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- di Carlo Iannaccone

Pirlo e il calcio che vorrebbe


Il popolo bianconero è diviso: Andrea Pirlo deve essere aspettato o si può già definire la decisione di puntare sul suo calcio fallimentare? Ho analizzato il sistema di gioco ed i principi che Pirlo intende implementare a Torino e sono giunto alla conclusione che, forse, il tempo a disposizione del tecnico bresciano è già scaduto.


Quando ripenso ai primi anni di scuola, mi vengono in mente una serie di immagini. Ricordo Alex, il mio migliore amico che non mangiava carne di maiale; Sara, la mia compagna col sogno di diventare una veterinaria; Alessandro e la sua straordinaria capacità di effettuare calcoli complessi a memoria; e poi i grembiulini gialli; gli intervalli a scambiarsi le figurine dei Pokémon; il pessimo cibo precotto offerto dalla mensa...

Ricordo anche i compiti in classe e la fatica che facevo a buttar giù una paginetta di tema. Non si può dire che fossi un piccolo romanziere in erba, anzi. Non importava quale fosse il titolo del semplice elaborato da produrre, alla fine il risultato era sempre lo stesso: un elenco di fatti o caratteristiche narrato in un ordine temporale pressoché perfetto, ma privo di qualunque riferimento emozionale.

A dire la verità, forse non provavo alcuna sensazione o sentimento al momento della stesura.

"Carlo, descrivi il tuo compagno di banco...”

"Il mio compagno di banco si chiama Marco, ha 8 anni, i capelli corti, gli occhi marroni, è alto un metro e trenta e ha un gameboy color verde".

Oppure: "Carlo, “Come vorresti che fosse la tua casa ideale?”

"Vorrei abitare in una casa molto più grande della mia. Vorrei che fosse costruita in cima ad un monte e vorrei che contenesse al suo interno una grande stanza piena di modellini di macchinine. Vorrei che ci fossero tante macchinine; migliaia di macchinine; una montagna di macchinine!".

Una montagna di macchinine, che assurdità. Oggi i modellini non mi interessano più e sorrido ripensando a quelle che, da bambino, pensavo fossero le mie priorità. Penso anche, però, che da piccoli sia perfettamente normale sognare ingenuamente cose astratte, inutili ed irraggiungibili, da adulti un po' meno.

Andrea Pirlo, nel tentativo di illustrare il suo credo calcistico, ha commesso proprio questo errore: a completamento del percorso di studi per diventare un allenatore professionista, producendosi in un elenco di desideri personali dal titolo “Il calcio che vorrei”, ha partorito una tesi peggiore di quella che avrebbe potuto scrivere un ragazzino di terza elementare.

In trenta pagine, probabilmente scritte coi piedi per dimostrare a tutti di saperli usare anche su carta, il neoallenatore della Juventus ha descritto la strategia di gioco dei suoi sogni, senza spiegare con precisione perché la vorrebbe perseguire, senza chiarire come intende attuarla e senza portare alcun dato a supporto delle sue idee, al di fuori di un generico rimando a “in base ai nostri studi abbiamo capito che”.

Io, facendogli eco, in base allo studio che ho condotto sui suoi studi, ho capito che:

  • Pirlo ha tanti buoni propositi, ma non ha la più pallida idea di cosa sia il metodo scientifico;
  • Pirlo vuole introdurre a Vinovo un gioco equilibrato, incentrato sul giro-palla ragionato e sull'immediata riaggressione dell'avversario in fase di transizione negativa;
  • Pirlo, in fase di costruzione, desidera che i suoi calciatori procedano per gradi, superando una linea di pressione alla volta tramite la cositituzione di rombi per vie centrali (dato che dal centro la distribuzione del pallone è meno prevedibile), senza forzare lanci e ricorrendo alle verticalizzazioni dirette solo in casi particolari, quando un giocatore è in possesso del pallone in zona rifinitura;
  • Pirlo vuole che i suoi calciatori attacchino in maniera compatta, progressiva e a due velocità, ragionata dietro e rapida davanti;
  • Pirlo ha un piano;
  • Pirlo desidera attaccare in maniera efficace ed efficiente e, portando tanti uomini in zona palla per segnare, vuole anche difendere bene, sfruttando la densità numerica prodotta per riaggredire celermente e con successo l'avversario;
  • Pirlo cambia idea spesso (specificamente, prima scrive che i giocatori marcati devono muoversi per creare spazi, poi afferma che, per lasciare la struttura della squadra inalterata, è importante che attendano il pallone sui piedi e che mantengano la loro posizione, infine, si contraddice nuovamente poche righe dopo scrivendo: "in fase offensiva non abbiamo un modulo fisso ma il posizionamento ed i movimenti in campo dei giocatori sono richieste dalla ricerca del raggiungimento dei nostri principi".)
  • Pirlo non sarà mai un membro dell'accademia della crusca;
  • Pirlo forse non ha un piano, o se lo ha non è preciso;
  • Pirlo decisamente non ha un piano;
  • Pirlo è confuso;
  • Pirlo è così confuso da colpirsi da solo.

A questo punto, per dissipare ogni mio dubbio sulla bontà del lavoro del tecnico bresciano, mi sono riguardato tutte le partite giocate dalla Juventus da quando Torino è ufficialmente entrata a far parte della repubblica di Pirlolandia e ho scoperto alcune cose interessanti. Innanzitutto, nel gioco a tinte bianconere, Pirlo ha già lasciato una grande e gigantesca impronta, così grande che a scoprirla per caso la si potrebbe scambiare per una prova dell'esistenza del leggendario Bigfoot.

Gli undici uomini sotto il suo comando giocano esattamente come vuole lui. Il modulo di base è l'1-3-4-2-1, che in fase di non possesso diventa un classico 1-4-4-2, mentre in fase offensiva può trasformarsi, a seconda dei casi, in un 3-2-5, o addirittura in un 2-3-5: in attacco, c'è sempre un uomo all'interno di ciascuno dei 5 corridoi in cui può essere suddiviso il campo di gioco; sulle corsie laterali, due giocatori (uno solo per fascia) si posizionano molto larghi in punta per offrire ampiezza alla manovra e allargare le maglie avversarie; in zona rifinitura, uno o due bianconeri si propongono tra le linee cercando di uscire dalla zona d'ombra; dietro, Danilo, che sia impiegato a destra o sinistra, funge alternativamente da terzo difensore e da centrocampista interno aggiunto; infine, i due interni di centrocampo, ponendosi come vertici di rombi, costituiscono sempre la prima opzione di scarico per i difensori centrali.

Accanto, lo schema offensivo neutro adottato fino ad ora dalla Juventus.

L'unica cosa che non sembra funzionare ancora a pieno regime è il contropressing immediato, circostanza non di poco conto, se si considera che rinunciarvi implica il rischio di trovarsi ad accettare pericolosi 1vs1 difensivi (o addirittura l'inferiorità numerica), ma non invocabile a giustificazione dei modesti risultati ottenuti fino ad ora.

Se la Juventus non è nemmeno riuscita a sconfiggere Crotone e Verona, le cause sono da doversi ricercare altrove e non possono fungere da attenuanti neanche le illustri assenze con cui Pirlo ha dovuto fare i conti. Precisamente, se il lavoro del tecnico si vede, ma i risultati stentano ad arrivare, sono le premesse sui cui esso si basa ad essere per forza di cosa fallaci. In particolare, vi riporto le parole con cui lo stesso Pirlo ha spazzato via quella fitta coltre di fumo al di sotto della quale si cela il suo misero e ristrettissimo arrosto: "credo che negli ultimi 30 metri la creatività ed il talento individuale debbano farla da padrone, con i giocatori liberi di potersi esprimere cercando delle giocate decisive". Insomma, stringi stringi, il calcio che Pirlo vorrebbe, a parte qualche riferimento al gioco "posizionale", è un calcio basato sulle individualità e lasciato alle libere iniziative dei singoli. Un po' pochino, per giustificare una delle promozioni più importanti e veloci della storia calcistica italiana.

Oltretutto, sembra che Andreino abbia studiato un modellino su carta (concepito per sua stessa ammissione pensando a Cristiano Ronaldo, che vi ricordo compierà 36 anni a febbraio) e che abbia poi tentato di applicarlo forzatamente ad un gruppo di giocatori eterogeneo, poco funzionale ad un gioco “posizionale” del genere. Un esempio a caso: oggi si scopre che Arthur, ex mezz'ala in un centrocampo a tre, sarebbe troppo lento per essere impiegato in un centrocampo a due ("fa troppi tocchi, gioca corto e non vede davanti"), nonostante il brasiliano sia rimasto lo stesso giocatore acquistato qualche mese fa. Che dire poi di Bernardeschi, uno dei componenti della rosa al momento più mal sopportato dai tifosi: Pirlo non sapeva anche prima che non fosse un laterale destro a tutto campo, bensì un attaccante esterno destro a suo agio a piede invertito? Credo proprio di si.

Che l'esperienza di Bernardeschi a Torino sia giunta ai titoli di coda?

Allora lo ribadisco: se il lavoro del tecnico si vede, ma i risultati stentano ad arrivare, sono le premesse sui cui esso si basa ad essere per forza di cosa fallaci. In questi casi non ha molto senso concedere all'allenatore ulteriori alibi temporali.

È per questa ragione che il tempo a disposizione di Pirlo, a mio avviso, dovrebbe essere già terminato.

E se anche non foste d'accordo con la mia analisi, dovreste per lo meno riconoscere che c'è un'ulteriore ragione per cui il tecnico bresciano non dovrebbe occupare la panchina della squadra più tifata d'Italia. Il suo ingaggio è stato un perfetto esempio di assenza di meritocrazia e costituisce chiara espressione di un ambiente marcio, che si arrotola su se stesso in una lenta agonia.

Proprio osservando la questione da questo punto di vista, nei suoi confronti mi sento di poter essere ancor meno clemente e di affermare con risolutezza: non c'è posto per tutti i Pirlo di questo mondo sulla panchina della Juventus o di qualunque altra squadra, nel calcio che vorrei.


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Nato a Treviso il 25/10/1992. Laureato in Giurisprudenza. Cresce nutrendosi di palla a spicchi, ma è il calcio a catturare le sue attenzioni. Nel 2013, fresco di licenza da agente FIFA, anticipa tutti, anche se stesso: si reca in Polonia, convinto di poter rivoluzionare il calciomercato italiano. La rivoluzione non si attua, ma l'intuizione si rivela comunque felice. Oggi, svestiti i panni del procuratore sportivo, indossa quelli del match analyst e scrive di tattica in qualità di iscritto all'associazione italiana degli analisti di performance calcistica. Potete trovarlo a Rimini o, di tanto in tanto, nelle peggiori pierogarnie polacche.

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