformato, evento che segnerà contemporaneamente l’uscita di scena dalla corsa al titolo degli “xeneizes” e il definitivo tramonto del “pibe de oro: “Quando sono entrato nello spogliatoio sono scoppiato in lacrime, perché sapevo che non avrei avuto un’altra possibilità. Perso il titolo volevo uccidermi. La mia famiglia non mi aveva mai visto così triste. Quelle cinque maledizioni segnarono la fine della mia carriera. Ci tenevo davvero tanto a vincere quel titolo col Boca”.

Le notate anche voi le analogie tra quel Diego e l’odierno Ibrahimovic? Dovreste, perché ci sono e sono abbastanza evidenti.
Anche Ibrahimovic è giunto a fine carriera, vuole vincere (non ne ha mai fatto mistero) ed è consapevole che tutte le speranze scudetto della giovane brigata rossonera passano per le sue prestazioni, una circostanza che lo può logorare molto più di quanto hanno fatto fino ad ora le trentanove, non più verdi, primavere.

Ibra infatti, anche per mantenere motivati i compagni, si è posto un obiettivo molto impegnativo, ma corre il rischio di finire schiacciato sotto l’enorme peso delle responsabilità che si è (nel bene) spontaneamente assunto. Per questa ragione, non solo per un fatto squisitamente statistico, dovrebbe effettivamente prendere in considerazione l’idea, risuonata in realtà come una provocazione, di lasciare l’onere di battere i calci di rigore a Franck Kessié. L’ivoriano nelle passate stagioni si è comportato bene dal dischetto e potrebbe alleggerire i compiti dello svedese, liberandolo così da quell’insidiosissima paura di fallire dagli undici metri che sembra ormai albergare nel suo inconscio.

Conoscendo le manie di protagonismo e lo spirito indomabile e combattivo di Ibra, non è scontato che questo “change” arrivi.

Allora, da imparziali appassionati di calcio, non possiamo che augurarci che ciò non si ripercuota negativamente sulle speranze scudetto del Milan e, al contempo, su Zlatan, macchiandone in parte l’immagine e segnandone il definitivo tramonto.

Del resto, il nocciolo della questione lo individuò a suo tempo Diego, sebbene semplificando un po’: “Il problema dei rigori è che sono un fifty-fifty. Gli esiti possibili sono sempre due: li si può segnare, oppure li si può sbagliare. Solo che se sei il miglior giocatore del mondo – o uno dei migliori di sempre – le tue possibilità dovrebbero superare di gran lunga il 50%.


 

Nato a Treviso il 25/10/1992. Laureato in Giurisprudenza. Cresce nutrendosi di palla a spicchi, ma è il calcio a catturare le sue attenzioni. Nel 2013, fresco di licenza da agente FIFA, anticipa tutti, anche se stesso: si reca in Polonia, convinto di poter rivoluzionare il calciomercato italiano. La rivoluzione non si attua, ma l'intuizione si rivela comunque felice. Oggi, svestiti i panni del procuratore sportivo, indossa quelli del match analyst e scrive di tattica in qualità di iscritto all'associazione italiana degli analisti di performance calcistica. Potete trovarlo a Rimini o, di tanto in tanto, nelle peggiori pierogarnie polacche.