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6 min

- di Gabriele Moretti

La prova del delitto


Nel 1790, in La metamorfosi delle piante e altri scritti sulla scienza della natura, Johann Wolfgang von Goethe scriveva che la massima socratica conosci te stesso "non è altro che una furbizia da preti" in quanto "l'uomo conosce se stesso solo nella misura in cui conosce il mondo". Seguendo il consiglio del grande poeta tedesco abbiamo deciso di conoscere il mondo, riportando su Sportellate traduzioni, sunti ed estratti di articoli provenienti dalla stampa estera. Oggi vi offriamo la traduzione di un articolo della rivista spagnola Panenka, in cui il fotografo Eduardo Longoni racconta come immortalò la mano de Dios.


Il mio primo approccio con la fotografia accadde in maniera abbastanza casuale, grazie a una rivista che pubblicavamo ai tempi del liceo. Un hobby che abbandonai alla fine delle superiori dal momento che mi toccò fare la colimba, il servizio militare obbligatorio. Era il 1978, l'Argentina era ancora in piena dittatura, e proprio in quell'anno ci fu un tentativo di entrare in guerra con il Cile. Passai cinque mesi accampato alla frontiera aspettando ordini che, per fortuna, non arrivarono mai.

Al ritorno mi iscrissi alla facoltà di Storia ma, siccome nel frattempo volevo anche lavorare, mi proposi a una agenzia di stampa che si trovava nei pressi di casa mia. Si chiamava Noticias Argentinas. Ciò che cominciò in maniera totalmente improvvisata - e persino un po' sfacciata - finì per diventare la mia scuola di fotografia. Io non sapevo nulla di quel lavoro ma i miei colleghi, tutti più grandi di me, furono i miei veri maestri.

Il 30 aprile 1977 nasce il movimento delle madri di Plaza de Mayo: decine, centinaia e poi migliaia di donne si coprono la testa con un fazzoletto bianco e chiedono giustizia per figli e mariti desaparecidos.

Nel 1979 la dittatura godeva ancora di ottima salute, mentre la gente era di giorno in giorno sempre più disperata. Le madri di Plaza de Mayo, la repressione, le lotte operaie e le proteste studentesche attirarono immediatamente la mia attenzione. La fotografia si trasformò in uno strumento di militanza politica. Avevo vent'anni.

Allo stesso tempo, però, amavo il calcio. Sia guardarlo che praticarlo, entrambe cose che continuo a fare tutt'oggi. Cominciai a lavorare la domenica, andando di stadio in stadio per coprire le partite. A quel tempo la fotografia era esclusivamente analogica, le macchine fotografiche non avevano software incorporati e tutto era manuale e meccanico. Il calcio mi insegnava a tenere un ritmo alto, necessario per i lavori che poi avrei voluto realizzare per le strade. Partecipai per la prima volta ad un Mondiale a Spagna '82 e, quattro anni più tardi, ero già diventato l'editore di Noticias Argentinas. Insisto: il calcio non era ciò che davvero mi appassionava e trovo paradossale che, essendomi dedicato così tanto alla politica e alla società, la mia foto più famosa abbia Maradona come protagonista.

Catturai quell'immagine, ovviamente, a Messico '86, la seconda coppa del mondo al quale ho assistito di persona. E non rinnego nulla di quella fotografia, anzi le do un grande valore da un punto di vista identitario perché quello scatto sintetizza perfettamente qualcosa che è presente nel profondo dei nostri geni, la argentinidad, ovvero la capacità di fare qualcosa di creativamente straordinario e, contemporaneamente, di ricorrere a un inganno picaresco per arrivare all'obiettivo prefissato. Contro l'Inghilterra Diego fece letteralmente esplodere questa nostra duplice attitudine.

Nel 1986 la fotografia a colori esisteva già e infatti un fotografo messicano, Alejandro Ojeda Carbajal del El Heraldo, pubblicò la mia stessa foto ma a colori, solo con la palla un po' più vicina al pugno di Maradona. Io scattai in bianco e nero solo per seguire la linea editoriale imposta dall'agenzia per cui stavo lavorando. E ne sono assai felice, visto che questo la rese ancora più famosa dal momento che la gran parte dei giornali a cui vendemmo il servizio erano stampati, per l'appunto, in bianco e nero. La mia foto divenne "virale".

L'altra versione della mano de Dios, quella scattata da Alejandro Ojeda Carbajal

Come riuscii a scattarla? Innanzitutto, siccome ero mal posizionato, dovetti lavorare con una lente corta. Certo, l'istinto è importante, bisogna essere sempre preparati per anticipare quello che sta per succedere, ma questa volta la fortuna giocò un ruolo fondamentale. Se proprio devo essere sincero, non mi resi nemmeno conto che fosse Maradona a saltare, perché con la macchina davanti agli occhi non riuscivo a vederlo chiaramente. Il mio merito fu semplicemente di essere rapido a premere il pulsante di scatto quando percepii un'ombra alzarsi davanti a Shilton. Avevo una certa necessità di scattare foto siccome fino a quel momento ne avevo accumulate troppo poche. Fu proprio questa ansia che mi fece mantenere la camera davanti agli occhi mentre moltissimi altri la avevano appena abbassata... alla fine era solo un rinvio mal riuscito di un difensore che sembrava accomodarsi placidamente tra le mani del portiere. Feci tre scatti.

Per una questione di pratica, capì che sicuramente i protagonisti erano messi perfettamente a fuoco. Quello di cui non ero certo era se la palla era rimasta o meno nel riquadro di scatto. L'importanza della partita mi permise di restare concentrato e di rimandare la mia impazienza al momento in cui avrei estratto il rullino, cosa che avrei comunque fatto pochi minuti dopo, in uno stanzino che avevamo affittato all'interno dello stadio Azteca e adibito a laboratorio fotografico, siccome appena finite le partite era necessario selezionare, editare e copiare le foto che dovevamo mandare all'agenzia. Confesso che quando capii che la foto era venuta bene mi misi di buon umore ma non ebbi la sensazione che si trattasse di uno scatto straordinario. Pensavo che praticamente tutti i fotografi presenti ne avevano una simile.

Dico sempre che un fotogiornalista deve essere curioso e paziente. Ma con l'avvento della fotografia digitale, la possibilità di vedere immediatamente ciò che si è fotografato causa distrazioni che penalizzano molto queste due caratteristiche fondamentali. Mi capita sempre più spesso di vedere fotogiornalisti in piena azione che si fermano a guardare lo schermo e, ogni volta, penso che mentre lo fanno si stanno perdendo un sacco di scene interessanti davanti ai loro occhi.

Eduardo Longoni oggi, 34 anni dopo quella fotografia immortale

Penso che quel Mondiale è stato l'ultimo in cui la fotografia ha battuto la televisione. La prova è che le telecamere non riuscirono a catturare quella giocata "polemica" di Maradona in tutto il suo splendore. Da quel momento in poi, le trasmissioni televisive si evolverono molto rapidamente. Oggi quando guardi una partita ti sembra di essere dentro al campo. È un'esperienza molto coinvolgente, si riescono a vedere le goccioline di sudore dei giocatori, l'umidità dell'erba, le gocce d'acqua che si alzano dal terreno a ogni rimbalzo del pallone... invece la fotografia si è evoluta molto meno. Ai nostri tempi avevamo una certezza: la TV ti faceva vedere la partita e le fotografie ti offrivano la passione, lo sforzo, i denti stretti dei giocatori. Ora la TV fa entrambe le cose. A volte mi chiedo addirittura se ha qualche tipo di senso continuare a fotografare i calciatori nello stesso modo in cui lo facevano negli anni '80 e '90. E la risposta che mi do, ogni volta, è che la fotografia sportiva difficilmente riesce a raccontarti qualcosa che non ti abbia già raccontato la televisione.

Penso ad esempio alla testata di Zidane nella finale del Mondiale 2006. L'aggressione venne confermata dal quarto uomo dopo averla vista in lieve differita su una TV. Non ci sono nemmeno molte foto di quell'episodio. A difesa della professione, devo ammettere che quella situazione si creò a palla lontana e il pallone continua ad essere una calamita per gli obiettivi dei fotografi, una preda da non perdere mai di vista. Diciamo che, in un certo senso, i ruoli si sono invertiti. Ora è la televisione a immortalare ciò che le mancano le macchine fotografiche.

Questo è praticamente l'unico scatto fotografico della "testata" di Zidane

Questo ha modificato il modo di fotografare il calcio. Oggi le grandi fotografie sportive brillano per la componente estetica, per la loro plasticità. Però non succede più che la fotografia permetta di chiarire situazioni ambigue o episodi controversi avvenuti sul terreno di gioco, ovvero ciò che poi rimane nella memoria storica. E qui cadiamo di nuovo in un antico precetto della fotografia, non tanto di quella giornalistica, ma proprio a livello psicologico e di fruizione. In genere, ci ricordiamo di episodi storici grazie a immagini statiche e soltanto in pochi casi grazie a immagini in movimento. Se pensiamo al Vietnam, ci appare immediatamente davanti agli occhi la foto della bimba ustionata dal Napalm; se pensiamo al 23 febbraio spagnolo [ndr, il golpe organizzato da Tejero il 23 febbraio 1980] ti ricordì immediatamente di Tejero con la pistola verso l'alto.

La cosa particolare di quell'Argentina-Inghilterra a Messico '86 è che in essa convivono due componenti: quella del gol geniale, nell'immagine in movimento, e quella della truffa, nell'immagine statica. Non penso che possa succedere di nuovo qualcosa di simile.


 

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.

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