Interventi a gamba tesa

Come Luka Doncic mi ha salvato la vita


Nel 1790, in La metamorfosi delle piante e altri scritti sulla scienza della natura, Johann Wolfgang von Goethe scriveva che la massima socratica conosci te stesso “non è altro che una furbizia da preti” in quanto “l’uomo conosce se stesso solo nella misura in cui conosce il mondo”. Seguendo il consiglio del grande poeta tedesco abbiamo deciso di conoscere il mondo, riportando su Sportellate traduzioni, sunti ed estratti di articoli provenienti dalla stampa estera. Oggi vi proponiamo questo splendido racconto biografico di Collin Cable pubblicato su fansided.com, in cui si parla di amore fraterno, dolore, dipendenze e del potere di redenzione di Luka Doncic.


È ottobre 2018. Tra poche settimane, Luka Doncic, prodigio sloveno, star del Real Madrid e MVP dell’Eurolega, inizierà la sua carriera nell’NBA con i Dallas Mavericks.

Io vivo a Bed-Stuy, nel retro di un appartamento della ferrovia che avevo trovato nella sezione “Stanze condivise” di Craigslist. La puzza di chiuso e umidità dei corridoi – quella miscela unica di aromi che può provenire solo da troppe persone che vivevano in un posto, dove le pareti sono troppo sottili per mettere a tacere le discussioni e nessuna delle porte si adatta alle cornici – filtrava negli appartamenti. L’odore di jerk chicken fatto in casa si fonde con quello di salvia bruciata, con note di candele di soia profumate e odore di vestiti da palestra che si diffonde dopo l’ondata iniziale. Ho vissuto in quattro condomini durante il mio soggiorno a Brooklyn. Tre avevano questo odore. Che mi si creda o no, si impara ad amarlo.

In teoria, sono a New York come musicista e autore. Mi sono trasferito da Dallas nel 2012 per affinare le mie capacità e dare una bella spinta alla mia carriera. In pratica, tuttavia, lavoro come retail manager: invecchiando, esausto, spendo oltre mille dollari al mese nel mercato nero delle benzodiazepine.

La mia band, una volta modestamente pubblicizzata all’interno dell’industria musicale newyorkese e corteggiata per un breve periodo da alcune importanti etichette e case editrici, era crollata su se stessa. Prive del calore dato dall’energia e dall’interesse reciproco, le amicizie a lungo trascurate appassivano. Colei che per cinque anni era stata la mia ragazza ne aveva abbastanza: delle droghe, dell’inganno, dell’instabilità emotiva. Le droghe, la mia depressione e l’ansia volevano che fossi solo da tutta una vita. Alla fine avevo obbedito.

Fu sotto il peso di questa solitudine e della dipendenza che mi svegliai nel mio squallido appartamento con una dozzina di chiamate perse di mia madre a Dallas. Mio fratello era morto.

Ricordo il modo in cui mi ha detto, la dolcezza e la cura con cui ha pronunciato quelle parole impossibili – “tesoro, Bonner se n’è andato”. Il suo tono smentiva non solo la distruttività del concetto – come se il tessuto della nostra realtà non fosse stato lacerato per sempre – ma anche l’entità del suo stesso dolore, il dolore di una madre che aveva perso un figlio.

In meno di due ore ero all’aeroporto, nascondendo i miei occhi rossi e acquosi dietro montature pieghevoli da aviatore. In quel momento ho pensato che avrei dovuto smettere di giudicare le persone che indossano occhiali da sole al chiuso – uno dei milioni di pensieri casuali ed emotivamente inappropriati che vengono in mente durante i momenti di profondo dolore. Ricordo di essere arrivato a Dallas quella sera sul tardi e ricordo il momento in cui mia madre, mia sorella e io siamo crollati l’uno nell’altro al ritiro bagagli dell’aeroporto Dallas/Fort Worth.

Il ricordo di quello che è successo nelle settimane successive è meno chiaro. C’è stato il funerale, poi la mia decisione di tornare a Dallas per offrire un sostegno emotivo alla mia famiglia e infine la decisione di tornare sobrio. Non ricordo quei momenti o quello che provavo quando sono state prese quelle decisioni, quasi come se non le avessi prese io.

Non pensavo di avere molte cose in comune con mio fratello.

Lui era uno sportivo, io un musicista. Lui restava fuori oltre il coprifuoco, io non lasciavo mai la mia stanza. Lui aveva i capelli scuri e ricci, io lisci e biondi. A lui piacevano l’acqua di colonia e gli abiti con loghi appariscenti, a me piacevano le magliette da concerto e i braccialetti colorati.

Nonostante sembrassimo estranei l’uno all’altro da molti punti di vista, eravamo fratelli. Lui mi ha protetto come fanno i fratelli maggiori. Da bambino mi proteggeva dai bulli del vicinato. Da adolescente mi proteggeva dai miei stessi amici, offesi dalla mia petulanza (non dimenticherò mai quando disse al nostro batterista, a cui avevo rotto gli occhiali in una discussione lanciandogli una corda della chitarra, “So che se lo merita, ma se picchi lui, io poi devo prenderti a calci nel culo”). Da adulto invece mi ha prestato i soldi del suo finanziamento per l’università per permettermi di pagare l’affitto mentre ero a San Francisco per registrare un disco.

Non era soltanto il sangue, o la sua disponibilità a tirare un pugno per proteggermi da me stesso, a tenerci uniti. C’erano anche i Mavericks e la pallacanestro.

Avevamo visto Space Jam insieme non meno di due milioni di volte. Raccoglievamo e ci scambiavamo le figurine come se le nostre non fossero proprietà di entrambi. Mio padre ci aveva portato alla Reunion Arena per vedere i Mavs sfidare gli Orlando Magic in abito gessato guidati da un giovane e feroce Shaquille O’Neal. Aveva portato mio fratello a vederli lottare contro i Bulls di Jordan al culmine del loro strapotere, un fatto che gli invidio ora non meno di quanto lo facessi venticinque anni fa.

Avevo 12 anni quando abbiamo preso Dirk Nowitzki, e mio fratello ne aveva 15. Quando Dirk ha giocato la sua ultima partita NBA nel 2019, io avevo 32 anni e mio fratello era morto.

Dirk Nowitzki nel 1998, il suo primo anno a Dallas

Grazie a Dirk, io e mio fratello abbiamo sempre avuto qualcosa di cui parlare. Abbiamo condiviso il dolore per la sua sconfitta nelle Finals del 2006, l’orgoglio per la sua vittoria dell’MVP nel 2007 (attenuato, ovviamente, dalla storica disfatta dei Mavericks contro i We Believe” Warriors) e, infine, abbiamo condiviso l’estasi del suo più grande trionfo: il titolo del 2011. Dopo la vittoria in gara-2 mi sono tatuato il logo con il cappello da cowboy sull’avambraccio e, onestamente, non credo che mio fratello sia mai stato così orgoglioso di me.

Quando mi sono trasferito a New York nel 2012, non sapevo che avrei visto mio fratello solo altre due volte prima che morisse.

Non parlavamo con regolarità, mai abbastanza spesso, e di solito comunicavamo attraverso brevi botta e risposta via messaggio, solitamente battute sul basket o sulla musica. Il suo sforzo maggiore per tenerci in contatto era di telefonarmi a tarda notte, dopo aver bevuto diversi drink. Quelle sue chiamate mi mettevano a disagio e alla fine smisi di rispondere.

Invece il mio maggior sforzo era a malapena uno sforzo. Ero consumato dalle esigenze di un povero che vive a New York City. Mi sembrava impossibile lasciare la città, anche per pochi giorni. C’era sempre uno spettacolo, o una prova, o un turno. C’era sempre un motivo per non tornare a casa.

Superficialmente, avevo paura di spezzare la mia routine: il conforto che forniva era spesso l’unico conforto che avevo a disposizione. Una valutazione più onesta, quella che solo il tempo e la riflessione hanno potuto offrire, è che la mia crescente dipendenza dalla droga mi aveva reso in uno stato perpetuo di intorpidimento emotivo. Quello che sono diventato per le altre persone, le persone che amavo, è stato interamente dettato dall’ultima dose.

Inizialmente mi sono rivolto alla droga perché, semplicemente, non ce la facevo. Ero logorato dalla paura esistenziale di esistere. Parlare con il cuoco di linea alla bodega, entrare in un negozio affollato – questi piccoli momenti umani mi terrorizzavano. La prima volta che ho preso uno Xanax e ho sentito quella paura e il disagio svanire, sostituiti dalla calda euforia della tanto agognata liberazione dal mio cervello spezzato? Game over, amico, game over. Mi ha reso fiducioso, spensierato. Quei piccoli momenti sono diventati facili. La mia musica è diventata più avventurosa, meno stereotipata. È quello che avevo sempre immaginato che fosse essere “normale”.

Ho trovato uno spacciatore su – preparatevi! – Craigslist. Ci siamo scambiati alcune e-mail nervose prima che mi venisse fornito l’indirizzo di un appartamento di Bay Ridge. Il “commerciante”? Una pensionata di 70 anni, che indossava sempre un cappello dei Mets e aveva un gagliardetto abbinato appeso al muro, che aveva bisogno dei soldi più che delle pillole. Malgrado avessimo fatto amicizia, dopo un po’ di tempo ci siamo dati un abbraccio di addio, e i futuri tentativi di Craigslist non hanno avuto altrettanto successo. Un appuntamento si è concluso con me rapinato fuori dalla stazione di Bushwick, e un altro si è concluso con me che pagavo 500$ per un sacchetto di antidepressivi e Tylenol. Per quanto fossero state spaventose le esperienze, non ho mai smesso di cercare e ho sempre trovato quello che stavo cercando.

Le benzodiazepine, come tutte le droghe, funzionano magnificamente finché non smettono di funzionare magnificamente. La tua tolleranza aumenta ad ogni assunzione e richiede sempre più farmaco solo per farti azzerare. Ero arrivato al punto di assumere, prima di mezzogiorno, una dose più alta di quella che qualsiasi medico rispettabile avrebbe prescritto per un giorno intero. Man mano che la dipendenza da benzodiazepine si sviluppa, diventi sempre più irritabile e le tue emozioni diventano imprevedibili, perdi la capacità di regolarle. Non hai libido, energia, interessi. Spendi tutti i tuoi soldi e il tuo tempo alla ricerca di quel primo impeto di calda contentezza. Non lo sentirai mai più.

Alprazolam, una tra le benzodiazepine più diffuse

Ho preso la “decisione” di diventare sobrio dopo la morte di mio fratello. Dopo molte false partenze e promesse non mantenute, stavo per essere pulito, per sempre.

È difficile descrivere cosa si provi quando si sospendono le benzodiazepine. La disintossicazione può ucciderti di per sé, caratteristica condivisa solo con alcol e pochi oppiacei. Si digrignano i denti costantemente. Riesci a percepire ogni nervo del tuo corpo e pare che stiano tutti urlando all’unisono che stai soffrendo. Il sistema GABA si rivolta contro di te, privo delle risorse su cui faceva affidamento per funzionare correttamente. Tu languisci nel letto, agitandoti e rigirandoti, in preda al terrore per un’ombra che si muove sul muro o per una leggera folata di vento che muove la tenda della doccia. Tutto fa sempre paura. Tutto fa male.

Ho seguito questo processo quattro volte. Ogni volta, uscivo dal mio ritiro debole e immutato, ma pieno di promesse nei confronti del mondo. Questa volta era diverso. Avevo vinto la mia dipendenza. La menzogna sarebbe finita. Internamente, a un certo livello, sapevo che la sobrietà non era sostenibile. Desideravo essere fatto e odiavo le forze che cercavano di spingermi a liberarmi dalle grinfie della dipendenza.

Tutto è cambiato nell’ottobre del 2018. Quando Bonner è morto, il mio rapporto con la droga è stato alterato radicalmente e per sempre. Prima di quel momento, non potevo rimanere sobrio perché non volevo essere sobrio. Volevo prendere droghe, in particolare Xanax, e fluttuare per tutta la vita senza provare paura né preoccupazioni. Quando un cocktail di droghe ha strappato la vita a mio fratello, ho semplicemente smesso di volerne prendere. Non ho avuto bisogno di nessuna forza particolare, ho perseverato senza lottare. Non ho battuto la dipendenza e non mi sono dovute congratulazioni. La droga ha ucciso mio fratello e questo mi ha fatto terrorizzato. Così, la sua morte alla fine mi ha reso libero. Il suo ultimo e più importante gesto di protezione fraterna.

Ad un certo punto della settimana dopo il funerale, mi ritirai nella stanza degli ospiti di casa di mia madre. Conoscevo le conseguenze del processo di disintossicazione e in cosa mi sarei trasformato dopo l’ultima dose, prima che il mio cervello potesse nuovamente imparare a trasmettere ed elaborare le informazioni più semplici. Presto mi sarei trasformato in un ammasso di terminazioni nervose grezze e di indicibili ansie. Perciò volevo proteggere e preparare mia madre – già in preda al suo dolore di genitore, io avevo occupato casa sua proprio nel momento esatto in cui la disintossicazione mi avrebbe reso inutile come figlio. Io c’ero, ma non c’ero.

A quell’epoca però nulla di tutto ciò era chiaro nel mio pensiero cosciente. Stavo come pattinando, trascinato da una forza invisibile, incapace di generare il mio stesso slancio. Ho iniziato ad abbassare il dosaggio a novembre. Il Ringraziamento è diventato Natale, arrivando in breve al compleanno di mio fratello a febbraio. Tre rapidi, consecutivi e immediati promemoria della nostra perdita.

Non sono uscito di casa per sei mesi. Ero turbato e paralizzato dal dolore, instabile per la disintossicazione e il lutto, non solo per mio fratello ma, egoisticamente, anche per la mia carriera e le mie relazioni interrotte. In altre parole, per tutta la vita come la conoscevo. Ho messo su quasi venti chili e ho rinunciato completamente a fare attività fisica, proprio quando avevo raggiunto un’età in cui in realtà il mio corpo aveva bisogno di un po’ più di attenzione.

Hai presente quella scena in Avengers: Endgame quando Thor, depresso, è ingrassato e non ha fatto altro che giocare a Fortnite tutto il giorno? Ti sorprenderebbe sapere che è uno dei ritratti più realistici della depressione mai rappresentati in un film? Ebbene, è esattamente quello che ho fatto, ogni giorno, per quasi un intero anno solare.

Avevo 32 anni ed ero solo. Sobrio, ma sconfitto. Vivevo, ma solo biologicamente. Il terrore esistenziale aveva lasciato il posto al nichilismo emotivo: niente aveva importanza o aveva avuto importanza o poteva avere di nuovo importanza.

Poi è arrivato Luka.

Luka Doncic ha giocato la sua prima partita NBA una settimana dopo la morte di mio fratello. Una delle nostre ultime conversazioni ha avuto luogo durante la Draft Night, dopo che i Maverick avevano fatto di tutto per portare questo genio ancora adolescente a Dallas. Mio fratello era gasato, io ero gasato, tutta Dallas era gasata. Nessuno di noi però due sapeva che sarebbe stata l’ultima cosa di cui saremmo stati entusiasti insieme, né che non eravamo sufficientemente entusiasti.

Ho guardato ogni partita dello storico anno da rookie di Luka, che è subito diventata un’annata leggendaria per la franchigia essendo l’ultima di Dirk Nowitzki, l’eroe eterno. Mentre sguazzavo nella disperazione, sepolto nel dolore e incapace di funzionare, l’ebbrezza di Luka illuminò angoli oscuri della mia anima. Mentre digrignavo e rosicchiavo, annegando nel mio dolore, lui volteggiava con un sorriso luminoso e malizioso. La gioia con cui giocava era tanto contagiosa quanto terapeutica. A rischio di sembrare iperbolico, e ti assicuro che questa verità è spiacevolmente reale – se avessimo finito per tradare Mo Bamba, non è sicuro che oggi avreste potuto leggere queste righe.

Gli highlights della grandiosa stagione da rookie di Luka Doncic

Mentre il mio cuore lottava con la vita di un fratello perduto, dovendo per la prima volta fare i conti sia con la certezza della morte che con la brevità della vita, guardare Luka Doncic era l’unica cosa che mi teneva legato a questo mondo. Quando ha chiuso un parziale di 11-0 per battere i Rockets sostanzialmente da solo, mi si è bloccata la mascella dallo stupore. Non solo perché quello che era successo in campo, ma perché sapevo che non avrei ricevuto un messaggio da Bonner in cui mi diceva di quanto fosse stato folle. Quando ha segnato quel canestro da tre 3 decisivo contro Portland, forse il momento più esagerato in una stagione piena di momenti esagerati, mi sono chiesto se Bonner avesse guidato la palla verso la retina per darmi lo slancio emotivo per superare un altro giorno.

Guardando Luka giocare durante le ultime due partite di Dirk, osservando la genuina eccitazione sul suo viso quando Dirk ha mostrato un attimo del passato splendore o capendo la riverenza che ha mostrato cercando di portare la palla a Dirk in punti comodi per fargli fare punti facili, si è stati in grado di guardare oltre il referto, oltre le statistiche, per capire meglio colui che Mark Followill così accuratamente descritto come Luka Magic. La sua magia era evidente e non soltanto nelle sue movenze appariscenti o nel suo soprannaturale gioco di gambe, e si capiva che Luka non era limitato ai suoi tiri miracolosi da metà campo o al suo senso della spettacolarità. Era qualcosa di più profondo, qualcosa di umano: ciò che rendeva speciale Luka era il modo in cui ci faceva sentire riguardo a noi stessi.

Sono sobrio da più di un anno. Il mio sangue è pulito e la mia mente è limpida. Ho iniziato a ricostruire le relazioni che le droghe avevano distrutto. Non l’ho fatto ricostruendo la mia vecchia vita, che ormai è andata, ma aprendomi nuovi percorsi per una nuova esistenza. Sono di nuovo in grado di fare in modo, con piena fiducia in me stesso, che la versione di me che ogni giorno entra nel mondo sia la versione migliore di me esistita finora. Quello stesso livello di fiducia in me stesso mi permette di affermare la seguente dichiarazione: senza l’aiuto di un adolescente sloveno che molto probabilmente mi rimarrà per sempre estraneo, oggi non sarei vivo. Quando la speranza era diventata astratta e irraggiungibile, Luka scendeva in campo ogni sera per ricordarmi che la speranza era reale e valeva la pena lottare.

Per fortuna, non devo più fare affidamento su Luka per per reggere emotivamente, ma da quel momento non mi sono ancora perso una partita dei Mavs. Nella sua seconda stagione, Luka è andato oltre la splendida brillantezza della sua stagione da rookie e si è proiettato nella stratosfera della candidatura a MVP della regular season. Niente di tutto ciò sembra sorprendente e niente di tutto ciò sembra meccanico.

Dirk Nowitzki e Luka Doncic: passato, presente e futuro dei Dallas Mavericks

(Photo by Tom Pennington/Getty Images)

Tuttavia, per tutta la durata della carriera di Luka, i suoi momenti migliori per me saranno sempre agrodolci. Ogni tiro decisivo, ogni schiacciata inaspettata e ogni passaggio d’apertura che sembra ridurre in frammenti la forza di gravità – sarà agrodolce. Ogni deliziosa intervista, ogni video divertente girato dal reparto media dei Mavericks – sarà agrodolce. Quando lui e Porzingis riporteranno il titolo a Dallas, un traguardo che spesso sembra più inevitabile che ipotetico, piangerò lacrime di gioia sportiva e piangerò perché mio fratello non sarà lì a festeggiare con me.

L’unica volta che ho lasciato casa mia  nei mesi successivi alla morte di Bonner è stato all’inizio, poco dopo che è successo. In qualche modo, nel bel mezzo della mia infelicità torbida e folle, sono riuscito a guidare al Nebraska Furniture Mart a Colony, Texas, per partecipare alla prima sessione di autografi di Luka da giocatore dei Maverick.

Ho preso una delle vecchie magliette Mavs di Bonner e gli ho chiesto di firmare il logo, lo stesso con cappello da cowboy sulla palla basket che è dipinto per sempre sul mio corpo. L’addetto all’evento che teneva in ordine la fila per gli autografi mi ha chiesto quanti anni avesse quella maglietta e io ho gli risposto timidamente “è più vecchia di Luka”. Questa frase catturò l’orecchio di Luka, che alzò lo sguardo e mi sorrise. Era sincero e caloroso. L’ho amato per questo, prima ancora che avesse mai segnato un punto vestendo la nostra divisa, prima ancora che diventasse un titolare all’All-Star Game o il candidato MVP. Era esattamente ciò di cui avevo bisogno, qualcosa che non avrei mai potuto chiedere.

Senza saperlo, me l’ha dato. Mi ha dato un ricordo che mi avrebbe tenuto in vita durante periodi pericolosi. Questo è Luka Magic.

Quando la mia carriera è crollata, quando la mia dipendenza mi aveva sopraffatto del tutto, quando le mie relazioni si erano deteriorate e mio fratello era morto – quando non avevo nient’altro al mondo per farmi andare avanti – dovevo ancora svegliarmi e sopravvivere alla giornata. Non potevo perdermi Luka. Questo è Luka Magic. Mi sveglio ogni giorno in questo nuovo mondo, senza mio fratello, senza la stampella della droga o dell’alcool, spesso faccia a faccia con realtà dure e scomode. Ma adesso posso farcela, e come sono sopravvissuto a tutto questo? Questo è Luka Magic.


 

Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.