Interventi a gamba tesa

Dominio Djokovic: ma quanto valgono le sue vittorie?


Come Attila Flagello di Dio, Djokovic sta facendo terra bruciata attorno a sè, senza che nessuno sia veramente in grado di reggere il livello del serbo nel corso della stagione. Ma quanto valgono le sue vittorie, in un contesto privo di veri sfidanti?


3 risposte rapide.

  1. Prima si vince, poi si parla.
  2. Chi vince festeggia, chi perde parla.
  3. Chi vince ha sempre ragione.

Regole auree della competizione. Lo sono state anche per me, quando da giovane recluta mi aggiravo per le giungle dei tornei Open e di categoria, codice di ingaggio tra campi desertici e umidi palloni pressostatici (sempre)verdi, con l’odore abituale di feltro e di gomma dura. Regole auree dicevamo. Tranne la terza.

Chi vince non ha così sempre ragione. Sta scritto persino sopra l’ingresso del campo centrale di Wimbledon, in una frase di Sir Rudyard Kipling, dove l’autore del Libro della Giungla paragona i due opposti, Vittoria e Sconfitta, a due impostori da trattare allo stesso modo.

Cosa dire allora dell’indiscutibile monopolio di vittorie messo in piedi da Novak Djokovic, che negli ultimi tre anni ha dominato il tennis mondiale con la sensazione che nessuno potesse veramente competere con il suo strapotere?

Di recente, sempre più persone mi sussurrano, con un lieve tremito nella voce. “E se Djokovic superasse Federer come numero di Slam? Di tornei vinti? Sarebbe lui il migliore di sempre?”

Tempo fa giravano le stesse identiche domande, riferite però a Nadal, quando il Cannibale era la sola grande nemesi di Federer, e si avvicinava sempre più ai record dello svizzero (ora è a 19 Slam, uno solo da Federer). Appurato ormai il fatto che Rafa e Roger non siano che due facce della stessa medaglia, la domanda si sposta sul nuovo recordman serbo, il pretendente che ha messo nel mirino Re Roger. Eccoci al punto. Le vittorie, i numeri, danno inconfutabile ragione a Djokovic, elevandolo sopra a Rafa e Roger? Domanda difficile.

Le risposte sono diverse, ma un metro di valutazione potrebbe stare proprio nella qualità degli sfidanti.

Come Agassi e Sampras prima di loro, Federer e Nadal si sono spartiti a metà un’era di tornei maggiori, forse in maniera anche più netta rispetto ai due americani. Lo hanno fatto attraversando più fasi, con sfidanti sempre più ostici, fino al punto in cui vincere una prova dello Slam o un 1000 significava dover affrontare delle vere e proprie Sette Fatiche di Ercole, con un livello di competizione serrato.

Tolti i primi turni, nelle fasi calde dei tabelloni c’erano sempre Murray e lo stesso Djokovic, i due pretendenti, ma non finiva qui. Insieme a loro, armati fino ai denti, c’erano anche i vari Del Potro, Berdych, Ferrer, Tsonga, Wawrinka, Soderling, Davydenko, tutti pistoleros navigati, con diverse tacche sulla cintura, gente in grado di spedire a casa i Fab Four senza battere ciglio. Una vera e propria sfida all’OK Corral.

Ne godeva lo spettacolo e l’aperta competizione, la sensazione di guardare il tabellone e non sapere chi potesse raggiungere lo scontro finale, con i Fab Four costretti a battersi non solo fra di loro, ma anche a rischiare la pelle e stancarsi nei turni precedenti. In questa temperatura battagliera, Federer e Nadal si sono adattati e hanno continuato comunque a dettare legge, seppur con più discontinuità, dovuta proprio al livello delle forze in gioco. Nel 2011, anche Djokovic si è inserito nella lotta al primato.

Prendiamone dal mazzo uno a caso, Wawrinka: che razza di giocatore è stato al top della forma psicofisica?

Veniamo al panorama attuale. Tolti di mezzo Murray e Del Potro per problemi fisici, Wawrinka e Nishikori per ragioni attigue, e con Federer e Nadal ormai pericolosi solo a fasi alterne e su piccole porzioni di calendario, restano in campo giocatori che rappresentano si il futuro, ma che sono anche lontani anni luce dall’impensierire con continuità l’ormai unico dominatore Djokovic. Sono i vari Zverev, Thiem, Medvedev, Tsitsipas. La NextGen. Che per ora non sembra avere nè a forza nè la maturità per stare a ruota con i(l) Big per un’intera stagione.

Un contesto che ha aperto la strada a un monopolio spietato, paradigma che anche guardando gli altri sport (Juventus in Italia, Golden State Warriors, Hirscher, ma persino il mondo delle aziende, vedi Amazon, Google, ecc.) sembra essere diventato la forma prediletta di economia, sportiva e non, degli ultimi dieci anni. E Djokovic non fa eccezione. Lo spunto è chiaramente per riflettere sul livello medio del tennis ai vertici, e non per togliere meriti a Djokovic, davanti a cui ci togliamo il cappello e non possiamo che ammirare per aver portato il tennis a nuove altitudini di livello tennistico (e soprattutto fisico). Vincere non è mai facile. Al massimo è più difficile farlo in un certo contesto rispetto che in un altro.

I paragoni su chi sia o sarà il migliore di sempre sconfinano inevitabilmente in più verità o visioni sportive. Resta il fatto oggettivo di un mondo del tennis a un giro di boa, dove mentre gli altri cercano di capire dove tira il vento, chi invece sa già dove andare ne approfitta per dominare incontrastato.

A perderci in tutto ciò è senza dubbio lo spettacolo, la narrazione dello sport che da variopinta e imprevedibile, ci propone sempre la stessa storia, come un incubo in forma cookie dove, non vedendo alternative, ricompriamo sempre lo stesso prodotto. Di positivo c’è invece che, una volta scalzata la vecchia guardia, la NextGen sembra essere un pacchetto vario e interessante, con tutti gli attori giusti per un cast intrigante, dalle già citate giovani pistole fumanti a Shapovalov, Sinner e Auger-Aliassime. Con l’unica, pesante eredità di venire dopo i tre più grandi giocatori della storia, sia sulla carta che come valore sportivo.


 

Nato il 01/01/1996 chiedendosi perché tutti gli facevano gli auguri. Di buon anno. Cremonese di nascita, milanese d’istruzione. Laurea in Comunicazione, Media e Pubblicità e Master in Arti e Mestieri del Racconto, tutto in IULM. Creativo da tastiera. Scrittore, ex-tennista, cinemaniaco. Segue uno stile ma non la moda. Ama la letteratura americana, la Toscana e i fumetti di Corto Maltese.