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Stan's Men calcio apartheid
, 1 Ottobre 2020

Gli Stan's Men: un calcio all'apartheid


Stanley Matthews e la sua lotta contro la segregazione razziale.

Nel 1975 un gruppo di giovani calciatori sudafricani di colore sbarcava all'aeroporto di Rio de Janeiro, ognuno portandosi dietro un pesante borsone e un largo sorriso. Davanti a loro, capofila dell'allegra brigata, l'allenatore: un ometto bianco, sulla sessantina, dal look impiegatizio, ma anch'egli con un sorriso che esprimeva un entusiasmo contagioso. La squadra era una selezione di atleti neri provenienti da Soweto, la più grande township del Sud Africa, dove ogni giorno da quasi trent'anni centinaia di migliaia di neri cercavano di sopravvivere alla repressione governativa.

L'allenatore però con Soweto, con il Sud Africa e con l'apartheid sembrava avere poco a che fare. Innanzitutto era bianco come il latte. Poi era cresciuto a nord, molto più a nord, oltre il deserto del Kalahari e le foreste del Congo, oltre il Sahara, il Maghreb, il Mediterraneo... lui era nato e cresciuto a Stoke-on-Trent, cittadina industriale a nord di Birmingham, e aveva vissuto gran parte della propria esistenza in un periodo in cui il Sud Africa si chiamava ancora Unione Sudafricana ed era un dominion della corona britannica.

Ciononostante questo coach era tutt'altro che un conservatore, anzi, era un uomo che sapeva anticipare i tempi e le mode: da più di vent'anni era astemio, vegetariano e non fumava, in un periodo nel quale birra, bistecca e sigaretta erano la prassi di ogni pre-partita. E, cosa più strana, da oltre due decenni insegnava calcio in Africa e aveva deciso di trasferirsi proprio in Sud Africa per dare la possibilità di divertirsi, fare sport, viaggiare - e soprattutto di liberarsi temporaneamente dal giogo del razzismo - ai ragazzi di una delle aree più disgraziate del continente.

Uno dei tanti slums di Soweto

Nonostante la grande umiltà, era anche un uomo ambizioso, un perfezionista, uno a cui piaceva fare le cose al meglio. Non si accontentava di allestire una squadra, farla allenare al campetto, partecipare alle competizioni locali o nazionali. Nossignore, lui desiderava portare i suoi ragazzi fuori dall'inferno in cui erano costretti a vivere, dare loro una voce dalla risonanza internazionale, dare loro la possibilità di incontrare grandi campioni e di esibirsi sui leggendari campi brasiliani.

Quest'uomo in camicia bianca e capelli brillantinati era ed è ancora una delle più grandi leggende della storia del calcio: Sir Stanley Matthews, due volte miglior calciatore britannico e primo giocatore ad essere premiato con il Pallone d'Oro.

Sir Stanley e l'apartheid

Il termine apartheid (termine Afrikaaner che significa "separazione", "divisione") fu introdotto nella politica sudafricana nel primo dopoguerra, mentre i primi elementi di segregazione razziale vera e proprio vennero implementati alla fine degli anni Venti. Fu solo nel 1948 però, in seguito alle formulazioni di politici afrikaner filo-nazisti, che il Sud Africa si trasformò in un vero e proprio stato di polizia diviso su base razziale.

Durante il governo di Daniel François Malan (1950-1954) i principi espressi dall'ideologo della segregazione Hendrik Verwoerd - all'epoca Ministro per gli affari dei nativi bantu e in seguito Primo Ministro dal 1958 al 1966 - cominciarono a diventare realtà: oltre alla totale separazione nella vita quotidiana, i sudafricani di colore cominciarono confinati nei cosiddetti Bantustan, territori all'interno del paese da cui però era possibile uscire soltanto con un passaporto o permesso governativo.

Negli anni Cinquanta e Sessanta oltre tre milioni e mezzo di sudafricani di etnia bantu vennero sfrattati e deportati in questi territori e privati di ogni diritto politico e civile, oltre che di qualsivoglia prospettiva di sviluppo sociale ed economico: i neri potevano frequentare soltanto scuole di agricoltura e i Bantustan erano stati appositamente costruiti in luoghi privi di industrie, reti commerciali o risorse naturali facilmente sfruttabili.

Mappa dei Bantustan sudafricani

Nel frattempo, diecimila chilometri più a nord, Stanley Matthews costruiva la sua leggenda, portando il Blackpool a uno storico secondo posto in campionato e alla vittoria della FA Cup nel 1953. Proprio in quell'anno, soddisfatto dei risultati ottenuti in maglia arancio, The Magician aveva deciso di passare delle vacanze decisamente poco convenzionali: insegnando football in Ghana, Zimbabwe e Sud Africa. Quell'esperienza lo folgorò, facendolo innamorare perdutamente dell'Africa e della sua gente e, allo stesso tempo, fissando nella sua mente vivide immagini della miseria e dell'ingiustizia in cui erano costretti a vivere gli africani nelle colonie ed ex colonie di Sua Maestà.

Così Sir Stanley prese una decisione: avrebbe viaggiato per l'Africa ogni anno allenando ragazzi nelle aree più depresse del continente, cercando di offrire loro divertimento e, soprattutto, speranza in un futuro diverso. Arrivò a Soweto per la prima volta nel 1955 e allenò per settimane una sessantina di giovani sotto lo sguardo, e i fucili puntati, della polizia razzista sudafricana. Nel 1956, dopo avere trascinato l'Inghilterra ad una storica vittoria per 4-2 sul Brasile di Djalma Santos e Didì, rifiutò di proseguire il ritiro con la nazionale e tornò ancora una volta in Ghana, dove venne addirittura incoronato Re del Calcio: "Il rituale fu una vera e propria incoronazione, la stessa dei sovrani locali, il che mi diede un certo imbarazzo" racconta Matthews nella sua autobiografia The Way It Was "Uno stregone mi danzava intorno, poi si mise a sputare su un pallone che avevo tra i piedi. Infine mi fecero sedere su un trono, mi misero una corona in testa e mi fecero indossare abiti ghaneani tradizionali".

Sir Stanley diventa King Stanley

Poi tornò a Soweto, che in breve divenne la sua seconda casa. In un'intervista a Forbes Africa, Paradise Moeketsi, storico allenatore delle giovanili del Kaiser Chiefs di Soweto (una delle squadre più vincenti nella storia del calcio sudafricano) ricorda ancora chiaramente come Sir Stanley avesse sfidato la legge e rischiato la vita per i ragazzi della township, lasciando un'impronta che andava ben al di là dello sport: "L'ho incontrato quando ero molto giovane. Avevo circa undici anni, ora ne ho cinquantuno. Per un bianco era molto pericoloso entrare a Soweto, eppure lui lo fece. Era la prima volta nella mia vita che incontravo di persona un uomo bianco e credevo che i bianchi non fossero belle persone, pensavo fossero cattivi, ma grazie a lui ho cambiato opinione. Era un gentiluomo e un calciatore straordinario: pensate, non aveva mai preso un cartellino! Era fenomenale".

Un'altra frase dell'intervista a Moeketsi, tuttavia, permette di comprendere a pieno la rilevanza di Matthews nel Sud Africa della segregazione razziale: "Molti dicono che Mandela è stato il più grande, io non sono d'accordo: il più grande è stato Stanley". Semplicemente perché era bianco e, da bianco, ha sfidato i bianchi per difendere i neri pur avendone soltanto da perdere.

La tournée in Brasile

I viaggi estivi in terra africana, divisi tra Ghana, Zimbabwe e Soweto, si ripeterono fino alla fine degli anni Sessanta, quando Matthews ormai cinquantenne (!!!) si ritirò dal calcio giocato. Tentò per un paio d'anni la carriera da allenatore al Port Vale, la sua squadra del cuore, ma presto si rese conto - anche grazie ai risultati poco convincenti - che la vita a Stoke-on-Trent non faceva per lui e decise di trasferirsi in Sud Africa con la moglie Mila per allenare gli Stan's Men a tempo pieno. "Erano gli anni Settanta e l'apartheid, ovviamente, era ancora a pieno regime. Per fortuna non ho mai avuto problemi e per anni e anni ho vissuto felicemente a Soweto durante le mie visite estive da allenatore. Semplicemente lo ignoravo, vivevo come se l'apartheid non esistesse, e quasi sempre le stesse persone che lo inflissero a questo bellissimo paese scelsero semplicemente di ignorare il fatto che stessi violando la legge" racconta nel suo libro.

Tuttavia, se l'apartheid si poteva essere ignorata per allenare, forse si sarebbe potuti andare oltre: "I ragazzi un giorno mi dissero che il loro sogno era andare in Brasile per giocare a calcio, ma che sapevano non sarebbe mai potuto accadere": già era difficile ottenere un passaporto per muoversi all'interno del Sud Africa, figuriamoci volare in un altro continente. Poi c'era il problema dei soldi, nessuno ovviamente disponeva dei soldi necessari per il viaggio. Ma ancora una volta Sir Stanley aveva deciso di farsi beffe della realtà e di organizzare a tutti i costi la tournée.

The Magician con i suoi ragazzi

Usò la sua reputazione e i suoi ottimi agganci per ottenere una sponsorizzazione dalla Coca-Cola e dal Sunday Times, mentre i biglietti furono offerti da una compagnia aerea brasiliana. L'ultimo ostacolo era la legge, ma lui, come al solito, decise semplicemente di ignorarla come aveva ignorato la propria età giocando fino a cinquant'anni, la convocazione in nazionale per allenare sui campi in terra del Ghana, le leggi razziali per mettere su una squadra di giovani a Soweto.

Nella sua lunga esperienza da calciatore aveva capito che volontà, faccia tosta e rispettabilità contavano più di ogni altra cosa. "Immaginavo che se ci fossimo presentati all'aeroporto, le autorità ci avrebbero fatto passare senza problemi perché il mio arresto avrebbe scatenato problemi ben più gravi" - scrive Matthews - e i fatti gli diedero pienamente ragione: nonostante le minacce di arresto, gli Stan's Men vennero fatti passare. Era il primo gruppo di sudafricani neri a lasciare il paese da decenni. Una volta arrivati in Brasile ricevettero un'accoglienza straordinaria: incontrarono Pelé in persona, si allenarono con il Flamengo di Zico, Fluminense, Vasco da Gama e Americana e giocarono varie amichevoli con squadre minori.

Due giocatori degli Stan's Men in pausa durante un allenamento con il Flamengo di Zico

Dopo il viaggio in Brasile, l'eroe degli Stan's Men decise di tornare a vivere nella sua città, Stoke-on-Trent, dove è morto il 23 febbraio 2000, a ottantacinque anni, pochi mesi dopo il suo ultimo viaggio a Soweto. Da quel giorno due città così diverse e così lontane sono unite da un legame profondo, l'amore verso un grande calciatore, ma soprattutto un grande uomo, che vedeva lo sport semplicemente come uno strumento per raggiungere un fine più alto.


  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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