Interventi a gamba tesa

Considerazioni sparse post NBA Finals 2020


Al termine della decisiva Gara 6 Adam Silver ha detto che “secondo lui tra qualche anno il trofeo di MVP sarà intitolato a LeBron James”. Sarebbe sufficiente questo a descrivere che serie è stata.


– I Los Angeles Lakers vincono il titolo NBA in quella che non abbiamo paura di definire la stagione più strana della storia della lega. Il modo in cui l’NBA ha gestito l’emergenza Covid-19 riuscendo a portare a termine regular season e playoff, nonostante una delle più forti proteste della storia americana in corso di svolgimento, dovrebbe tassativamente finire in tutti i manuali di marketing alla voce “valorizzazione del prodotto”. È vero, in patria questi sono stati i Playoff dal più basso rating televisivo da tanti anni a questa parte, ma nel resto del mondo la NBA ha dato ancora una volta la sensazione di essere una lega irraggiungibile, in tutti i sensi; 

– La serie di finale tra Los Angeles Lakers e Miami Heat è stata fortemente condizionata dagli infortuni che la squadra di Spolestra ha dovuto fronteggiare nelle prime tre gare. Gli Heat hanno avuto l’organico al completo solamente in una piccola parte di gara 1 e nella decisiva gara 6: paradossalmente queste due sono risultate le partite più sbilanciate in favore dei Lakers, ma come ben sappiamo nel basket non sempre 1+1 fa 2 e giocare 6 gare con Dragic e Adebayo al top avrebbe reso questa serie più equilibrata di quanto lo sia stata; 

– Di certo però non abbiamo assistito a un’esecuzione pubblica in piazza dei Miami Heat, che ancora una volta hanno dato fino all’ultima goccia di sudore per provare a ottenere il massimo dalla situazione (e ci vien da dire che forse ci sono riusciti), dimostrando di essere la squadra di sistema più efficiente dell’intera NBA. Esemplificativa in questo senso è stata la leggendaria Gara 5 di Jimmy Butler che ha chiuso con una tripla doppia da 36 punti un match in cui è rimasto in campo per 47 dei 48 minuti disputati. Alla fine di quella leggendaria, però, abbiamo visto Jimmy letteralmente trascinarsi durante le interviste con il passo di un novantenne poco allenato e abbiamo subito intuito che Gara 6 potesse avere poca storia e in effetti così è stato; 

– Non sappiamo collocare con esattezza LeBron James e Anthony Davis all’interno della classifica delle “migliori coppie della storia della pallacanestro”, ma siamo sicuri che abbiano tutto il diritto di starci in questa classifica. Il modo in cui i due si completano è quanto di più dominante l’NBA possa offrire in questo momento, in particolar modo dal punto di vista fisico. In Gara 6 la differenza è stata proprio nell’aggressività difensiva dei gialloviola che hanno reso l’area un luogo pressoché irrespirabile per gli Heat. Il supporting cast ha fatto ció che doveva, ovvero farsi trascinare dai due cavalli di razza e battere un colpo ogni tanto nel momento del bisogno. Il terzo dei Big 3, se volessimo sceglierne uno, è Rajon Rondo, che come spesso gli capita si è trasformato nei playoff diventando determinante in Gara 2 e in Gara 6. Missione compiuta; 

Se le leggende si esprimono attraverso i numeri, beh, allora ne abbiamo due che viaggiano a passo spedito e non hanno intenzione di fermarsi. La prima è quella della tradizione dei Los Angeles Lakers, che fanno 17 titoli totali ed eguagliano i Boston Celtics, dimostrando che la NBA nasce per essere una lega paritaria, ma in qualche modo non lo è mai stata fino in fondo. La seconda leggenda in movimento è chiaramente quella di LeBron James, che vince il suo quarto anello e diventa il primo a vincere il titolo di MVP delle Finals con tre casacche diverse, al termine di una stagione in cui ha dominato psicologicamente e fisicamente l’intera lega a 36 anni, in quella che già ad agosto 2019 aveva definito la sua “revenge season”. L’abbiamo già detto troppe volte, ma qui ci troviamo di fronte a uno dei primi 5 atleti di sempre e troppe volte ci siamo persi in sterili polemiche senza godercelo a fondo. Piccola considerazione finale per il ricordo a Kobe Bryant: senza trasformare la vittoria di LA in un segno del destino e in una finta numerologia che a nostro modesto parere sminuirebbero sia l’impresa sportiva sia il lascito di Kobe, è stato sicuramente bello che allo scadere dei 48 minuti tutti gli appassionati di basket del mondo abbiano naturalmente pensato al Mamba. Sarebbe stato meraviglioso se Kobe si fosse potuto godere questo titolo insieme a noi.

Alessandro Ginelli, nato a Cremona il 23/11/1996, da quel giorno vivo grazie all’aria, al cibo e allo sport. Una presenza in serie D allo stadio Euganeo di Padova in Atletico San Paolo - Fiorenzuola è il ricordo più bello e romantico riguardo la mia carriera di calciatore, da lì ho peró abbandonato il sogno di fare del calcio un lavoro grazie ai miei piedi e da un paio d’anni sogno di farlo grazie alle mie parole e alle mie opinioni. Per questo obiettivo studio Comunicazione, media e pubblicità presso l’Università IULM di Milano e coltivo il sogno di diventare giornalista sportivo. Scegliere quali sport mi piacciano di più sarebbe piuttosto difficile, quindi facciamo così: non mi piace granchè il golf.