Interventi a gamba tesa

Il bello e l’utile


Riflessioni ispirate da “La Partita” di Piero Trellini.


Sarebbe riduttivo definire “La Partita” di Piero Trellini (Edizioni Mondadori, 2020, pagg. 607, premio Bancarella Sport 2020) come un libro sul celebre incontro tra Italia e Brasile ai Campionati del Mondo di Calcio del 1982 in Spagna. E’ molto di più, e si potrebbe definire come un’accurata narrazione del passaggio generazionale che ha interessato lo sport più amato del mondo negli anni 80.

Italia-Brasile è probabilmente il paradigma di quella transizione, un concentrato ideologico prima ancora che sportivo, destinato, come giustamente osserva l’Autore a segnare una tappa importante nella storia del nostro Paese.

“La Partita”. Punto.

Non a torto qualcuno sostiene che l’esplosione di gioia originata in Italia dall’insperata vittoria contro il formidabile Brasile rappresentò simbolicamente per il nostro Paese l’uscita dall’atmosfera cupa degli anni di piombo; si tratta di una considerazione che mette bene a fuoco il nesso esistente tra sport e vita sociale, relazione che di norma si manifesta con spiccata evidenza proprio in occasione dei Mondiali di Calcio, l’evento sportivo che più di ogni altro è in grado di unire gli italiani.

Il libro di Trellini segue un filo narrativo nell’ambito del quale Italia-Brasile rappresenta un punto d’arrivo, cui si giunge intrecciando le storie personali di diversi attori – tutti a loro modo protagonisti dell’epoca – con la (necessaria) narrazione di prologhi ed antefatti che riguardano il calcio, ma anche la politica sportiva, il costume e l’economia.

La lucida contestualizzazione dell’Autore spiega al lettore le ragioni della transizione del calcio verso lo sport business, con l’acquisizione di quella dimensione globalizzata che ha visto nel Mundial di Spagna del 1982 una tappa fondamentale.

E così, solo per citare alcuni dei tanti protagonisti, le vicende umane di Joao Havelange, della dinastia Dassler, di Artemio Franchi sono narrate insieme a quelle di Enzo Bearzot, Paolo Rossi e Socrates ed il lettore viene accompagnato verso l’Evento, il Mundial di Spagna (e poi dentro alla partita simbolo di quel Mondiale), tramite il racconto di storie personali e di importanti eventi politici e cruciali congiunture economiche.

Una delle storie più incredibili raccontate nel libro è proprio quella dei fratelli Dassler: fratelli nella vita, rivali in affari.

Non è possibile approfondire qui i molteplici spunti, tutti ugualmente interessanti, forniti dal meticoloso lavoro di ricerca storiografica di Trellini: basti dire che il libro si ascrive a pieno titolo al miglior filone dello storytelling sportivo che – rifuggendo da un superficiale approccio epico che si limita a “cantare le gesta” degli atleti – cerca di approfondire il fatto sportivo collocandolo (anche) nella sua dimensione sociale ed economica, peraltro riuscendoci molto bene.

Fra i tanti spunti forniti dal libro crediamo sia interessante riflettere su uno in particolare, che riguarda il ruolo della critica sportiva.Il Mondiale del 1982 è ricordato anche per la drammatica rottura che si consumò tra gli Azzurri e quasi tutti i giornalisti al seguito della Nazionale italiana e quanto accadde in Spagna va interpretato non solo in relazione a comportamenti forse non proprio deontologicamente ortodossi tenuti da alcuni giornalisti al seguito della Nazionale, ma anche (e forse soprattutto) alla luce della considerazione (si potrebbe quasi dire: legittimazione) del ruolo riconosciuto nell’ambiente degli addetti ai lavori (in primis dagli stessi atleti) alla stampa e, più in generale, alla critica sportiva.

Sarebbe facile liquidare il discorso affermando che l’esito del Mundial spagnolo sconfessò pressoché tutti i giornalisti sportivi (e non), i quali errarono clamorosamente il pronostico: più interessante è riflettere sul fatto che i rapporti (divenuti) aspri tra squadra e giornalisti presupponevano, appunto, una sorta di legittimazione del ruolo del critico, intesa come considerazione dello studioso di calcio, colui che in un certo senso “lo pratica scrivendone”, con la malcelata ambizione di influenzare le idee degli allenatori e dei commissari tecnici (alla maniera dell’intellettuale di machiavelliana memoria che influenza il Principe).

Sullo sfondo del Mundial 1982 c’è lo scontro tra diverse scuole di pensiero (Trellini racconta molti bene anche questo: Antonio Ghirelli e Gino Palumbo versus Gianni Brera, oggi diremmo, forse un po’ troppo superficialmente, “giochisti” contro “risultatisti”) e probabilmente la Nazionale di Enzo Bearzot realizza una consapevole sintesi tra due scuole di pensiero, quella del bel gioco e quella dell’utilitarismo.

Lungi dall’essere soltanto un esercizio atletico, il calcio è (è stato?) anche ideologia, intesa come rappresentazione su un campo d’erba di una visone del mondo e dell’essenza antropologica di un Paese. Nell’Italia del 1982, come racconta con maestria Trellini, l’attenzione alla marcatura (Claudio Gentile che asfissia Zico) non è disgiunta dall’estetica della giocata (i dribbling e i cambi gioco di Bruno Conti), l’efficacia del gol di rapina (Paolo Rossi) è tutt’uno con l’eleganza stilistica del regista difensivo che esce dalla sua area a testa alta (Gaetano Scirea).

E’ dunque forse legittimo dire che la vittoria del Mondiale del 1982 (ma ancor prima, per restare in tema, la vittoria sul Brasile al vecchio Estadio de Sarrià di Barcellona) sia stata non soltanto il capolavoro di una generazione di atleti, ma anche l’affresco della Scuola italiana dell’epoca, capace di sintetizzare al meglio estetica ed approccio pragmatico. Il bello e l’utile.

E chi dipinse quell’affresco? Ovviamente i calciatori ed il loro CT, Enzo Bearzot, arguto e cocciuto. Ma probabilmente anche la dialettica tra campo e critica, anch’essa in fondo espressione della cultura, degli umori e, in definitiva, dell’antropologia di un Paese. Trellini ricorda giustamente le affermazioni di Zico che considerò Italia-Brasile uno spartiacque ideologico, più che una partita di calcio: secondo il fuoriclasse di Rio de Janeiro se avessero vinto i brasiliani si sarebbe definitivamente affermata l’idea di fùtbol bailado, vocata alla bellezza ed avversa alla speculazione.

La vittoria italiana – non senza merito, come pure ammette Zico – segnò invece la supremazia dell’adelante con juicio, sebbene diverso dal “Catenaccio” puro e semplice.

E questo ci porta alle riflessioni finali.

Ha senso oggi parlare di Scuola italiana? E di un ruolo della critica sportiva?Il Mondiale di Spagna è forse l’ultima manifestazione in cui è più facilmente decodificabile la diversità di approcci tattici, se non lo addirittura lo “scontro ideologico” di cui parlava Zico. Gli anni successivi saranno quelli del calcio globalizzato, precorso dall’apertura delle frontiere in quello che per molti anni fu il campionato più bello del mondo e definitivamente sancito dalla nota sentenza Bosman.

La nuova dimensione globale ha certamente favorito in Italia la contaminazione delle idee, in una sorta di melting pot in costante evoluzione che ha conosciuto marcate deviazioni dal tradizionale approccio pragmatico nostrano.

Ma dopotutto all’eretismo podistico (definizione breriana, come noto) di Arrigo Sacchi è succeduto (non casualmente) l’accorto Fabio Capello. E, per venire ai giorni nostri, il calcio più vincente in Italia è stato recentemente quello di Massimiliano Allegri, non certo lontano dalla ricerca bearzotiana del miglior equilibrio tra bello ed utile.

Riguardo poi alla critica ripensando ai rapporti bollenti tra giornalisti e spedizione azzurra a Spagna 82 è lecito chiedersi se oggi il ruolo di contrappunto critico non sia appannaggio dei soli talent, ossia soprattutto di ex calciatori (viene da pensare alla recente polemica tra Lele Adani e Massimiliano Allegri), con i giornalisti ad occuparsi soprattutto (ed un po’ tristemente) della sola cronaca.

Libri come quello di Trellini stimolano in fondo domande alla categoria: è ancora possibile, nell’era dei social che comprime e spesso appiattisce i giudizi, ambire ad un ruolo del critico che non sia soltanto quello del “chiosatore”?

Del resto, oggi non sarebbe sbagliato definire Gianni Brera un influencer.

 

(a cura di Luca Zamagni)


 

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