Interventi a gamba tesa

Pro e contro dell’acquisto di Alvaro Morata


Un’analisi di quelli che possono essere i punti di forza e di debolezza della scelta (a sorpresa) del nuovo numero nove bianconero.


Domenica sera all’Olimpico di Roma è andata in scena la seconda uscita ufficiale della nuova Juventus di Andrea Pirlo e la prestazione non è stata convincente.

Al netto di un avversario decisamente più provante rispetto alla Sampdoria di Ranieri, si sono riviste alcune caratteristiche negative dell’esperienza sarriana: l’assenza di un incisivo gioco verticale e pessime distanze tra i reparti. L’unica nota positiva è stata la reazione della squadra che, sotto di un uomo, è andata rabbiosamente a prendersi un punto insperato.

Così come la prestazione corale, anche il secondo esordio bianconero di Alvaro Morata, unica novità nella formazione torinese rispetto alla prima giornata, non stato è certamente positivo: non ha mai trovato lo spazio per calciare verso la porta, non è riuscito a dialogare con il resto della squadra e, in generale, ha lasciato la sensazione di un giocatore ancora lontano sia dalla migliore condizione sia da un’intesa accettabile con i compagni.

Ma, al di là di quanto fatto vedere in un debutto forse troppo affrettato, cerchiamo di capire quali possono essere i pro e i contro della scelta di una Juventus che, a lungo concentrata su profili differenti, alla fine si è convinta ad investire (molto) sul ventottenne madrileno.

Pro

L’età

La prima riflessione che viene naturale fare riguarda l’età e, dunque, la potenziale futuribilità di Morata. Lo spagnolo è un classe ’92, dunque nel pieno della “maturità calcistica”, con almeno altre 4/5 stagioni al top della condizione avanti a sé.

Questo è un elemento che ha certamente inciso in maniera significativa nelle valutazioni della dirigenza bianconera che, al contrario, chiudendo per profili più “stagionati” come Dzeko (‘86), Suarez (‘87), Cavani (‘87) o Giroud (‘86) avrebbe rischiato di trovarsi tra un paio di anni con un reparto offensivo da rifare praticamente da zero.

Morata, invece, incarna perfettamente il prototipo del giocatore pronto, ma allo stesso tempo con ancora lunghe prospettive di carriera.

La capacità di attaccare la profondità

La principale abilità che Alvaro Morata può portare in dote alla Vecchia Signora è sicuramente la capacità di attaccare la profondità, in velocità e con le giuste tempistiche.

Abbiamo avuto un assaggio di ciò anche domenica sera: l’unica azione degna di nota del 9 bianconero è stata proprio uno scatto in profondità, partendo sul filo del fuorigioco dietro al terzo centrale romanista e sfruttando un ottimo lancio di Aaron Ramsey. La finalizzazione poi non è stata all’altezza – visto che non è riuscito a frapporre il corpo tra il difensore e la palla, permettendo a Kumbulla di intervenire – ma rimane comunque la cosa migliore nella partita dello spagnolo.

A prescindere dall’indecisione poi sul da farsi, il movimento è perfetto.

Questa tipologia di movimenti è mancata tremendamente lo scorso anno ai bianconeri, vista l’allergia agli scatti in profondità del Pipita Higuain e la tendenziale preferenza di Cristiano Ronaldo nel partire da una posizione statica sul centrosinistra, per poi puntare l’area palla al piede.

Per la Juventus, invece, è fondamentale che una delle punte allunghi la squadra avversaria, creando lo spazio tra il centrocampo e la difesa dei rivali e permettendo così ai suoi compagni che si muovono tra le linee (principalmente Dybala, ma anche Kulusevski o Ramsey) di venire a ricevere il pallone in quella zona. Peraltro, l’efficacia di una tale situazione può essere poi sublimata dalla presenza in campo di Bonucci, vero regista della squadra, in grado sia di andare a pescare con precisione il movimento lungo di Morata sia di imbucare per il trequartista, costringendo così la linea difensiva avversaria a prendere scelte difficili in una frazione di secondo e, di conseguenza, andando potenzialmente a forzare letture difensive errate.

Grande nelle grandi partite

I tifosi della Juventus si sono innamorati di Alvaro – tanto da accogliere con grande favore il suo ritorno a Torino – soprattutto per quello che è stato in grado di fare nelle c.d. “partite di cartello”, principalmente in Champions League. E, è cosa nota, da quelle parti la Coppa dalle grandi orecchie sta diventando quasi un’ossessione e si cercano giocatori in grado incidere in campo europeo.

Per certificare questa tendenza a “farsi trovare pronto quando conta” si possono citare i gol nelle sfide di andata e ritorno della Champions 2015 contro Borussia Dortmund e, soprattutto, Real Madrid, il gol in finale contro il Barcellona, quello decisivo per la vittoria contro il Manchester City l’anno successivo o lo strepitoso coast to coast all’Allianz Arena contro il Bayern Monaco, culminato con l’assist per Cuadrado. Ancora, il gol nei supplementari della finale di Coppa Italia contro il Milan nel 2016.

Il gol che ha illuso i tifosi juventini nella finale di Berlino.

Questa sua capacità di essere decisivo nelle grandi partite (vizio che ha mantenuto, vista la rete che ad Anfield ha chiuso la partita contro il Liverpool nel marzo scorso) può costituire una strepitosa risorsa per la campagna europea dei bianconeri.

Va considerato, infatti, che nelle ultime due stagioni, nelle partite ad eliminazione diretta della Champions League il tabellino dei marcatori della Juventus ha visto unicamente il nome di Cristiano Ronaldo. Si tratta di un enorme problema per una squadra che ambisce ad arrivare in fondo alla competizione.

In questo senso, l’innesto di Morata, appare (teoricamente) apprezzabile e funzionale a tentare di garantirsi gol “pesanti” nelle grandi serate europee, mancati ai vari Dybala, Higuain, Bernardeschi e Douglas Costa.

Il lavoro senza palla

Stando al poco che abbiamo visto finora, sembrerebbe che Pirlo abbia in mente una Juventus molto ambiziosa: in fase offensiva la squadra dovrebbe essere impostata con una linea a 3 difensori per gestire la prima uscita della palla, due centrocampisti centrali, due ali molto alte ed offensive e due punte, una delle quali è – ovviamente – Cristiano Ronaldo.

L’apporto difensivo del portoghese, però, è notoriamente scarso e, per forza di cose, al suo partner d’attacco si richiede di svolgere un surplus di lavoro senza palla.

In quest’ottica, lo spagnolo si fa certamente preferire rispetto agli altri profili accostati alla Juve: sia Suarez sia Dzeko, viste le ormai numerose primavere, non dispongono più della mobilità e delle energie che può mettere nella fase difensiva l’ex Atletico Madrid.

Ciò è fondamentale per il mantenimento degli equilibri di squadra, imprescindibili per la riuscita del progetto tecnico bianconero. Nel calcio di oggi, infatti, poche squadre possono permettersi il lusso un giocatore che non partecipa alla fase di non possesso, ma praticamente nessuna ne può concedere due all’avversario.

Tali concetti, poi, risultano ancor più accentuati qualora dovesse essere schierato un tridente puro con in campo anche Paulo Dybala: alle punte si richiederebbe un lavoro di pressione molto dispendioso e lo spagnolo ha certamente la freschezza e le qualità atletiche per farvi fronte.

Contro

Scarsa propensione al “lavoro sporco” per far salire la squadra

Da quando la Juventus ha deciso (frettolosamente) di mettere da parte la figura di Mario Mandzukic, è risultato palese il problema di fornire un’alternativa ad un’uscita pulita palla a terra.

Negli anni di Allegri, infatti, il croato ha sempre costituito una soluzione validissima nei momenti di difficoltà della squadra: quando non riusciva a palleggiare, la Juventus ricorreva al lancio lungo in direzione del numero 17 che, con la sua stazza fisica imponente ed una innata voglia di lottare su qualsiasi pallone, riusciva sempre a spizzare, stoppare, spondare o a farsi fare fallo. La battaglia esaltava il croato e la Juve riusciva in maniera molto pragmatica ad uscire dalla propria metà campo e a guadagnare metri.

Lo scorso anno, invece, si è spesso vista la difficoltà della squadra nel respirare nei momenti di impeto degli avversari: si schiacciava e non trovava soluzioni in avanti.

Dybala non può strutturalmente fare un lavoro di questo tipo, Ronaldo dà sempre l’impressione di non gradire il gioco spalle alla porta, mentre l’Higuain dell’ultima stagione sui palloni sporchi in uscita dalla difesa sembrava essere rinunciatario, quasi timoroso del contatto con il difensore.

In quest’ottica l’acquisto di Edin Dzeko appariva perfetto: il bosniaco con i suoi centimetri e la sua tecnica, funzionale ad arpionare anche i palloni più difficili, è un maestro nel fornire un riferimento offensivo affidabile. Anche qui, basta citare la partita di domenica sera: ha vinto praticamente tutti i duelli su palle alte frontali con Chiellini e Bonucci, costringendo il primo a fargli spesso fallo e il secondo addirittura a rinunciare alla contesa aerea.

Al contrario, Morata non pare eccellere in questo fondamentale. Pur essendo un buon colpitore di testa su cross provenienti dagli esterni, non dimostra lo stesso tempismo e la stessa solidità nel corso a corpo con il difensore su palla che arriva da dietro. Sarebbe astrattamente capace di lavorare bene il pallone a livello tecnico, ma in carriera ha ampiamente dimostrato di non disporre né della stazza fisica né dell’attitudine mentale per resistere all’urto impattante di centrali difensivi rocciosi.

Questa può certamente essere una controindicazione del giocatore spagnolo, perché, se è pur vero che la Juve si prefigge l’obiettivo di un calcio palla a terra fatto di fluidità e scambi veloci, la palla alta in uscita in determinati frangenti della partita rimane sempre una soluzione molto utilizzata e la capacità di tenere quei palloni può fare la differenza per permettere alla squadra di alzarsi e respirare.

La parabola discendente della sua carriera

Quando se ne andò dalla Juventus, Alvaro Morata sembrava poter esplodere definitivamente e consacrarsi come uno dei migliori bomber europei. Ma così non è stato.

La sua seconda esperienza al Real Madrid ha sostanzialmente ricalcato i tratti della prima: un perenne ruolo da subentrante, con un buon numero di gol rispetto ai minuti ai giocati ma senza mai dare la sensazione di potersi davvero prendere il posto di Karim Benzema (cosa, per la verità, tutt’altro che agevole).

Dopo Madrid, nel 2017 si è trasferito a Londra, voluto al Chelsea da Antonio Conte – lo stesso tecnico che lo aveva preso anche alla Juventus, salvo poi dimettersi dopo due giorni di ritiro nell’estate del 2014 – ma anche qui la musica non è cambiata: Alvaro non è riuscito ad imporsi e a trovare la tanto agognata continuità. 24 gol in 72 presenze il suo (magro) bottino con i Blues.

Un’immagine che sintetizza la sua avventura al Chelsea.

Nel gennaio del 2019 ha chiuso anche l’esperienza londinese ed è tornato nell’amata Madrid, questa volta però tra le fila dei colchoneros, con i quali aveva già militato per due anni nel settore giovanile. Nuovo trasferimento, vecchi problemi: un dualismo con Diego Costa che lo vede spesso perdente e un feeling con il gol che non sboccia mai definitivamente (22 gol in una stagione e mezzo).

La Juventus, dunque, ha (ri)preso un giocatore che non si è migliorato rispetto al giovane che aveva lasciato Torino quattro stagioni fa. Morata non ha mai veramente fatto il definitivo salto di qualità e anche in bianconero rischia di ritrovarsi cucito addosso un ruolo da gregario e di dover sgomitare per ritagliarsi sprazzi di titolarità.

Il costo

Il punto precedente è strettamente connesso con il costo dell’operazione che lo ha riportato a Torino.

Nonostante una formula di trasferimento effettivamente vantaggiosa ideata dalla dirigenza bianconera (prestito di un anno a 10 milioni di Euro con diritto di riscatto a 45, ma con possibilità di rinnovo di un anno del prestito per ulteriori 10 milioni e diritto di riscatto tra due stagioni a 35), si tratta comunque di un’operazione da 55 milioni di Euro complessivi.

Per quanto dimostrato negli ultimi anni di carriera, sono troppi: mai nessun allenatore che gli abbia affidato i gradi di titolare, mai una stagione con più di 15 gol in campionato e 3 in Champions League.

Se è vero che un giocatore non va giudicato solamente dalle statistiche – come lui stesso ha tenuto a precisare in occasione della conferenza stampa di presentazione – non si può non rilevare che, specialmente nella valutazione economica di un centravanti, i gol abbiano un peso specifico importante.

Ecco, dunque, che la cifra pattuita dalla Juventus – e che verosimilmente sborserà – pare essere eccessiva: in tal senso è indicativo che il sito transfermarkt ritenga che il valore di mercato di Morata sia di 36 milioni di Euro, solo ventisettesimo tra le punte centrali più “preziose” al mondo.


 

Nato l’11.07.1991 a Senigallia, città che adoro e che si divide il mio cuore con Bologna (e i suoi tortellini). Difensore per natura, sono passato dalle retroguardie del rettangolo verde alle difese sui banchi di Tribunale, dove svolgo la professione di Avvocato. Amante dello sport in tutte le sue espressioni, ma soprattutto del calcio e della sua incomparabile capacità di emozionare. Ammiratore incredulo del basket americano e suddito di King James sin dal 2004, quando mio padre, di ritorno da una viaggio negli Stati Uniti, mi regalò la canotta n. 23 di Cleveland, “di questo giovane che dicono sia il nuovo Michael Jordan”. Amo la corsa, la lettura e la buona cucina.