Interventi a gamba tesa

Un patrimonio da ritrovare: Seattle, luogo dove basket, cultura e innovazione si incontrano e fanno la storia

Image Credit: Yannick Carer

Esistono città sulla terra a cui associamo istantaneamente qualcosa che le identifica, le rende speciali. Quando penso a Roma è naturale che la maestosità del Colosseo si stagli nella mia mente, occupandola nella sua interezza. Analogamente, immaginando Parigi sono portato a figurarmi la Torre Eiffel, che solletica il cielo, con la sua altezza. Proseguendo, in questo itinerario mentale, volgo lo sguardo oltreoceano. La prossima località trasuda cultura e tradizione da tutti i pori, anche se in maniera diversa da quelle sopracitate. E il suo essere lontano dal centro nevralgico della nazione in cui si trova, amplifica il suo fascino. Questo luogo, senza dubbio unico nel suo genere, è Seattle.


I “Supersonics”, storia di due annate entrate nel mito.

La “Key Arena”, casa dei “Supersonics”

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Image Credit: Yannick Carer

La “Città dello Smeraldo”, che deve il suo nome agli ampi spazi verdi che la caratterizzano, presenta un posto che da sempre rappresenta un vero e proprio punto di ritrovo, un riferimento, per la popolazione locale e non solo.
L’icona alla quale alludo non è la ben più nota torre “Space Needle”, bensì la “Key Arena”, casa dal 1967 dei Seattle “Supersonics”. Una delle franchigie NBA che tutti gli appassionati di questa lega ricordano con affetto per quello che ha saputo dare in termini sportivi e ambientali, specialmente per quanto riguarda il tifo, a questo mitico campionato.
Se si considerasse il solo palmares, verrebbe spontaneo chiedersi che cosa abbia reso così speciale questa squadra. Il titolo in bacheca, infatti, è soltanto uno, quello della stagione 1978-1979. Quella squadra ha fatto la storia di Seattle, anche perché non si presentò ai nastri di partenza con i favori del pronostico. Lenny Wilkins era l’allenatore, Gus Williams nelle vesti di playmaker sapeva impressionare per la fluidità dei movimenti e per la sua capacita di dare del “tu” al pallone, Dennis Johnson, che tutti ricordano per i suoi anni a Boston, MVP della serie finale vinta contro i Washington “Bullets”, era dotato di grandi capacità difensive e John Johnson, era in grado di agire nel doppio ruolo di guardia-ala piccola.
Una menzione d’onore la merita poi, senza dubbio, Jack Sikma, ala grande. E’ passato alla storia per il “Sikma move”, una giocata offensiva nella quale, partendo spalle a canestro, era in grado, utilizzando il perno, di portarsi in posizione frontale allo stesso. Nel ruolo di centro giocava Lonnie Shelton, altra pedina perfetta per gli equilibri di quel gruppo.

Esempio di “Sikma move”

Dopo quella stagione, bisognerà aspettare la fine degli anni ottanta e l’inizio dell’ultimo decennio del novecento per rivedere dei Super-Sonics.
A cavallo tra due decenni, infatti, due edizioni del Draft portano in dote, Gary “The Glove” Payton e Shawn “The Reign Man” Kemp. Il primo, un playmaker dalle spiccate qualità difensive, che gli sono valse il soprannome “Il guanto” e che chiuderà la sua esperienza con i Sonics con il maggior numero di punti segnati e assist nella storia della franchigia. L’altro, un’ala grande che faceva della sua potenza fisica, coadiuvata da fondamentali di pregevole fattura, la sua forza. Assoluto re delle schiacciate, andava al ferro con la stessa regolarità con la quale, la pioggia scende su Seattle.

Kemp al ferro, persino Jordan può solamente osservarlo.

Un personaggio decisamente accentratore dell’attenzione, non solo sul parquet. Tanti, forse troppi, i suoi problemi fuori dal campo, tra droga alcool e figli avuti da relazioni extraconiugali non è riuscito a essere continuo e a far parlare di se per tanto tempo, come, probabilmente, avrebbe potuto fare.
Nel 1996, però, questo binomio Payton-Kemp, circondati da giocatori funzionali al progetto, sotto la guida tecnica di coach Karl, porta la squadra ai playoff, con uno score incredibile di 64 vittorie e 18 sconfitte. Numeri che certamente fanno pensare al titolo. La vittoria nella serie contro i “Jazz” di Stockton e Malone, altra coppia play- ala grande, regala l’accesso alle finali NBA contro i “Bulls” di Jordan.
Nonostante una rimonta sfiorata da 3-0 a 3-2 e Payton che tiene MJ sotto i trenta punti per tre partite di fila, costringendolo a un magro 37% al tiro, il titolo, però, non arriva.

La sfida nella sfida tra Payton e Jordan

(Photo by Andrew D. Bernstein/NBAE via Getty Images)

Seattle, in quegli anni, è la dimostrazione del fatto che sono quasi sempre i grandi personaggi a cambiare la storia.

Lo sviluppo culturale ed economico della città e la profonda connessione con il basket

Se il duo, di cui si è parlato poco sopra, aveva rubato la scena cestistica cittadina, quella culturale è in mano a due gruppi musicali in particolare, i “Nirvana” di Kurt Cobain e i “Pearl Jam” di Eddie Vedder, entrambi considerati tra gli iniziatori del genere “Grunge.”
Risulta interessante constatare come il basket abbia saputo penetrare nel tessuto culturale della città, in particolar modo per quanto concerne i “Pearl Jam”. Grandi tifosi dei “Sonics” e amanti del gioco, tanto che, in origine si chiamavano “Mookie Blaylock” in onore del playmaker, maglia numero 10 degli “Hawks. Non a caso infatti, il loro primo album, si chiama “Ten.”

 La copertina dell’album

Anche dal punto di vista economico Seattle è all’avanguardia. Lì sono nate due grandissime aziende, colossi dei rispettivi settori di competenza.
La “Microsoft” di Paul Allen e Bill Gates, che ha saputo innovare tecnologicamente il mondo come poche altre società hanno saputo fare e che ha imposto i propri sistemi a livello globale, a testimoniare come “La Città dello Smeraldo” sia propensa a innovare. La capitale dello stato di Washington poi è anche la sede dell’autentico impero del caffè. Howard Schulz, imprenditore di Brooklyn, acquisisce la “Starbucks”, catena di caffè e diventerà leader mondiale in questo campo. Successivamente diventerà proprietario della franchigia NBA della città dal 2001 al 2006, perché il legame tra squadra e ambiente circostante è, o quantomeno era, indissolubile.
Sarà purtroppo l’inizio della fine.

La fine e  il bisogno di un nuovo inizio

Dal 2007, la squadra è passata nelle mani di Clay Bennet e di un gruppo dell’Oklahoma, che, dopo varie vicissitudini, dovute alla ristrutturazione della storica e sopracitata “Key Arena” ritenuta obsoleta dalle autorità della lega, si è visto costretto a spostare la franchigia nel predetto stato, privandoci del fascino che solo i “Supersonics” e il loro ambiente possono avere.

Da quel momento tante sono state le voci che volevano un ritorno di Seattle nel panorama cestistico americano. Particolare rumore avevano fatto le parole di Wade, poco dopo il suo ritiro nel 2018, e, ancor più di recente, quelle di Garnett dello scorso aprile.

Il concetto espresso dai due ex fuoriclasse è lo stesso: riportare il basket NBA nel nord-ovest del paese, che è stato definito più volte come un mercato da rivitalizzare.

Quello della “Rainy City” sarebbe un terreno fertile da questo punto di vista, visto che, negli ultimi anni, la città è cresciuta esponenzialmente sia dal punto di vista urbanistico che da quello demografico (si parla di 57 nuovi abitanti al giorno), grazie soprattutto agli investimenti di “colossi” del calibro di “Amazon” e “Microsoft” che hanno dato la spinta per questo importante rinnovamento. Di certo, in questo momento storico, il marketing non può essere reputato come marginale ma, oltre a ciò, Seattle è uno dei luoghi dove la palla a spicchi ha mosso i suoi primi passi.

Questo può rappresentare un punto di forza del luogo, come sottolineato anche dai due ex giocatori, rispettivamente di Miami e Boston, nelle loro dichiarazioni di intenti.

Non solo  i “Sonics” e l’ NBA…

Già dagli anni quaranta del novecento si gioca basket professionistico, poi, nei decenni successivi, la “Seattle University” ha avuto icone del calibro dei gemelli O’Brien, Eddie e John capaci, nel 1952 di battere nettamente gli “Harlem Globetrotters” e inoltre di segnare, in una partita contro NYU, 62 punti in due, clamoroso all’epoca, nella partita che passerà alla storia come la prima dove si è andati oltre i 100 punti totali.

Pochi anni dopo è Elgyn Baylor a raccogliere il testimone, disputando 2 stagioni a livello NCAA che sono qualcosa di impensabile per il contesto cestistico dell’epoca. Dopo aver impressionato tutti con 31 punti di media in un college dell’ Idaho, dominando a rimbalzo, passa a Seattle University. Disputa due annate straordinarie e il primo anno è il miglior rimbalzista del campionato.

Nella sua seconda stagione si piazza secondo, dietro a Oscar Robertson, nella classifica dei migliori realizzatori con 32 punti di media a partita. I numeri sono da capogiro, ma ciò che realmente lasciava a bocca aperta gli avversari era il suo modo di muoversi, in maniera coordinata in aria con la palla.

Elgyn, infatti, negli anni di Seattle, è il primo interprete di questo modo di giocare, denominato “Hang Time”, che diventerà sempre più comune nel basket d’oltreoceano anche negli anni successivi, come testimoniano prima Doctor J e poi Jordan, fino a diventare un punto cardine del gioco odierno.

Non ci sono dubbi, nella “Rainy City” il basket è un’autentica religione e non solo a livello professionistico o collegiale.

Famoso in città è sicuramente il torneo che comprende i 4 maggiori licei, durante il quale si sfidano “Franklin”, “Rainier Beach”, “Garfield” e “O’Dea”, scuola dal quale è uscito recentemente, direzione “Duke” Paolo Banchero.

Da Seattle insomma, se n’è andata solo l’NBA, non la passione per il basket, come testimonia la splendida cornice di pubblico che ha assistito all’amichevole pre-stagionale nell’ottobre del 2018 tra i “Warriors” dell’ ex “Sonics” e beniamino del pubblico, Durant e i “Kings”. Lo stesso KD, quella sera, parlando al pubblico, con indosso l’iconica maglia 40 di Kemp, ha dichiarato che, nella mappa della lega, la “Città dello Smeraldo” tornerà presto.

Ora, non resta che sperare, che abbia avuto ragione.


Matteo Briolini, 19 anni, riminese doc. Ha frequentato il liceo classico e ora si accinge ad iniziare a studiare Giurisprudenza all'Università Cattolica di Milano, con l'obiettivo di diventare un giorno giornalista sportivo. Le sue grandi passioni sono il rock e lo sport. Adora lo storytelling sportivo.