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- di Nicola Balossi

Considerazioni sparse post Master 1000 di Roma


Considerazioni sparse post Master 1000 di Roma.


- Nonostante la partita fiera e intelligente del Peque è Nole a trionfare, come se si nutrisse di sofferenza, come se ogni cazzotto subìto lo rendesse più forte. Chi temeva uno Schwartzman scarico e gli assegnava il ruolo della vittima sacrificale deve presto ricredersi. L’argentino mostra subito i muscoli e con il giusto mix di coraggio e costanza piazza due break e scappa 3-0, mettendo a nudo l’inusuale difficoltà di Djokovic sul lato del rovescio. Qui però comincia la controffensiva di Nole che non si scompone e costruisce una rimonta silenziosa, giocando al meglio le carte che ha in mano. Strappa il primo set per 7-5, suda oltremodo nel secondo fino al tre pari poi piazza l’allungo vincente alzando all’improvviso il volume al massimo. Re di Roma per la quinta volta dopo dieci finali (dieci!), e soprattutto re dei Master 1000: sono 36 contro i 35 di Nadal;

- Sono le due teste di serie più alte a giocarsi il titolo femminile: la numero due del ranking Simona Halep e la numero quattro Pliskova, che difende il titolo. A nulla valgono gli ottimi tornei di Azarenka, Muguruza e della semifinalista Marketa Vondrousova (solo ventunenne, ma già finalista a Parigi 2019). Date le premesse era logico attendersi una battaglia tra le due ex numero uno, invece assistiamo a un monologo della Halep, che non lascia nemmeno le briciole all’avversaria, costretta a lasciare per problemi fisici dopo circa mezz’ora sul 6-0, 2-1. Prima affermazione romana, meritatissima, per la romena che dopo il lockdown ha vissuto all’insegna della prudenza e ha disputato solo due tornei, vincendoli entrambi. Inutile dire che a Parigi la pressione sarà tutta su di lei;

- Il torneo di Nadal è stato come una festa cominciata benissimo ma finita a mezzanotte perché non c’è più niente da bere e si è fuso l’amplificatore. Dopo i primi due turni avevo in testa un incipit pulp a base di terra intrisa di sangue e interiora degli incauti avversari, ma poi è arrivato in sordina l’ineffabile Dieguito - che mai l’aveva battuto ma gli aveva strappato un set al Roland Garros, roba da raccontare ai nipoti - e ha giocato una partita perfetta, aprendosi il campo con pazienza - e con l’abilità non banale di reggere lo scambio con Rafa - prima di infilzare un iberico comunque poco centrato e autore di 30 gratuiti. Eppure era lo stesso Nadal che aveva massacrato Carreno Busta e Lajovic senza riguardo né pietà. Che sia giunto anche per lui il tempo degli alti e bassi? Presto per dirlo, dopotutto era fermo da otto mesi e per quanto uno possa allenarsi intensamente il ritmo partita è un’altra cosa. Conoscendolo, metterà a frutto quanto successo per prepararsi ancora meglio al suo appuntamento più amato;

- Favole interrotte: Musetti e Sinner incantano contro vittime illustri, liberandosi con autorità quasi sadica di Wawrinka/Nishikori e Paire/Tsitsipas. In quelle occasioni l’altoatesino dimostra una grande solidità mentale, mentre Lorenzo è semplicemente magnifico: il suo tennis vario e creativo regge la forza d’urto di due big navigati per quanto fuori forma. Poi si schiantano sugli avversari abbordabili degli ottavi di finale. Jannik difetta in cinismo contro Dimitrov e gli consente la rimonta, mentre Musetti perde nettamente da Koepfer, complici stanchezza e acciacchi. Berrettini invece, che guida il terzetto per esperienza, fa un passo in più arriva a un paio di punti dalla semifinale perdendo al tie break contro Ruud, decisamente più a proprio agio di lui sul rosso. Tutti e tre hanno un gioco più adatto al veloce ma anche la terra può rivelarsi un’alleata preziosa, perché più tollerante verso i tipici blackout giovanili mentre sulle altre superfici a volte le partite scivolano via fin troppo velocemente;

- Non resta che raccontare le storie di tre protagonisti inattesi. Il ventiseienne teutonico Dominik Koepfer, noto (fino a un certo punto) finora per gli ottavi di finale a New York 2019, imbrocca una settimana indimenticabile: si qualifica ai danni di Cobolli, Simon e Kukushkin dopodiché compie un miracolo eliminando De Minaur all’ultimo respiro con matchpoint a sfavore, poi Monfils e il lanciatissimo Musetti. A quel punto, chiuso nei quarti da Nole, capitola con onore dopo avergli strappato un set e averlo innervosito non poco. Poi Casper Ruud, che si conferma tra i migliori giovani sulla terra (rossa) e mette anche lui a dura prova il numero uno. Infine Dennis Shapovalov, talento cristallino ben poco terraiolo che ha il merito di adattarsi in fretta dal cemento newyorkese e, seppure a corrente alternata, regala sprazzi di gioco spumeggiante e una varietà tennistica che rende più roseo l’orizzonte. In semifinale paga un alto debito all’emozione sia nell’approccio iniziale sia nelle fasi cruciali, ma arriva comunque a una manciata di punti dal successo. È cresciuto a vista d’occhio, gli manca tanto così per sbocciare.

ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Nicola Balossi Restelli, annata 1979, vive a Milano con una moglie e tre figli e si divide tra scrittura e giardinaggio. La sua insana passione per lo sport ha radici pallonare e rossonere, anche se la relazione più profonda e duratura è stata quella con la palla a spicchi, vissuta sui parquet (si fa per dire) delle minors milanesi dagli otto ai quarant’anni, quando ha appeso le scarpe al chiodo. Gravemente malato anche di tennis e di Roger Federer, ne scrive talvolta su https://rftennisblog.com/.

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