Interventi a gamba tesa

Il tennis che cambia: dai vecchi “distanti” ai giovani teatranti


Il Roland Garros e lo Us Open, a differenza del povero Wimbledon (troppo vecchio per scappare), sono riusciti a sfuggire alla morsa del Covid, risparmiandoci qualche mese di repliche e consegnando alla storia due eventi: l’aggancio slam di Nadal e la pallata di Djokovic…ehm, volevo dire il primo slam di Thiem. Queste due finali, una l’antitesi dell’altra, sembrano due metafore, che rappresentano il vecchio e il nuovo tennis.


Hey Rafa! Come lo mordi il trofeo con la mascherina?

Il “distante” passato

Come per l’ultima finale, la parola che meglio racchiude questi 15 anni è “distanza”. La distanza tra Nadal e Djokovic a Parigi, come quella tra i tre fuoriclasse e gli altri. Negli ultimi tre lustri 53 slam su 62 sono finiti in sei mani, come è stato possibile?

Tra le miliardi di spiegazioni già sentite aggiungo la mia: questa è la prima volta che il tennis viene dominato da tre tennisti in contemporanea. In passato abbiamo avuto un solo imperatore (Laver negli anni 60) o due consoli (Sampras e Agassi), ma mai tre dittatori.

Questo triunvirato ha permesso un “turn over” che, unito all’uniformazione delle superfici, ha sempre garantito almeno due dominatori per ogni competizione. C’è voluta una pandemia per farne fuori due su tre. Inoltre questa tripla rivalità ha funzionato come una pala eolica, in cui un’elica spinge l’altra garantendo un movimento incessante, e nel caso dei tre campioni un miglioramento costante. E la distanza si è fatta sempre più ampia.

Forse l’immagine che meglio racchiude gli ultimi 15 anni è proprio questa: una grande collina con al centro un’ altissima pala eolica, circondata da piccoli mulini a vento che provano a competere con essa. Distanza.

Scene riviste 8, 13 e ancora 8 volte

Il pubblico e la difficile transizione

Per la gioia dei mulini e della competizione, questa turbina è destinata a cadere, e dopo anni di vittorie devastanti, finalmente avremo un parco campioni più ampio. Eppure il pubblico non sembra contento. Forse perché, pur nella noia della costanza, la pala eolica li aveva portati a guardare le stelle, e ora che il suo smalto si sbriciola al suolo, i suoi ammiratori non vogliono più abbassare la testa.

Questa reazione è forse la più umana possibile, ma il desiderio delle stelle non deve sfociare in repulsione per la terra. Perché i giovani, il fertile terreno sul quale il tennis si rigenera, non lo meritano. Il disprezzo degli spettatori nel confronto dei giovani mi fa sempre un po’ sorridere. Quelli che considerano i tre marziani come “campioni irraggiungibili”, si stupiscono che i giovani non siano sul loro stesso livello.

E allora trattano le loro debolezze come delle colpe: “quello ha un rovescio indecente!”, “quello non ha variazioni!”, “quello è debole mentalmente!” (quest’ultima frase… vabbè, ci farò un articolo a parte.)

Il tennis-teatro del futuro

Il tennis dei giovani viene tanto criticato non perché brutto, ma perché nuovo, e quindi diverso. E qui arriviamo alla seconda parola chiave, quella del nuovo tennis, che, a mio avviso, sarà “teatro“.

Teatro perché Thiem-Zverev ha riportato alla luce un elemento fondamentale del tennis, che quei tre a momenti ci facevano dimenticare, ovvero l’errore. L’errore: la conseguenza più crudele della propria umanità. Nel tennis del futuro, spesso superficialmente definito come “il gioco dei robottini” io invece rivedo finalmente l’uomo. L’uomo in tutta la sua monotonia e mancanza di equilibrio:  che supera il difficile e inciampa sul facile, che ha paura, che sbaglia e si arrabbia e soprattutto che non riesce a nascondere i propri punti deboli.

Questi ultimi sono una finestra spalancata sulla psiche dei tennisti, perché se il colpo forte è una certezza, il colpo debole è quello più influenzabile dallo stato d’animo del giocatore.

In questo, il rendimento col dritto di Zverev contro Thiem è emblematico: nei primi due set era assolutamente implacabile, poi nel terzo è calato, poi nel quarto è crollato e infine, nel quinto set (o quinto atto), si è rialzato per poi ricrollare nel momento decisivo. Quasi fosse l’eroe di un melodramma (in questo caso psicodramma), che lotta contro un incombente e tragico destino. Teatro.

Il dritto di Zverev: vero protagonista dell’ incontro, sia nella buona che nella cattiva sorte

La distanza degli alieni e il teatro degli umani: è il tennis che cambia. Da un tennis stiloso ed eccelso sotto tutti i punti di vista ad un tennis più sgraziato ma più psicologico, quasi si passasse da un libro di D’annunzio ad uno di Svevo.

Questo è il tennis, il gioco che ha appassionato sia Freud che Caravaggio: l’incontro più alto tra estetica e psicologia.


 

Sono nato a Saronno il 16 Agosto 2001 (a poche ore di distanza da Jannik Sinner), ma vivo a Varedo, un oasi di tranquillità e vecchiume nella provincia brianzola. Ho speso gran parte del mio tempo in dritti, rovesci e articoli sul tennis, il resto l'ho sperperato.