Interventi a gamba tesa

Odino ama il Kurdistan


Quella del Dalkurd è insieme una storia sportiva e culturale che fa emergere, giorno dopo giorno, tutte le sofferenze di un popolo senza nazione né pace.


A metà dell’Ottocento, poco prima della grande depressione, la contea di Dalarna viveva una crisi nera: l’economia non girava, la Svezia e la Norvegia, unite simbolicamente e concretamente sotto la stessa bandiera, facevano i conti con gli strascichi di un conflitto non finito benissimo. E c’era lui: il Dalahäst. Odino non lo sa. Non sa che qualcuno, un tale Stikå Erik Hansson, da quelle parti stava per cambiare la storia di un intero popolo e del suo cavallo, per molti trasposizione del leggendario Sleipnir, aggiungendo due colori allo stesso pennello. E, a pensarci un po’, tutto ciò non può che essere opera del destino.

Inconsapevolmente, a circa 5202km a Sud-Ovest della contea anche l’Impero Ottomano stava affrontando una di quelle crisi che ti porti dietro per decenni, fino alla dissoluzione: parte di un percorso più grande che porterà all’annullamento dei confini e delle identità dei popoli che in quelle zone lì non hanno voce, né definizione. Tra questi quello curdo: senza nazione, in costante minoranza e costretto a trovare uno spazio altrove, lontano da casa.

Permetteteci un misto di retorica e concetti diabetici: lo sport restituisce ciò che la vita ti toglie. Praticamente da sempre: quella che segue non è solo la storia di un cavallo di legno, il Dalahäst, e delle tante sfumature del popolo curdo. È soprattutto un racconto di calcio, di risultati e di rivalsa. In breve, le radici del Dalkurd.

SCOTTA, LA TERRA

Il concetto di tradimento che sta alla base della storia curda è ciò che muove i presupposti della rinascita identitaria dello stesso Kurdistan: che, tra l’altro, non troverete mai precisamente sulla cartina (se non immaginandone i confini, sempre in evoluzione). Però esiste, come esiste il suo popolo, sparso per il globo.

Dopo la prima guerra mondiale, in tre anni, dopo il Trattato di Sèvres, i curdi si ritrovarono tra le mani una bozza di Stato che non venne mai fondato e il bisogno di trovare una collocazione che andasse d’accordo con le profonde differenze interne: nel 2017, in piena guerra contro l’ISIS, una parte di questo popolo, quello iracheno, aveva osato sfidare le correnti e la storia, indicendo un referendum per l’indipendenza dall’Iraq (l’autonomia gli fu riconosciuta nel 2005). A votare andò il 72,16% degli aventi diritto, con un risultato disarmante: il 92,73% votò Sì. A Baghdad si voltano dall’altra parte, non riconoscendo né rispettando il volere del popolo: anzi, reprimendolo. Il governo centrale occupa militarmente il suolo, controlla i confini della regione del Kurdistan iracheno, bloccando per un periodo la possibilità di navigare su internet e di volare da e per il territorio. Al netto di dichiarazioni e sostegno spirituale da parte dell’Unione Europea e, a tratti, degli USA (fino all’accordo tra Trump e Erdogan), supporto principalmente dovuto alla lotta all’ISIS e comunque non legato all’indipendenza, di quella gente non sembra importare nulla a nessuno.

I curdi in piazza per il referendum del 2017.

Il percorso più breve per raggiungere la Svezia, e più precisamente Borlänge, dal Kurdistan iracheno tolti i voli è di 56 ore in auto, traghetto e fuso orario compresi: nei 5202km previsti dalla tratta consigliata da Google Maps (sia mai che vogliate fare una gita fuori porta, lì dove la terra scotta, per i motivi più disparati) si passa per Turchia, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Germania e Danimarca. Quindi, si arriva in Svezia: durante il viaggio vi verrà voglia di saperne di più su come le cose sono andate da quella parte e perché sembra tutto così difficile, persino controvoglia.

“Controvoglia” può essere considerata anche la parola chiave del nostro racconto: il 2004 è un anno che molti curdi, soprattutto quelli iracheni, non scorderanno mai, anche perché a metà dicembre del 2003, e come conseguenza della vittoria statunitense nella battaglia di Baghdad, venne messa la parola fine al regime di Saddam Hussein. Lo sport per il ràis era qualcosa di molto serio: per gli atleti iracheni tutto fuorché divertente.

Nel 2004, dopo la caduta del regime, videro la luce diversi metodi utilizzati dalla famiglia di Saddam in ottica sportiva: l’allora Comitato Olimpico Nazionale dell’Iraq, sfruttando in qualche modo la scia mediatica dei Giochi olimpici di Atene, volle lanciare un messaggio forte, comunicando l’idea di istituire un museo permanente in cui mostrare gli orrori che il regime mise in pratica nei confronti degli atleti. Una menzione (solo quella, in questa sede) merita l’ambizione del ràis, restituita dai fatti del 1986 e dalla qualificazione ai Mondiali messicani dopo una campagna sportiva nel tentativo di portare calcio brasiliano in Iraq (e dopo aver chiamato quattro allenatori ad insegnare il Futebol). Più in generale, non potevi permetterti prestazioni opache, passaggi sbagliati, gare svogliate: non potevi, insomma, mostrare alcuna fragilità umana che ‘Udai Hussein, figlio di Saddam e presidente del Comitato Olimpico e della Federcalcio irachena dal 1986 al 2003, non notasse. Pena la tortura.

Il percorso più breve consigliato da Google Maps: 56 ore e 9 Stati, in auto.

In un clima del genere emigrare è l’unica via per respirare: l’unica via per definirsi. Anche perché da quelle parti neanche il calcio restituisce pace ai curdi, basti ricordare l’odissea dell’Amedspor che osò battere il Bursaspor in coppa turca nel 2016 e che venne sanzionato per “propaganda ideologica” curda (recitare «Everywhere is Sur», everywhere resistance» in uno stadio turco non deve essere stato apprezzato molto). Comunque. La regione curda vicina all’Iraq iniziò a perdere molti dei suoi abitanti a metà degli anni ottanta, quando il fervore per la rivendicazione dei diritti culturali del Kurdistan si trasformò in un’insurrezione guidata dal Partîya Karkerén Kurdîstan (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) contro la Turchia.

Tra chi ha deciso di andar via e rischiare la fame pur di tenersi lontano da una terra che scotta, nove rifugiati con la passione per il calcio che decisero di accorciare i 5202km di cui abbiamo parlato e raggiungere Borlänge. È l’inizio di una partita bellissima.

FONDARE UNA NAZIONALE

Quello del Kurdistan oltre ad essere un popolo senza nazione è anche un popolo senza nazionale di calcio: o meglio, ne ha una, ma non riconosciuta dalla FIFA. Vi sorprenderà sapere che la rappresentativa curda si trova al quinto posto del ranking CONIFA (Confederation of Independent Football Associations, l’organizzazione calcistica degli Stati senza riconoscimento internazionale): vi sorprenderà ancor di più il fatto che al quarto posto c’è la Padania e che per ben due volte le due nazionali si sono sfidate in finale della Coppa del Mondo VIVA, nel 2009 e nel 2010, con la vittoria in entrambe le gare della rappresentativa padana. «Va, pensiero.» Il Kurdistan la Coppa la alzerà nel 2012 in “casa”, ad Erbil (che, per la cronaca, è sì capoluogo della regione curda, ma allo stesso modo governatorato dell’Iraq), vincendo per 2-1 contro il Cipro del Nord. Non è PES, non è nessun altro videogioco: è la realtà, e per certi versi va bene così.

Può sembrare assurdo, ma Kurdistan e Padania si sono affrontate davvero.

Nel 2015, dei 40 milioni di curdi nel mondo (dati del The World Factbook) circa 83.600 vivevano in Svezia, al terzo posto tra i paesi europei ad ospitare parte tra quelli rifugiati (il significato va ben oltre quello di semplice emigrato) dal Kurdistan. Per alcuni tra i motivi già citati sopra, in nove a Borlänge, in cui nel 2017 vivevano 1.028 stranieri provenienti dall’Iraq, ebbero un’idea tra il sociale e lo sportivo: fondare una società calcistica, il Dalkurd FF.

«Det sociala ansvarstagandet är en plikt, ett arbete och ett mål som aldrig upphör i Dalkurd FF», si legge dal sito ufficiale. «La responsabilità sociale è un dovere, un lavoro e un obiettivo che non finisce mai al Dalkurd FF»: e questo perché originariamente, nel 2004, quello di vincere partite era l’obiettivo secondario. Negli anni novanta, la città svedese della contea di Dalarna era quella con il più alto tasso di criminalità per mille abitanti di tutta la nazione: solo quattro anni fa, per intenderci, la polizia svedese in un report ha definito il Tjärna ängar, l’area urbana in cui vivono principalmente gli emigrati e i rifugiati (insieme a Jakobsgårdarna), nonché “area a rischio” per il tasso di criminalità molto alto. Togliere i bambini e i ragazzi dalla strada e strapparli ad una vita ingiusta è stato sin dalla nascita la gara più importante del Dalkurd. Logo e bandiera palesemente ispirati a quella del Kurdistan, con uguali colori sociali e sole d’oro ardente al centro: unica differenza? Due Dalahäst, i cavalli di legno, simbolo della Svezia. Ma non a caso.

Di Stikå Erik Hansson abbiamo brevemente parlato: Stikå era un pittore che, a metà dell’Ottocento, sperimentò un nuovo modo di dipingere basato principalmente su due colori nello stesso pennello. Che poi è molto più di un semplice stile: in un singolo Dalahäst capita di vedere diverse tonalità a tal punto da pensare, con un po’ di capacità di astrazione, che su quel cavallo ci sono altrettante sfumature di uno, due, tanti popoli. In un certo senso, quadra tutto. Il Dalkurd, però, come recita l’incipit di un pezzo del 2008 del quotidiano svedese Dagens Nyether, «är en modern framgångssaga», «è una moderna storia di successo». Soprattutto. In quell’anno aveva già raggiunto, dopo quattro promozioni di fila, la Division 2, che per fare un paragone alla lontana e permettere una comprensione più aperta, è la nostra Serie D. Nel 2009 venne promosso in Division 1. Sempre primo.

Ora: capire come finisce e dove va a parare questa storia è molto semplice. Sei campionati più tardi il club di Borlänge raggiunge la Serie B svedese, la Superettan: nel 2017 viene accolto trionfalmente in Allsvenskan. Ma a marzo del 2015, di ritorno da un periodo in Spagna per uno stage, sfiora l’impossibile: ridurremo la cronaca al fatto che, per una coincidenza a dir poco straordinaria, o per pigrizia, o semplicemente perché lo scalo a Dusseldorf prevedeva tempi biblici, il Dalkurd preferì non salire su un aereo che si sarebbe schiantato sulle Alpi francesi per volere del copilota, Andreas Lubitz. Odino ci ha messo del suo, forse riconoscente per la custodia di Sleipnir.

I Rojfans, i tifosi del Dalkurd, l’altra faccia della favola: uno dei gruppi più “caldi” del calcio svedese. Non sono mancati episodi di violenza: qui in foto in festa con i proprio giocatori.

COSA RESTA DELLE FAVOLE

A dir la verità, il Dalkurd oggi ha poco di quella che, condita dal miele delle belle storie, era stata definita una favola: l’esperienza in massima serie è durata appena una stagione, le gare non vengono più disputate a Borlänge e, di fatto, il club si è trasferito, sede sociale inclusa, in Uppsala per un dissidio con l’amministrazione comunale («En klubbs ambitioner behöver inte gå hand i hand med en kommuns», «Le ambizioni di un club non devono necessariamente andare di pari passo con quelle di un comune», dirà il consigliere Leif Lindström), nonostante giochi temporaneamente al Gavlevallen di Gävle. In campionato, la Superettan, si trova al decimo posto con 29 punti, con un pari per 1-1 contro lo Jönköpings Södra nell’ultima gara disputata lo scorso 31 ottobre.

«Non siamo mai soddisfatti e vogliamo continuare a svilupparci. […] Vogliamo crescere in ogni modo. Abbiamo un sogno e una visione per diventare uno dei club leader del paese. Questo vale non solo a livello calcistico, ma anche a livello sociale», recita il sito ufficiale. Nella rosa del 2020 non figura alcun giocatore proveniente dal Kurdistan: a causa del Covid e delle conseguenti restrizioni per il viaggio Haron Ahmed Zubair e Farhan Shakor Tawfeeq, curdi, sono stati costretti al prestito al rispettivamente al Zakho e Erbil. A marzo, lo storico capitano Peshraw Azizi, figlio di un Peshmerga, è stato ceduto dopo nove stagioni al Vasalund. Prima di arrivare a Borlänge era passato da un’altra impresa calcistica, di matrice siriana: il Syrianska, anch’esso fondato da immigrati e anch’esso in massima serie svedese, nel 2011.

L’ex capitano Peshraw Azizi (a destra) insieme a due compagni di squadra con la bandiera curda, in festa per la promozione del Dalkurd in massima serie nel 2017.

Lo spirito radicale del Dalkurd rimane comunque lo stesso: integrazione e progetti rivolti ai giovani. L’academy del club svedese è in stretto contatto con l’Uppsala-Kurd, società che ripercorre quanto fatto dal Dalkurd e che, apertamente, «stödjer Rojava», «sostiene il Rojava», l’amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est che ha osato lottare con lo Stato Islamico e che, per i curdi, fa a tutti gli effetti parte del Kurdistan (siriano).

Allungando e consolidando il filo tendente al diritto e al riconoscimento di un popolo che non ha nazione né nazionale, ma che in Svezia ha trovato, in parte, una sua identità fatta di colori diversi tra loro. Sì: se la storia del Dalkurd fosse un simbolo sarebbe senza dubbio il Dalahäst. Con buona pace di Odino, delle guerre in Medio Oriente e del destino.


 

Giornalista pubblicista classe '94 a metà tra filosofo e sofista. Fautore del calcio come "prodotto sociale", si appassiona al mondo del giornalismo sportivo sin da piccolo, seguendo le telecronache in TV e intervistando i parenti. Vive costantemente tra microfono, cuffia e tastiera, alla ricerca di storie da raccontare.