Interventi a gamba tesa

Il romanzo del Mudo


“Il romanzo del Mudo” è il primo libro del nostro collaboratore Luigi Della Penna, edito dalla Urbone Publishing. Un lavoro dedicato al grande enganche del Boca, simbolo di un’epoca e del calcio romantico del nuovo millennio. 


Un libro che trabocca romanticismo per la pelota, per Juan Román Riquelme, per un modo alternativo di godere del gioco più bello del mondo. Il Mudo è stato un fuoriclasse del calcio mondiale, eppure non tutti sono disposti a riconoscerne la grandezza. Luigi Della Penna prova ad invertire la tendenza.

 

Ecco a voi un piccolo estratto.

Origini

Buenos Aires, 1978, la giunta militare con a capo Jorge Rafael Videla intendeva dimostrare agli occhi del mondo che l’Argentina era un paese dove il tempo scorreva normalmente. Nessuna violazione dei diritti umani nè violenza di sorta. Il mondo abboccò.

25 giugno, inverno australe, dove le giornate cominciano a malapena ad allungarsi e il palo di Rensenbrink a riscrivere la Storia, in una delle sliding doors più scioccanti e terribili che il calcio potesse scrivere. In caso di gol Videla, forse, sarebbe entrato in campo per obbligare l’arbitro Sergio Gonella ad annullare, oppure gli oltre settantamila del Monumental sarebbero scesi in una cascata di rabbia e frustrazione sul manto verde del River Plate, mentre, ma questa non è finzione, a poche centinaia di metri, nei sotterranei dell’ESMA, Escuela (Superior) de Mecànica de la Armada, venivano torturati e uccisi i loro sventurati connazionali: in pochi sarebbero tornati a casa per raccontare quanta malvagità avevano visto.

Si ritiene che tra il 1976, anno dell’inizio della dittatura di Videla, e il 1983, quando il paese tornò alle elezioni libere, siano scomparsi trentamila dissidenti o presunti tali, su un totale di quarantamila vittime. Il dramma dei Desaparecidos, delle Madri di Plaza de Mayo e di un paese intero che solo in seguito riuscì a comprendere quanto fosse accaduto in tutta la sua tragicità.

Il giorno prima della finale Argentina-Olanda 3-1, il 24 giugno, a San Fernando, città distante poco più di trenta chilometri dalla capitale Buenos Aires, nasce Juan Romàn Riquelme. Primo di undici figli, cresce con la passione per la pelota e per il Boca Juniors. L’Argentina è un paese sconvolto da decenni di turbolenze sociali, economiche e politiche, l’inizio degli anni Ottanta, più precisamente il 1982, rappresenta una sola cosa per gli argentini: Malvinas. L’Operazione Rosario, voluta dal generale Leopoldo Galtieri, riesce ad avere l’effetto sperato, ma solo per poco perchè gli inglesi, ai quali appartenevano le isole Malvinas/Falkland, seppero sedare in pochi mesi le mire espansionistiche del regime, ormai in declino. Moriranno in 649 tra i sudamericani, mentre il numero delle vittime britanniche ammonterà a 258. Il popolo argentino soffre.

Figlio di Ernesto, detto “Cacho” e Maria Ana, è un precoce fruitore di futbol, autodidatta, la cui scuola è una sola, la strada. Come tanti bambini argentini riesce ad affinare la propria tecnica nei potreros, i cortili adibiti a palestra di possesso e controllo palla, tocco di destro, di sinistro, dribbling: l’eleganza dei grandi è nata lì, le finte di Diego Armando Maradona, personaggio spesso ricorrente nella sua vita, i sublimi gesti individuali che poi in campo Riquelme avrebbe dispensato, ebbero la loro genesi in quei fanciulleschi istanti. In Argentina, sin dai primi del Novecento, esiste un vero e proprio culto per il gioco palla a terra e per le trovate di sottile classe.

Questo stile autoctono, così distante dal modello inglese, fatto soprattutto di lanci lunghi e agonismo esasperato, venne definito Criollo, mentre con il termine la Nuestra, intendevano il loro modo di interpretare il futbol: passaggio corto, non di rado, e virtuosismo individuale da applausi.

Tutto questo vedrà la propria morte apparente nel Campionato del mondo del 1958, quando la Selecciòn perse 6-1 contro la Cecoslovacchia, venendo eliminata al primo turno di quello che sarà il trampolino di lancio per un giovanissimo brasiliano dal tocco illuminante, quasi estraneo a questo pianeta: sto parlando, come avrete capito, di Pelè. Diciamo che da quel momento gli argentini adottarono uno stile di gioco molto più equilibrato e attento ai dettagli difensivi. Nonostante la storica inversione di marcia, quel vezzo estetico è rimasto, fortunatamente, una caratteristica dei grandi giocatori in maglia albiceleste… ”


 

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