Interventi a gamba tesa

Il calcio inglese non è solo Premier League. E ora sta morendo


Crisi economica, gestioni scellerate e ora il Coronavirus stanno erodendo la base del calcio inglese, distante dal tenore della ricca Premier League. Decenni, se non secoli, di storia locale che rischiano di essere spazzati via, impoverendo così la terra del football. Con ricadute anche al di fuori dello sport. 


I giocatori più incalliti di Football Manager li conosceranno, anche solo per nome. Sono quei club prossimi geograficamente ai grandi club della Premier League o alle nobili decadute in Championship o League One, lontani anni luce da loro per dimensione economica e seguito. Spesso scelti per completare una delle sfide più note agli appassionati del gioco, cioè portare una piccola società dalle più infime serie minori inglesi allo splendore delle sfide contro le big di Manchester o l’elite di Londra.

Ecco, molti di quei club non solo non sono vicini a emulare le gesta virtuali di tanti fantallenatori, anzi. Ora stanno cadendo uno dopo l’altro, lasciando alle loro spalle un vuoto in diverse comunità del Regno Unito ben più ampio complesso da riempire rispetto a una riga del codice di un videogioco. Pagine di storia locale che hanno poco da invidiare a quelle romanzate (e forse un po’ troppo retoriche) di “The English Game”.

Situazioni di forte crisi economica non sono un’assoluta novità nel calcio inglese post 1992, anno spartiacque con la nascita della Premier League. Anche il più distratto degli osservatori avrà sentito parlare della meravigliosa risalita del Leeds dagli abissi della terza serie e dal lungo purgatorio in Championship. Qualcuno si ricorderà di quanto avvenuto al Portsmouth, che si bruciò le ali dopo aver sfiorato i piani alti della EPL e assaggiato bocconi di Coppa UEFA. Nelle ultime stagioni, però, l’escalation di club incappati nelle sabbie mobili si è fatta sempre più intensa, lasciando alle spalle vittime illustri e ricche di storia lontano dalle telecamere delle pay-tv.

Il tipico “football ground” inglese: quanto di più lontano dal lusso dell’Old Trafford o dell’Etihad, quanto di più vicino all’essenza del calcio


I Bolton Wanderers hanno rischiato di finire in questa poco edificante lista, vedendo 146 anni di storia possibilmente schiacciati dai debiti e dalle incertezze dell’amministrazione controllata. Il consorzio Football Ventures (Whites) Limited lo ha poi salvato evitando loro l’onta della liquidazione, non però la discesa in League Two e altri pericoli potenzialmente letali all’orizzonte (ci arriveremo presto).

Non sono stati così fortunati i loro rivali storici del Bury FC, nati nel 1885 e ora ridotti a esistere “solo su carta, senza giocatori, campionati da disputare, dipendenti, poco più che un guscio vuoto del club conosciuto e amato dai suoi fan” da decenni di circostanze sfortunate (il fallimento del progetto ITV Digital fece balenare la loro scomparsa nel 2002, ma i tifosi riuscirono a raccogliere abbastanza soldi per farli andare avanti) e scelte dirigenziali sbagliate. Talmente gravi da far passare gli Shakers dall’essere il primo e unico club a siglare 1000 gol in ciascuno dei 4 livelli più alti nella piramide calcistica inglese al diventare il primo sodalizio espulso dalla Football League dai tempi del Maidstone United nel 1992.

Non ha ancora alzato bandiera bianca ma è molto vicino a farlo anche il Macclesfield Town, una settimana fa dichiarato insolvente dall’Alta Corte di Giustizia per debiti oltre le 500.000 sterline. Pur non aver raggiunto risultati di grande rilievo nella sua storia, i Silkmen hanno rappresentato per ben 146 anni un caposaldo per la località situata nel Cheshire, distinguendosi in tempi recenti per aver offerto la propria panchina ad allenatori di colore come Paul Ince e Sol Campbell (cosa non da poco in un calcio inglese ancora “so white” sotto questo punto di vista). La loro capacità di sopravvivere è stata portata però alle estreme conseguenze dalla gestione carente del proprietario Amar Alkadhi, entrato nel club nel 2004 per poi abbandonarlo a se stesso di fronte all’accumulo di stipendi non pagati a giocatori e staff.

E ora gli occhi sono puntati su un’altra possibile vittima dell’attuale moria di club: il Wigan Athletic. Sette anni fa i Latics avevano raggiunto il loro picco e, al tempo stesso, quello che pareva essere il loro punto più basso, strappando a sorpresa la FA Cup al Manchester City di Roberto Mancini ma retrocedendo poco più tardi dalla Premier League. Purtroppo per loro al peggio non c’è stata mai fine. Il mancato passaggio di proprietà al fondo di Hong Kong Next Leader Fund nello scorso luglio (l’accordo in realtà era stato ratificato e ufficializzato ma alla fine i soldi non sono arrivati) ha costretto il club a entrare in amministrazione controllata. Dalla quale appare difficile uscirne in base a quanto rivelato dai commissari, impegnati a vendere una piccola società appesantita da impegni economici in un’area, quella della Greater Manchester, cannibalizzata dai giganti Man United e City.

Il clamoroso trionfo del Wigan in FA Cup nel 2013: un momento di gloria prima della discesa negli inferi


Ecco, Red Devils e Citizens, da loro e da altri club della Premier League potrebbero arrivare soluzioni per evitare una strage di team scomparsi, almeno nel breve termine. Il Governo li ha invitati a supportarsi da sè in maniera tale che il grosso dei fondi pubblici possa andare a chi ne ha davvero bisogno. Frank Lampard invece ha auspicato interventi diretti a sostenerne le spese, soprattutto quelle legate al Coronavirus.

Eh sì, perchè la pandemia rappresenta una minaccia molto seria per i vari United, Town e FC che costellano il panorama calcistico inglese. Sia quelli finiti nei guai per pessime reggenze societarie, sia quelli più virtuosi messi alla graticola dal costo dei test (il Chelsea dello stesso Lampard ha dato il buon esempio in tal senso pagandoli per conto del Barnsley, avversario in Carabao Cup) e soprattutto dall’impossibilità a poter ospitare tifosi negli stadi per il nuovo lockdown annunciato dal premier Boris Johnson (in vigore fino a marzo “salvo progressi significativi” nel contenimento del contagio).

A dire la verità, la sfida qui prospettata non è tanto diversa da quella posta di fronte a tante società in giro per l’Europa, Italia compresa. Quello che però caratterizza e in parte rende unico il caso britannico è, come brillantemente spiegato da Ryan Hunn nel podcast di The Ringer “Stadio”, il forte e profondo radicamento di questi club con le realtà locali di cui sono espressione. Centri di piccola o media dimensione che sono nati da zero praticamente attorno alle attività industriali più importanti della zona, diventati poi comunità vera e propria nel segno della fede religiosa e poi di quella calcistica.

I profondi stravolgimenti economici nel corso dei decenni hanno spesso tolto loro l’originale impresa che li ha fatti crescere e prosperare per tanto tempo, la generale secolarizzazione della società ha attenuato l’influenza culturale della Chiesa, alla fine a rimanere era solo il club locale di calcio. Se viene a mancare anche quello, un ultimo fondamentale pezzo della loro identità va a disperdersi. E allora scelte politiche fortemente improntate alla nostalgia dei bei tempi perduti (leggasi Brexit) assumono sfumature diverse e ben consolidate nella testa di chi le ha fatte rispetto a quello che abbiamo conosciuto.


 

Classe ’90, giornalista pubblicista e collaboratore per testate locali, scrive e vive di sport: popolari, minori, americani, di combattimento, di lotta e di governo. Ha scritto su Fox Sports fino alla sua chiusura, sviscera il mondo delle Mixed Martial Arts sul podcast di MMA Talks.