Interventi a gamba tesa

Dioniso e Apollo o del rapporto tra il Gioco e i Tifosi

 


Cosa rappresenta il calcio senza tifosi?  Stando a Jock Stein – leggenda del Celtic di Glasgow –  o, per altri, a Sir Matt Busby – leggenda dello United di Manchester – “Football is nothing without fans” ed è ciò che qui appresso si proverà a dimostrare.


Non si sa di nessuno che sia riuscito a sedurre con ciò che aveva offerto da mangiare, ma esiste invece una vasta e complessa casistica di coloro che hanno sedotto spiegando ciò che si stava per mangiare

(Manuel Vázquez Montalbán, Ricette immorali)

Questa domanda si è sempre posta rispetto a moltissime mutazioni del Gioco nel periodo contemporaneo, si pensi al “caro biglietti” (si vedano le ripetute proteste della curva bavarese, tra cui ricordiamo quella posta in atto a Londra contro l’Arsenal, ma non solo), alla sempre maggiore mutazione imposta soprattutto dalle pay-tv del tifoso come utente e/o consumatore, all’uso degli ultras come cavie per legislazioni di carattere repressivo (il Daspo che ora affligge le città, e gli strati più poveri della società, è stato, ad esempio, sperimentato sulle Curve con, si ricordi, il favore dell’opinione pubblica che, nell’ultras, ha sempre visto il cattivo, il reietto, il violento etc).

Non fosse sufficiente tutto quanto sopra, l’ormai noto virus ci sta facendo confrontare con un inevitabile e drastico mutamento di abitudini di carattere prettamente sociale. Una di queste era lo Stadio, massima espressione della mescolanza umana ad ogni livello.

Con i campionati ripresi e gli stadi chiusi, il dibattito, alla ripresa di questa estate terminata la c.d. prima ondata pandemica, ha visto contrapporsi, dal lato dei tifosi, due opposte fazioni: se da un lato c’è chi ritiene che il Gioco non possa avere luogo senza la presenza, sulle gradinate, del pubblico, dall’altro c’è chi, pur di farsi ritornare a battere il cuore, ha ritenuto questa ripresa una parvenza di ritorno alla normalità quotidiana, ingoiando il boccone amaro.

Troviamo, però, un tratto comune: l’amore per il Gioco.

In tutta questa querelle c’è un lato positivo, però, perchè finalmente ci si confronta con la domanda d’apertura (prima riservata unicamente a gruppi ristretti di persone): cos’è il Calcio senza i tifosi?

Per cercare di dare una risposta a questo annoso interrogativo, in questa brevissima analisi, voglio provare a scandagliare e vagliare il vero valore del tifoso nel Gioco e, per fare ciò, occorre confrontarsi con la realtà che maggiormente si avvicina ad esso: il Teatro. O meglio, il teatro ai tempi dell’Antica Grecia.

Punto di partenza di questo parallelismo è quanto disse e scrisse Friedrich Nietzsche, dapprima nell’ambito delle lezioni sulla tragedia tenuto all’Università di Basilea nel 1870, successivamente citati in un suo trattato intitolato La visione dionisiaca del mondo ed approfondite all’interno della sua prima opera “La nascita della tragedia” (1872), rende dicotomica la fisica delle forze che regola l’antica tragedia attica: l’apollineo e il dionisiaco.

La prima è la componente razionale e razionalizzante dell’individuo che si contrappone allo spirito dionisiaco, che rappresenta il suo contrario: il bello ed il sublime. L’anima, spesso inquieta, che riempie la scultura.

Senza l’essenza dionisiaca, l’uomo non vivrebbe nel sogno ma assisterebbe ad una praxis aristotelica, ovvero l’agire del corpo che è propria del Teatro, senza quindi potersi elevare dalla realtà quotidiana rendendo la stessa tollerabile e meritevole di essere vissuta”.

Il dolore si libera nel sogno e, col sopraggiungere dello spirito dionisiaco, l’uomo vive intensamente la natura e i rapporti con gli altri uomini: “Il fascino dionisiaco non ripristina solamente i vincoli tra uomo e uomo: anche la natura, straniera o ostica o soggiogata, celebra la festa di riconciliazione col suo figliuol prodigo, l’uomo (…) Ecco che lo schiavo è libero, ecco che tutti infrangono le rigide, nemiche barriere, che il bisogno, l’arbitrio o «la moda insolente» hanno piantato tra gli uomini (…) Nel canto e nella danza l’uomo si palesa come componente di una comunità superiore: egli ha disimparato a camminare e a parlare, e danzando è in atto di volarsene via nell’aria”.

Nel rituale vengono spezzate le catene della schiavitù della realtà, i vincoli, seppur nascosti, tra gli uomini vengono a consolidarsi. Solo così l’eroe tragico viene portato alla sublimazione dal rituale collettivo.

Appare, dunque, evidente già da ora che senza il rituale “stadio” non c’è l’eroe tragico. Rimarrebbe, dunque, solo il suo agire in uno spazio emozionale indefinito e privo di valore estetico: il fùtbolista, non viene in alcun modo ad essere sublimato perché è privo del rituale collettivo che porta l’Atto all’ebbrezza: il Gioco è nudo

Il rituale è sospeso nel tempo, è ormai frazionato in tante singolarità filtrate da schermi delle più diverse nature.

Il teatro è vuoto, la musica è, momentaneamente, cessata. Il Fùtbol non appare diverso dal baseball, dal cricket o dal polo.

Il tifoso, o meglio, l’aficionado (benchè si trattasse di ben altro), viene personificato nel theōrós (dal greco θεωρός). Un tifoso particolare in trasferta vestito, però, del solo peplo. Questo era un titolo che veniva conferito ai sommi magistrati di alcune città. La parola, nel corso dell’evoluzione, acquisì il significato di “ambasciatore sacro” o “delegato): erano persone inviate a consultare un oracolo o, ed è ciò che più ci interessa ai fini dell’analisi, a rappresentare la cittadinanza ai giochi paraellenici. Difatti, durante questi eventi ogni città inviava Teori che si occupassero di rappresentare la città.

L’attuale forma del Gioco, per come viene proposto ed imposto in questi tempi pandemici, sta minando alle basi l’affezione. Nessun teoro è presente a rappresentare la propria città.

Lo stadio, come detto, è vuoto (tralascio la presenza sparuta dei 1.000 invitati) privando il Gioco di una sua componente essenziale: il pubblico. Il theōrós non è più nell’“assoluta distanza”, come teorizzata da Gadamer, secondo cui v’era una distanza tra attore e spettatore teorizzata e concepita per evitare, da un lato, la prossimità totale e, quindi, la completa identificazione e, dall’altro, che l’attenzione, fulcro della riuscita dell’Atto, venga a mancare. In entrambi i casi la rappresentazione non sarebbe realmente accaduta: il sogno collimerebbe con la realtà, nel primo caso, o semplicemente rimarrebbe in potenza non concretizzandosi, come nel secondo. Egli, oggi, non accompagna più il dramma, non può assistervi, non ne può essere coinvolto…anzi è, alcune volte, sopraffatto dalla noia, dal distacco e dalla confusione per ciò che avviene.

La Bombonera (Boca, Buenos Aires) come il Teatro di Dioniso (Atene, Grecia) senza pubblico ospitano sì l’eroe ma esso non trova alcuna sublimazione. Non c’è quella comunione rituale: lo spettacolo esiste soltanto per gli spettatori. Il far venir meno la distanza assoluta mina alla base la stessa legittimità dello spettacolo.

Le nostre vite vengono private dall’eccezione dell’astrazione e del collettivo.

Quei 90’ (più recupero, ultimamente spesso corposo) ci permettono di sconfinare nel sogno senza dover necessariamente incontrarsi con Morfeo.

Dunque, cos’è il Calcio senza tifosi? Solo uno spettacolo fine a se stesso che si può unicamente accettare e vivere come eccezione nello stato emergenziale della nostra contemporaneità ma che impone, o meglio imporrebbe, ora come mai, di aprire una vera, profonda ed intensa riflessione per far riportare il pubblico nella sua centralità nello spettacolo che, così, rimane il bello apollineo ma senza l’anima dionisiaca che lo sublima e lo rende ciò che tutti noi amiamo.


40 anni. Vivo a Bologna da 22 anni, sono pugliese di nascita ma con influenze genetiche sia napoletane che romane. Amo il Gioco del Fùtbol in tutte le sue nuance, tifo Lazio, ma le mie prime esperienze allo stadio sono state allo Zaccheria a seguire il Foggia di Zeman e, per influenze paterne, ho vissuto l'epopea del Napoli di Maradona a cui, emotivamente, sono legato. Amante della settima arte e della saga di Pepe Carvalho, nonchè di tutta la letteratura sudamericana, specialmente quella legata al Gioco (Soriano&Co.)