Interventi a gamba tesa

Essere Jamal Murray


L’ascesa di Jamal Murray potrebbe sembrare un fuoco di paglia, ma è il frutto di un lavoro maniacale e di un successo che arriva da lontano.


“Settle down and focus.”

Con queste parole Roger Murray cerca di tranquillizzare il figlio Jamal mentre guida il pullman della squadra in viaggio per le fasi finali del campionato statale.

Rilassati e concentrati. Mentre i suoi compagni si godevano il viaggio come dei normali sedicenni, scherzando e ridendo, il figlio di Roger si immaginava già quello che sarebbe successo una volta arrivato in palestra: si sarebbe infilato l’uniforme, ascoltato il discorso dell’allenatore e avrebbe vinto la partita. Il match si sarebbe poi risolto con una palla rubata e canestro della vittoria da metà campo dello stesso Murray, che una volta terminata la partita avrebbe avuto i complimenti del padre per la palla rubata piuttosto che per il canestro della vittoria, perché è riuscito a rimanere focalizzato sull’obbiettivo nonostante fosse sotto con il punteggio.

Questa passione maniacale verso l’eccellenza si poteva notare già all’età di 6 anni. Quando la maggior parte dei ragazzi erano appassionati di videogiochi e Lego, il piccolo Jamal giocava già partite con ragazzi dai 10 anni in su.

From Ontario to the NBA

La famiglia Murray è originaria di Kitchener, Ontario, una piccola cittadina ad un’ora di macchina da Toronto. La città è famosa principalmente per “The Lion” Lennox Lewis, tre volte campione dei pesi massimi, cresciuto in questa piccola città e compagno di scuola del padre di Jamal. Il padre, originario della Jamaica, si è dovuto trasferire per motivi lavorativi all’età di 9 anni con la propria famiglia.

La casa in cui vive non è a tutti gli effetti una casa “convenzionale”: non capita a tutti i ragazzi di origini giamaicane nativi dell’Ontario di crescere  in una “Kung Fu House”, cioè l’arte più distante sia fisicamente che concettualmente dalla propria. Suo padre, appassionato di arti marziali, ha cercato di impartire ai propri figli gli insegnamenti propri delle arti marziali e lo stesso Jamal ha dichiarato recentemente di essere sorpreso che la maggior parte delle famiglie non parlano del tempio Chaolin o di Jackie Chan a cena a tavola.

Le chiacchierate però non vertevano tanto sull’aspetto scenografico del combattimento ma soprattutto sull’aspetto mentale e fisico: nei filmati di Bruce Lee il padre faceva notare la pazienza e l’equilibrio che usava per sconfiggere gli avversari, sebbene fosse più piccolo degli avversari.

Questi due concetti fondamentali della filosofia Zen tanto cari a molti addetti ai lavori nell’ambiente cestistico, come Phil Jackson ad esempio, sono alla base degli allenamenti che il figlio di Roger ha eseguito dall’età di 6 anni.

La routine del piccolo Jamal prevedeva una sessione di tiro di un’ora e mezza nel campo dietro casa, nella neve e con il vento pungente dell’Ontario delle 6 e mezza. Tutto questo dopo aver tenuto uno squat profondo per 15 minuti con una tazza di tè bollente accuratamente appoggiata sulla coscia per mantenere l’equilibrio.

Durante gli allenamenti il padre lo faceva allenare con delle sessioni di tiri liberi bendato, come accade in determinati esercizi delle arti marziali, in modo da fargli memorizzare il movimento di tiro, urlando una sequenza di insulti che l’avrebbero poi preparato a quello che lo aspettava una volta completato il salto tra i professionisti. Come dichiarerà poi lo stesso Murray, cercava di sentire tutti i muscoli che utilizzava nella meccanica di tiro e diventava sempre più comodo non dover fare pieno affidamento agli occhi.

Come capita spesso in Canada durante l’anno scolastico i campi da basket all’aperto vengono allagati per creare improvvisate piste da hockey, sport molto più popolare e diffuso nel paese. Quando successe nella scuola di Jamal il padre incaricò il figlio di allenarsi tutti i giorni a palleggiare e fare dei cambi di direzione sulla lastra di ghiaccio.

Mental kung fu

I’m sorry, but Jamal needs time to meditate.”

Dopo aver percorso più di 600 miglia, attraversato il confine canadese e atteso la fine dell’allenamento del prospetto canadese, era arrivato il momento per Kenny Payne, assistente di John Calipari con i Wildcats, di conoscere l’astro nascente canadese che aveva tanto impressionato i piani alti a Lexington, Kentucky. O almeno così pensava.

Quando Payne si alzò dal suo posto sugli spalti dell’Orangeville Prep High School e iniziò ad avvicinarsi a Jamal, il padre della guardia intervenne tempestivamente e disse a Payne che avrebbe dovuto aspettare ancora un po’.

“Mi dispiace, ma Jamal ha bisogno di meditare”.

Payne stesso, che probabilmente ne avrebbe da raccontare di tutti i colori dopo aver girovagato per vari continenti nella sua carriera da giocatore, passando dall’America Latina fino all’Oceania con una breve parentesi anche in Italia, si trova come spiazzato dalla frase pronunciata dal padre.

Incuriosito, Payne gira la testa e vede il miglior giocatore adolescente del Canada seduto da solo sul parquet in un angolo della palestra a meditare. È un rito che lo stesso Murray dice di fare sia prima che dopo ogni allenamento e ogni partita.

“Mental kung fu,” lo chiama. “A volte sto riflettendo su una pratica e su cose che avrei potuto fare meglio”, ha dichiarato più volte Murray. “Altre volte sto visualizzando le cose che succederanno in una partita. Avere quel tempo per me stesso è importante. È una parte importante di ciò che sono come giocatore”.                                                                                             

Il rituale, che pratica ancora oggi, ha un effetto così calmante da poter abbassare la sua frequenza cardiaca durante il gioco a 34 battiti al minuto. Una normale frequenza cardiaca a riposo è di circa 40-60 battiti al minuto.

Per questo motivo non sorprende, quindi, che il tratto più impressionante di Murray sia la sua capacità di rimanere calmo e equilibrato durante i momenti più intensi di una partita. Si può notare durante i time-out, nella routine dei tiri liberi e nei momenti clutch della partita come cerchi in ogni modo di isolarsi da tutto ciò che lo circonda, cercando quell’equilibrio intrinseco della sua personalità e del suo rapporto con il padre.

Non ci sono montagne abbastanza alte

Molto spesso nella narrativa sportiva statunitense viene usato il termine “Sliding doors“: esso rappresenta un momento topico di una storia, un elemento imprevedibile che può cambiare la vita, o in questo caso la carriera, di un giocatore. 

Per Jamal Murray questo momento coincide con l’estate del 2015, dopo essersi diplomato ed aver scelto di giocare per John Calipari, all’università di Kentucky.

Pan Am Games a Toronto. La nazionale canadese ospita per la terza volta nella sua storia i Giochi panamericani, per la prima volta a Toronto. Si presenta con una squadra piena di giocatori giovani provenienti dal college e una serie di giocatori professionisti, tra cui il tanto bistrattato Anthony Bennet, forse il più grande bust come prima scelta assoluta della storia dell’NBA e guidati da Jay Triano, ex giocatore che aveva scalato le gerarchie di tutte le squadre under della selezione canadese fino ad arrivare alla prima squadra. Per chi non conoscesse il personaggio, è uno dei talent scout che ha scoperto Steve Nash quando ancora spiegava basket al liceo a Victoria, Vancouver.

La formazione di Coach Triano riesce a vincere facilmente le prime partite, guidati da una serie di giocatori che si sarebbero poi creati una carriera solida come Andrew Wiggins, Cory Joseph, Dwight Powell e Kelly Olynyk, ed altri che non hanno poi mantenuto le promesse come Anthony Bennet e Nik Stauskas (sono ancora traumatizzato dal video dove da 17enne infila 50 triple di fila sotto la pioggia, provare per credere).

Come in ogni competizione sportiva che si rispetti, se si vuole provare ad arrivare fino a in fondo bisogna prima o poi scontrarsi contro gli statunitensi. Ed è quello che accade in semifinale. L’inerzia della partita è e rimane tutta per team USA, che riesce a mantenere il vantaggio di 6 punti fino a 8 minuti dalla fine. Poi coach Triano, non trovando più un’arma per disinnescare lo strapotere fisico della squadra avversaria, prova a svoltare la partita e si gioca il tutto chiamando dalla panchina il giocatore più giovane della rosa che aveva però impressionato durante l’ultima stagione all’high school.

Quel ragazzo è ovviamente Jamal Murray e come aiuta spesso l’epica dietro a questi racconti quello scorcio di partita verrà dominata dal figlio di Roger, autore di 22 punti negli ultimi 8 minuti di partita più i 5 del supplementare, tutti segnati con una spavalderia e un concretezza disarmante per la sua età, segnando la tripla per mandare la partita all’overtime e una serie di giocate che poi caratterizzeranno il suo stile di gioco una volta arrivato ai piani alti.

A 8:23 del video si può notare come Anthony Randolph prova a bloccarlo verso l’angolo, cercando di non concedergli il tiro, Murray prova un pump fake, Randolph non abbocca, allora prova un giro inverso dalla linea da tre punti e spara una tripla in step-back in faccia al sette piedi avversario.

In questa azione si possono notare gli aspetti fondamentali che ci hanno fatto poi innamorare del giocatore che ha recentemente finito di disputare dei playoff clamorosi: la tecnica con cui muove il piede perno per mandare fuori giri il lungo avversario, l’equilibrio che riesce a mantenere nonostante sia in una situazione scomoda e l’incoscienza nel prendersi una tripla del genere.

Il team canadese poi avrebbe perso la finale con il Brasile, ma è riuscita a conquistare la prima medaglia ai Giochi Panamericani  in assoluto, in oltre 70 anni, ed è stata grazie a un ragazzo di 17 anni.

Rowan Barrett, assistente allenatore del Team Canada e padre del rookie di New York RJ Barrett, segue Murray da quando era adolescente. Quando Murray stava partecipando agli allenamenti con il Team Canada prima dei campionati del mondo nel 2015, si è fatto aggiungere due ore di allenamento individuali aggiuntive al giorno. Barrett, preoccupato che Murray potesse stancarsi o infortunarsi, ha confiscato le sue scarpe da basket. Più tardi tornando in palestra, l’ha trovato mentre giocava a piedi nudi da solo in palestra.

Barrett stesso ha poi dichiarato che mentre il padre ha avviato il figlio su questa strada, è il giocatore che continua a spingersi al limite. E’ totalmente agli antipodi dunque dal rapporto padre-figlio descritto nel capolavoro autobiografico firmato Andre Agassi di nome Open, nel quale il figlio era costretto ad allenarsi fin da quando aveva quattro anni da un padre dispotico ma determinato a farne un campione a qualunque costo, crescendo con un odio indefinito verso il tennis. 

Il rapporto con il padre Roger invece è accomunato dalla passione frenetica dei due per la palla a spicchi e dalla voglia di spingersi al limite per diventare il miglior giocatore possibile, seppur dovendo portare il proprio fisico e mente al limite umano. Il ruolo del padre è stato quindi di indirizzare il figlio verso questa strada, portandolo ad essere quel lavoratore maniacale che tutti conosciamo.

I playoff 2020 hanno finalmente consacrato un giocatore che era stato spesso sottovalutato e non considerato, portando il più delle volte a dare tutti i meriti delle vittorie di Denver a Nikola Jokic: il Murray delle bolla è riuscito a fare quello step successivo che non tutti si aspettavano e a ottenere quel grado di superstar tanto ricercato. Arrivare in vetta in NBA è sempre più difficile e la competizione per arrivarci è sempre più sanguinosa, specie quando il tuo compito principale è fare canestro. Ed una volta raggiunta la cima è ancora più difficile rimanerci. Ma il figlio di Roger sa quanto è stata dura arrivarci e sa quello che è e che potrà diventare…

Swish, swish, swish.


 

Nato a Cesena nel 1997, vive a Villa Verucchio (in provincia di Rimini). Al primo anno di laurea magistrale in Amministrazione e Gestione d'Impresa presso l'università di Bologna, è appassionato sin da piccolo di tutti gli Sport Americani possibili ed immaginabili.