Interventi a gamba tesa

Considerazioni sparse post Finali di Conference NBA 2020


La finale dei Playoff NBA 2020 sarà Los Angeles Lakers-Miami Heat. LeBron James è molto più che un uomo in missione, ma è giunto il tempo che tutto il mondo smetta di sottovalutare la squadra di Spoelstra.


– Nella sezione commenti delle considerazioni sparse pubblicate a seguito dei risultati delle semifinali di conference, ci avevate segnalato di aver omesso completamente il commento alle prestazioni offerte dai Miami Heat. Avevate assolutamente ragione, diamo astutamente la colpa alle troppe notti insonni di questo periodo. Forse, però, anche a Miami l’hanno un pochino presa sul personale visto che nella serie vinta 4-2 nella notte contro Boston hanno saputo superarsi nuovamente. Facciamo ammenda pubblica e recuperiamo tutto in un colpo solo: Miami ha fatto un processo di rebuilding che è un trattato di management sportivo e che ha pochi precedenti nella storia dello sport americano. In 6 anni ha elaborato il lutto del post LeBron senza mai chiamare una scelta all’interno della top 10 al draft. Ha dato fiducia ai suoi ragazzi, continuità alle scelte e nuova linfa a giocatori che sembravano perduti. Il raggiungimento di queste Finals è il trionfo delle idee; 

– Curioso che in finale i Miami Heat si troveranno di fronte il loro passato, personificato nello statuario fisico di LeBron James. Sarebbe forse troppo facile parlare di “uomo in missione” in relazione alle prestazioni espresse da LBJ all’interno della bolla di Orlando, ma fatevi un favore, andate a vedervi i suoi numeri e chiedetevi a coscienza aperta se sia possibile qualcosa del genere per un uomo di 36 anni che ha confessato la sua routine pre-partita: un calice di vino rosso e una partita di Madden 21, prima di uscire e dominare completamente il campo.  Noi siamo fermamente convinti di trovarci di fronte a uno dei 10 più grandi sportivi di sempre. E forse siamo stati anche troppo larghi; 

– Apriamo il capitolo degli sconfitti: i Celtics formato Titanic incocciano nuovamente il loro iceberg in finale di Conference e chiaramente non può essere un caso. La sensazione é che il collettivo e il sistema ti possano portare molto bene fino a un certo punto, ma che da questo punto in poi serva che i 3/4 giocatori top che Boston indubbiamente possiede all’interno del poster facciano un salto di qualità importante per mantenere il livello alto tutti e contemporaneamente, perché le fiammate dei singoli non sono sufficienti. I Nuggets, invece, hanno fatto ciò che potevano, compatibilmente con lo stato fisico di una squadra che aveva appena rimontato due serie dallo svantaggio 3-1 e per la quale un briciolo di stanchezza era forse giustificato. Nonostante ciò va detto che Jokic e compagni non sono mai nè entrati nè usciti dalle partite in modalità sacco da boxe e magari senza il buzzer beater di Anthony Davis in Gara-2 la serie sarebbe stata anche più lunga; 

– Per la prima volta nella storia della NBA si giocheranno le Finals due franchigie che l’anno prima non erano nemmeno riuscite a staccare il pass per la post-season. Ecco, segnaliamo che i Lakers avevano giocato la prima metà di stagione senza Anthony Davis (ancora in Louisiana al tempo) e la seconda senza LeBron James, uno che come detto sopra tende a incidere. Miami invece si è lasciata alle spalle i malumori di Whiteside ed è arrivata al traguardo attendendo la maturità dei suoi frutti come il più sapiente degli agricoltori (il passo tra Pat Riley e il signor Del Monte è davvero breve). Adebayo, Herro e Duncan Robinson sono un piacere per gli occhi e il mix che si è creato con la vecchia guardia composta da Butler, Dragic e Iguodala è un veleno potenzialmente letale per tutti; 

– In finale partono favoriti i Lakers, ma l’avevamo detto anche dei Celtics e l’avevamo detto anche dei Clippers. Questo per sconfessare inopinatamente la nostra competenza nel modo più incisivo possibile. In realtà vedere la decisione e il rendimento prestazionale offerto da questi Heat in tutte le gare di Playoff fin qui disputate ci ricorda moltissimo le grandi favole della storia recente dell’NBA e con quel geniaccio di Erik Spoelstra in panchina ogni scenario è aperto. Il tutto salvo intervento della volontà suprema del signore con il 23 stampato sulla schiena.

Alessandro Ginelli, nato a Cremona il 23/11/1996, da quel giorno vivo grazie all’aria, al cibo e allo sport. Una presenza in serie D allo stadio Euganeo di Padova in Atletico San Paolo - Fiorenzuola è il ricordo più bello e romantico riguardo la mia carriera di calciatore, da lì ho peró abbandonato il sogno di fare del calcio un lavoro grazie ai miei piedi e da un paio d’anni sogno di farlo grazie alle mie parole e alle mie opinioni. Per questo obiettivo studio Comunicazione, media e pubblicità presso l’Università IULM di Milano e coltivo il sogno di diventare giornalista sportivo. Scegliere quali sport mi piacciano di più sarebbe piuttosto difficile, quindi facciamo così: non mi piace granchè il golf.