Interventi a gamba tesa

Leggere Sebastian Abbot per conoscere i limiti dello scouting calcistico moderno


Cosa succede quando dei miliardari qatarioti decidono di entrare nel mercato della compravendita di calciatori razziando l’Africa alla ricerca del “Messi africano”? Cosa significa questa ricerca e perché dovrebbe metterci tutti in allerta? In un libro del giornalista statunitense Sebastian Abbot tutti i fantasmi della più grande e folle ricerca di talento mai stata effettuata nel mondo del calcio.


Fuori casa è un libro pubblicato per i tipi della Luiss University Press nel 2019 e rimasto semisconosciuto nel nostro paese. Si tratta della traduzione di The Away game, pubblicato negli USA nel marzo del 2018, ed è il racconto di Football Dreams, il più grande e dispendioso progetto di scouting messo in atto da una nazione per scovare le potenziali stelle mondiali del calcio del futuro. La nazione in questione è il Qatar, i dollari impiegati sono quelli dei più grandi esportatori di gas naturale al mondo, e a guidare le operazioni c’è un volto noto agli addetti ai lavori del calcio europeo: Josip Colomer, direttore della Masia di Barcellona dai tempi in cui Lionel Messi era solo un undicenne di buone speranze.

La copertina di “Fuori Casa”, di Sebastian Abbot

L’autore del libro è Sebastian Abbot: giornalista statunitense per oltre dieci anni corrispondente dell’Associated Press al Cairo e a Islamabad, grande appassionato di calcio. I lunghi periodi trascorsi nel continente africano hanno permesso ad Abbot di penetrare negli usi e costumi di moltissimi paesi diversi, come non è permesso a chi si informa solo tramite la stampa di casa propria. È compito dei corrispondenti infatti selezionare in base all’importanza i fatti che poi diverranno notizie, decidere in un certo senso cosa sia necessario conoscere delle vicende del paese che li ospita.

Tenendo presente questo aspetto della professione di Abbot risulterà forse più facile al lettore di questo articolo comprendere quanto siano preziose le pagine di Fuori Casa, questa opera è fondamentale per poter conoscere fatti che forse non sarebbero mai arrivati in forma così chiara in Europa se appunto un giornalista con tale esperienza e tale conoscenza del mondo africano ed arabo non avesse deciso di racchiuderli nel suo primo e finora unico libro.

Fuori casa è un reportage giornalistico che non rinuncia alla fluidità narrativa del romanzo. Alla ricostruzione dello sviluppo del gigantesco progetto Football Dreams si alternano tre storie emblematiche di questa immensa operazione di scouting: tre storie di ragazzi africani selezionati e poi aggregati all’Aspire Academy, l’avveniristico centro di formazione qatariota fulcro del progetto. Ma non sono solo le storie dei tre giovani calciatori a rendere originale e sorprendente il libro, Abbot “sfrutta” in un certo senso la ricostruzione dei fatti per seminare all’interno dell’intero testo i prelibati frutti delle sue ricerche sulla teoria dello scouting e della formazione dei giovani calciatori. Anche questi sono spunti di grande interesse, in grado di far conoscere al lettore tutti i limiti dello scouting e della formazione moderna. I riferimenti scientifici di Abbot fanno vacillare le tesi di chi nega, nel calcio attuale, una progressiva e diffusa perdita di talento.

Il sogno dello sceicco e quello di Colomer

Prima di addentrarci nelle teorie dello scouting e della formazione raccolte e spiegate da Abbot è sicuramente necessario ripercorrere brevemente la storia di Football Dreams alla ricerca della motivazione chiave che ha portato il Qatar a finanziare a partire dal 2007 quella che l’autore ha definito “forse la più grande caccia di talenti nella storia dello sport”. Scrive Abbot:

Soltanto in quell’anno il team di Colomer ha sottoposto a provini più di 400.000 ragazzi in sette paesi africani per scovare le stelle del futuro.
(da “Fuori Casa”, di Sebastian Abbot)

La nascita dell’Aspire Academy (il più grande centro di formazione per innumerevoli discipline sportive del Qatar) è stata fortemente voluta dallo sceicco Jassim Bin Hamad Al Thani, figlio dell’emiro che ha guidato il paese alla sua attuale spropositata ricchezza sopraggiunta con la scoperta del petrolio e del gas naturale in concomitanza con la Seconda Guerra Mondiale.

Jassim è sempre stato un grande appassionato di calcio e per questo il Qatar ha da sempre cercato di ottenere una nazionale di calcio valida. “Ottenere” è un termine lusinghiero… Forse “comprare” rende meglio l’idea: fin dai primi anni duemila è stata intrapresa una naturalizzazione selvaggia di calciatori di altre nazioni mediante ingenti pagamenti: nel 2006 la nazionale qatariota ha vinto i giochi asiatici e i suoi giocatori migliori si sono rivelati un difensore senegalese e un attaccante uruguayano. La FIFA non ha gradito le pratiche del Qatar e ha mandato più di un avvertimento ai vertici della nazione, prima di rendere molto più difficili le naturalizzazioni tout court con un nuovo regolamento nel 2009. Nonostante le naturalizzazioni però il Qatar non è mai riuscito a ottenere una qualificazione ai mondiali.

Abbot avanza (tra le altre) l’ipotesi che con il progetto Football Dreams la Aspire Academy volesse razziare l’Africa, far approdare centinaia di tredicenni iper-selezionati nel piccolo paese dell’abbondanza e naturalizzare i più capaci al momento giusto, ovvero poco prima del mondiale del 2022, assegnato dalla FIFA (tra mille polemiche e scandali) proprio al Qatar (ciò permette alla nazionale di partecipare in quanto paese ospitante). Possiamo dire col senno di poi che non è andata così, forse per la stretta della FIFA sulle naturalizzazioni o forse perché fin dall’inizio non era questa la motivazione principale di questo progetto mastodontico.

I festeggiamenti della nazionale qatariota dopo la vittoria degli Asian Games del 2006


Per capire di quale ordine di grandezza si stia parlando basti pensare che il progetto Football Dreams arriverà con gli anni a sottoporre a provini circa 500.000 tredicenni all’anno, in 35 diversi paesi africani. Una concentrazione così grande di tredicenni è un qualcosa di semplicemente assurdo: è come se si potessero sottoporre a provini tutti i tredicenni del Brasile. Ogni anno. E come Abbot suggerisce, statisticamente parlando, la selezione è ogni anno mille volte più spietata di quella dell’Università di Harvard, dato che tra i 500.000 ragazzi ne vengono selezionati solamente un numero adatto a comporre una squadra. Le cifre in ballo sono da capogiro: per l’intero progetto sono stati sborsati più di cento milioni di dollari, e Football Dreams è ancora in atto. In più la Aspire Academy ha acquistato un club in seconda divisione belga (ora in prima divisione), il KAS Eupen, per far entrare nel mondo del professionismo i giovani africani una volta divenuti maggiorenni, e le spese in Europa dello sceicco continuano (un club indiano, uno in seconda divisione spagnola).

Il tutto potrebbe essere visto come un progetto lievemente folle, o forse addirittura romantico. Tipico di persone che danno per assodata la propria ricchezza e cercano altro nella vita: prestigio, divertimento, gioia… Soprattutto prestigio, certo. Ma non è così. Abbot non si espone chiaramente ma lascia intendere che la razzia di talenti in Africa somigli più che altro all’ingresso degli emiri in un nuovo mercato, quello della compravendita di giocatori, nella quale il Qatar vorrebbe ricoprire, come per quanto riguarda petrolio e gas naturale, ancora il ruolo di esportatore (questa volta di risorse non sue).

Fanno propendere per questa spiegazione anche le parole rilasciate ad Abbot da Savané, grande aiutante di Colomer nella ricerca in Senegal, nonché figlio del ministro dell’Industria senegalese all’epoca in cui Football Dreams era ancora solo un sogno:

Il giorno dopo, a pranzo, avevano presentato l’idea al padre di Savané, il ministro dell’Industria del Senegal, per essere sicuri di non essere pazzi. “Mio padre ha detto: ‘No, non è una pazzia. La domanda esiste, ma alcuni talenti vanno perduti’” ha raccontato Savané.
(da “Fuori Casa”, di Sebastian Abbot)

La “domanda esiste”, dice il padre di Savané, segno che il figlio e Colomer volessero creare un mercato ancor prima di trovare i ricchi finanziatori qatarioti. Fa sorridere il fatto che oggi Football Dreams non passi né per un progetto in vista del Mondiale del 2022 né per un progetto incentrato sull’esportazione di calciatori africani, bensì come… Un progetto umanitario. “Una chance per migliaia di tredicenni dei paesi in via di sviluppo per dimostrare le loro abilità e riuscire ad ottenere un’educazione scolastica e una chance di esaudire i propri sogni raggiungendo le vette del calcio internazionale”, come si apprende dal sito web di Aspire. Se fosse davvero così, beh, si tratterebbe della più grande opera umanitaria mai stata realizzata per un numero così ristretto di ragazzi, pari a quelli che compongono una squadra di calcio di anno in anno.

Ciò significherebbe più di cento milioni spesi per permettere a pochissimi poveri ragazzi africani di compiere i loro sogni… Neanche un reality show televisivo è mai arrivato a immaginare un tale dispendio di risorse in cambio di nulla. Molti interrogativi riguardo il progetto sono ancora privi di risposta, ma è difficile ritenere l’intera operazione Football Dreams come puramente incentrata su fini umanitari. C’è un alone di mistero che avvolge il progetto fin dai suoi inizi ed è rimasto immutato, dal 2007 a oggi. Quanti in Europa conoscevano Football Dreams prima della lettura del libro di Abbot? A tal proposito l’autore afferma:

L’unica cosa più sconvolgente delle dimensioni di Football Dreams è il numero bassissimo di persone che conoscevano l’iniziativa.
(da “Fuori Casa”, di Sebastian Abbot)

A tutte le possibili motivazioni reali del progetto ne va infine aggiunta una che ha a che fare maggiormente con la psicologia di uno dei protagonisti della gigantesca “caccia al talento”, vale a dire Josip Colomer.

Abbiamo già visto come egli fosse il direttore del settore giovanile del Barcellona al momento dell’arrivo di Lionel Messi, ma va specificato che il fenomeno argentino non era certo stato visionato da lui. Colomer fu fondamentale per la crescita di Messi in blaugrana, lo sostenne sempre anche nei momenti più difficili della sua crescita, ma apostrofarlo come “scopritore di Messi” è di fatto un errore, molto diffuso anche tra gli addetti ai lavori. Leggendo il libro di Abbot si ha la sensazione che questa “mancata scoperta” possa aver in qualche modo influenzato il progetto Football Dreams, tant’è che il nome di Messi riecheggia in diverse pagine del libro quasi si trattasse di un fantasma per Colomer, di un’ossessione. Pensava che una ricerca di così grandi dimensioni avrebbe avuto come risultato la scoperta di talenti paragonabili alla Pulce, e d’altronde se pensiamo alle cifre investite e al numero di ragazzi visionati possiamo in qualche modo comprendere aspettative tanto elevate.

Come si cerca il Messi africano

Fuori casa racconta una storia, quella del progetto Football Dreams, alla quale sono legate tante altre storie degne di essere raccontate, quelle dei ragazzi selezionati o scartati. Potremmo dire che sono proprio le interviste di Abbot ai ragazzi il fulcro del suo lavoro, ma allo stesso tempo è bene riconoscere che in esse non si esaurisce il valore del testo, e che anzi spesso le storie dei ragazzi servono ad Abbot come pretesto per esporre i risultati delle sue ricerche sulle teorie dello scouting. Accanto ai vari racconti sono disseminati infatti vari approfondimenti molto interessanti riguardo le modalità di selezione dei talenti nel calcio e più in generale negli sport.

Immedesimandosi in Josip Colomer, Abbot si pone un quesito piuttosto semplice: come si cerca il Messi africano?

Parte considerando lo scouting giovanile come un’attività “piuttosto soggettiva”, nella quale gli osservatori e gli allenatori si basano soprattutto sull’istinto, ma sottolinea che negli ultimi anni sono state messe in atto svariate ricerche finalizzate a rendere lo scouting “più simile a una scienza che a un’arte”.

Cita quindi il progetto Sporting Giants, lanciato dalla Gran Bretagna nel 2007, che puntò a reclutare uomini e donne “giganti” per comporre le formazioni inglesi di canottaggio, pallavolo e pallamano. Anche l’Australia nei primi anni duemila fece qualcosa di simile per lo skeleton femminile, selezionando le atlete che facevano registrare i tempi più bassi nello sprint iniziale in slitta (un fondamentale ritenuto fondamentale in questo sport). Abbot nota però che a differenza di ciò che accade negli sport appena citati, nel calcio gli scout non possono basarsi solo sulle caratteristiche fisiche per prevedere chi diventerà un campione. L’autore a tal proposito cita Mark Williams, curatore del libro Science and soccer e presidente del dipartimento di Salute, kinesiologia e tempo libero dell’Università dello Utah, che ha messo in evidenza come il più forte calciatore al mondo, Messi, sia in realtà “un atleta discreto, ma non un super-atleta. Forse quello che lo distingue è il fatto che ha passato tutte quelle ore ad allenarsi, all’inizio, in mezzo alla strada, sviluppando così le competenze tecniche fondamentali per progredire”.

Abbot continua citando dunque delle ricerche effettuate per comprendere al meglio il peso della tecnica individuale sulla potenziale carriera di un giovane calciatore, arrivando più o meno alle stesse conclusioni maturate nell’ambito delle ricerche sul potenziale fisico: anche una buona tecnica è importante per divenire un calciatore, ma sarebbe un errore ritenerla fondamentale. A tal proposito cita un grande studio pubblicato nel 2016  da parte di ricercatori tedeschi che hanno esaminato i risultati di 20.000 ragazzi under 12 tedeschi selezionati dalla Federazione in cinque diverse tipologie di test fisici e tecnici. I test misuravano la velocità, l’agilità, i dribbling, i passaggi e i tiri in porta. Ebbene, i ragazzi che in questi test avevano riportato i risultati migliori (erano al novantanovesimo percentile) avevano avuto poi in futuro solo il 6% di possibilità di far parte della squadra primavera tedesca. I ricercatori, sconsolati, hanno scritto nelle conclusioni della ricerca che ciò “rende il compito di cercare i futuri membri della nazionale simile a quello di cercare un ago nel pagliaio”.

Una foto scattata durante uno dei provini del progetto Football Dreams


Ma se né le caratteristiche fisiche né quelle tecniche sono in grado di prevedere la futura riuscita di un ragazzo nel mondo del calcio, allora cosa può prevederlo? Abbot estende i suoi studi a delle ricerche su fattori psicologici come l’intelligenza tattica e la personalità. Passa quindi in rassegna ricerche sui movimenti dei bulbi oculari dei calciatori, sulla loro capacità di mantenere l’attenzione, fino addirittura a test di scienziati scandinavi che hanno misurato le capacità di problem solving, pianificazione, multitasking e flessibilità cognitiva dei giovani calciatori. Test che non prevedevano l’utilizzo della palla bensì di matita e foglio, esattamente come nelle aule scolastiche!

Anche questi test, sebbene Abbot li definisca “promettenti”, non riescono però a spiegare con certezza perché un ragazzo diventi un campione e un suo coetaneo con caratteristiche fisiche, tecniche e mentali simili non ci riesca. Manca all’appello la misurazione della personalità dei ragazzi ma arriva anche il momento di interrogarsi su quanto sia fattibile sottoporre dei ragazzi a tale quantità di test prima di procedere a una selezione, soprattutto se come abbiamo visto la scienza ancora non è riuscita a stabilire dei “parametri minimi” che definiscano un potenziale campione.

Va considerato che nel 2007 Josip Colomer organizzò più di cento viaggi in tre diversi paesi africani, sottoponendo a provini più di 400.000 tredicenni. Il suo obiettivo dichiarato era quello di scovare il nuovo Messi. Il tempo dedicato a ciascun ragazzo è stato pari a venticinque minuti, nei quali si svolgeva una semplice partitina. Al termine dei venticinque minuti Colomer indicava i ragazzi a suo avviso più adatti a procedere nelle future selezioni. In un tale contesto (si pensi che Colomer dovette assistere a partite giocate nel fango o in veri e propri acquitrini) risulta difficile ipotizzare l’utilizzo di test tanto sofisticati. Colomer allora si basò sull’intuito e sulla sua “conoscenza del calcio”, una conoscenza peraltro certificata dalla sua passata posizione di direttore sportivo del settore giovanile del Barcellona, eppure non bastò.

Siamo arrivati al punto dell’articolo in cui è necessario rivelare che il progetto Football Dreams, oltre ad essere forse il più grande progetto di scouting calcistico a livello mondiale, è stato anche, almeno finora, il più grande progetto di scouting fallito per cifre impiegate e risultati ottenuti.

Limiti culturali

Ciò che lascia scioccato Abbot non è solo il fatto che un’operazione gigantesca come Football Dreams finora non sia riuscita a “scovare” e “costruire” nemmeno un campione o presunto tale. Ciò che veramente lo perplime è che l’intera operazione sia riuscita a sfornare fino a questo momento soltanto due calciatori di livello mediocre. Diawandou Diagne è approdato al Barcellona B dopo delle buone stagioni nel KAS Eupen, e però dopo soli due anni è tornato a giocare per una delle squadre di Aspire (in India). L’altro calciatore di mediocre fattura è Henri Onyekuru (valore di mercato: 6 milioni di euro secondo Transfermarkt), attualmente al Monaco dopo essere passato per Everton, Anderlecht e Galatasaray. Per il resto, i calciatori di Football Dreams sono rimasti a giocare soprattutto in Africa.

Guardando la perizia con la quale Abbot ha studiato e riportato nel suo libro le numerose ricerche relative alle teorie scientifiche dello scouting, viene da pensare (va detto che non lo scrive esplicitamente) che egli attribuisca la mancata riuscita del progetto principalmente a questioni di metodo, senza prendere minimamente in considerazione l’aspetto culturale dell’intera vicenda. Ciò che infatti non riescono a cogliere né le numerose ricerche citate da Abbot né gli ideatori di Football Dreams, è che il saper giocare a calcio non si esaurisce nella riuscita di un gesto tecnico o di una prestazione fisica. Giocare a calcio è un fatto culturale, giocare a calcio è un mestiere, è ciò che Gianni Brera provò a insegnare ai giovani ragazzi nel suo piccolo grande manuale intitolato appunto “Il mestiere del calciatore”. Se dobbiamo trovare un difetto al libro di Abbot è che in esso i presupposti culturali del progetto Football Dreams non vengano analizzati con la profondità dovuta.

La copertina de “Il mestiere del calciatore”, di Gianni Brera


La parola mestiere deriva dal latino “ministerium”. Significa servigio, ufficio. Per l’enciclopedia Treccani è “ogni attività, di carattere prevalentemente manuale e appresa, in genere, con la pratica e il tirocinio, che si esercita quotidianamente a scopo di guadagno”. Il concetto di mestiere racchiude in sé quello di apprendimento, sempre. Solo apprendendo “un mestiere” si diventa “del mestiere”, solo uno “del mestiere” può insegnare qualcosa a un allievo. Per via del suo significato di “ufficio” inoltre è impossibile slegare il concetto di mestiere dalla collettività per la quale questo ufficio viene perorato. Se esiste un “mestiere del calciatore”, come dice Brera, è sottinteso che nei diversi paesi del mondo ci siano concezioni dell’essere calciatore che variano, a seconda della cultura locale.

Ciò che balza agli occhi leggendo Fuori casa è la pretesa dei fautori dell’operazione Football Dreams di sradicare dei ragazzi dai propri contesti culturali e posizionarli in una bolla lussureggiante nella quale non è mai esistita una cultura calcistica, aspettandosi ciononostante che in qualche modo i ragazzi apprendessero l’arte del giocare a calcio senza il supporto di un impianto culturale adatto a mostrare ai giovani cosa questa arte fosse. Certo, c’erano allenatori europei a guidare i giovani, ma non è possibile immaginare che il solo essere allenati da un allenatore europeo equivalga a crescere in un ambiente impregnato di cultura calcistica.

Nel meraviglioso libro di Jorge Valdano Il sogno di Futbolandia c’è un passaggio che spiega perfettamente il concetto appena espresso. Valdano, ex-nazionale argentino, ex-allenatore ed ex-direttore sportivo del Real Madrid, racconta la modalità “religiosa” di avvicinarsi alle partite delle squadre italiane, in particolare il viaggio in pullman per arrivare allo stadio. Viene descritto come un viaggio “mistico”, nel quale le squadre italiane mantengono un rigoroso silenzio, quasi si trattasse di “una veglia funebre”. I calciatori italiani apprendono fin da piccoli un tale modo di approcciare la partita, mentre non è lo stesso per i sudamericani, che solitamente in pullman amano ridere e cantare. Discorso ancora diverso per gli africani, per i quali i canti nel pullman assumono il valore di un rituale… Insomma alle diverse culture calcistiche corrispondono diversi modi di essere calciatori.

Un altro esempio di quanto una cultura calcistica possa influenzare la crescita di un calciatore è ravvisabile nelle parole scambiate tra gli ex-nazionali italiani Alessandro Nesta e Fabio Cannavaro nel corso di una diretta Instagram di questo aprile. Nesta ha ricordato quanto fosse stato difficile per lui conquistarsi un posto al Milan:

Su come stare al Milan ci sarebbe da fare una serie su Netflix, così si può capire cosa significa meritarsi una società del genere, anche per giocatori importanti come siamo stati noi.

Come si può apprendere lo “stare al Milan” di cui parla Nesta? È chiaro che il giocatore abbia percepito in maniera nitida la presenza di una “cultura milanista”, l’abbia appresa e grazie a ciò sia riuscito a restare in squadra per anni, migliorando al contempo come calciatore.

L’avveniristica Aspire Academy a Doha


Cosa avrebbero dovuto apprendere i ragazzi di Football Dreams nella bolla qatariota? Per quale motivo sarebbero dovuti divenire campioni? Solo per via delle proprie caratteristiche fisico-tecniche?

Abbot coglie la differenza tra potenzialità fisico-tecniche e nascita di una stella quando in un punto del libro scrive del perché Lionel Messi non dovrebbe essere considerato solamente un “talento naturale”:

Questa narrazione maschera i fattori alla base del successo dell’argentino. Quanti tredicenni hanno la forza mentale ed emotiva per farcela malgrado il trasferimento in un Paese straniero in così giovane età e sapendo che questa divisione ha diviso la loro famiglia? Messi ha dovuto affrontare il ritorno della madre in Argentina con la sorella minore, mentre lui è rimasto a Barcellona con il padre. Ha dovuto anche decidere ogni sera su quale delle sue gambe ossute iniettarsi l’ormone necessario per farlo crescere. Malgrado queste sfide, Messi ha perseverato.
(da “Fuori Casa”, di Sebastian Abbot)

Ma anche questa è una visione parziale. Ancora una volta Abbot non considera il ruolo del fattore culturale nella nascita di un campione. Non è giusto spiegare l’ascesa di Lionel Messi solo come un portato del suo corredo genetico, come non è giusto limitarsi a elogiare la sua grande motivazione senza riconoscere che probabilmente se l’aereo preso dall’argentino in tenera età fosse atterrato a Glasgow anziché a Barcellona, Messi non sarebbe mai divenuto ciò che è oggi.

Cosa sarebbe accaduto a un ragazzo gracile e con problemi di crescita come Messi nel settore giovanile di una squadra scozzese? E in quello di una squadra irlandese? È divenuto famoso il suo provino andato fortunatamente male a Como… Cosa sarebbe successo al piccolo Messi se fosse finito nel settore giovanile di una squadra italiana? Il Como avrebbe riposto in lui la stessa fiducia riposta dal Barcellona? Gli avrebbe pagato le cure? Avrebbe avuto una cultura calcistica tale da ritenere potenzialmente eccellente anche quel bambino con evidenti problematiche fisiche?

La realtà è che Lionel Messi è il prodotto di un incontro miracoloso, come tutti i grandi campioni. L’incontro tra caratteristiche genetiche uniche al mondo, una forza di volontà unica al mondo e una scuola calcistica unica al mondo, perfetta per formare e poi cogliere il frutto della sua maturazione.

Xu Jiayin, il presidente del Guangzhou Evergrande, ha ammesso di aver dato mandato ai suoi scout di cercare in tutta la Cina i talenti del futuro. Per sua stessa ammissione anche questa mastodontica ricerca, proprio come quella dei qatarioti, non è andata a buon fine. In un bellissimo articolo comparso sulla rivista La Ricerca un giornalista italiano si è interrogato sui motivi per cui “i cinesi non sanno giocare a calcio”, chiedendosi:

Nascerà mai in Cina un tale talento (a livello di Messi, ndr)? E se nascesse, riuscirebbe a esprimere questo talento in un ambiente formativo e culturale non propriamente adatto al calcio?

Il punto è che anche in Cina, come nel Qatar, è sempre mancata una cultura calcistica. Ciò che deve mettere in allarme l’intero mondo dello sport è che un progetto gigantesco come Football dreams abbia negato completamente la possibilità che molti dei saperi legati al gioco del calcio siano trasmissibili solo tramite l’insegnamento di una scuola calcistica. Gianni Brera, con la sua grande considerazione della scuola difensiva italiana, avrebbe avuto sicuramente da ridire.

L’eredità di Football Dreams

Non si deve commettere l’errore di ritenere i fatti di Football Dreams come estranei al nostro calcio. Il fatto che sul progetto siano stati investiti più di cento milioni manifesta due convinzioni diffuse non solo in Qatar: primo, che il sapere calcistico sia trasmissibile anche senza che esista una scuola di insegnamento. Secondo, che le qualità necessarie affinché un ragazzo possa essere ritenuto adatto al mestiere del calciatore siano identificabili nel corso di un provino di venticinque minuti.
Quanti settori giovanili fanno affidamento anche in Italia su provini simili? Quanti club scelgono i ragazzi principalmente per le proprie caratteristiche fisiche?

Il fenomeno dell’età relativa è la prova che anche i settori giovanili europei stiano agendo in maniera sempre più folle. Cosa significa “età relativa”? Partendo dalla considerazione che i tempi dello sviluppo fisico di un bambino possono essere molto più lenti (fino a 3 anni) della media o molto più veloci (ancora fino a tre anni), nelle squadre under 12 non è insolito trovare bambini già strutturati e bambini con un’età “visibile” minore, nonostante essi siano dello stesso anno di nascita. Gli osservatori valutano i bambini confrontandoli con quelli nati nel loro stesso anno, ed è scientificamente dimostrato che tendano a selezionare i bambini che al momento della selezione erano più “pronti” fisicamente. Come è stato possibile dimostrare questa tendenza di scelta? Con una ricerca semplice e allo stesso tempo geniale: è bastato osservare il mese di nascita dei calciatori professionisti. Abbot cita infatti diverse ricerche che hanno rilevato come circa il sessanta per cento dei calciatori professionisti inglesi siano solitamente nati solo nei primi tre mesi del loro anno di nascita. Ciò prova la tendenza dei settori giovanili inglesi a scegliere i bambini a seconda della loro prontezza fisica, perché è chiaro che i bambini nati nei primi tre mesi dell’anno abbiano, soprattutto nei primi anni di scuola calcio, un vantaggio fisico su quelli nati nei mesi seguenti. La concentrazione nei primi tre mesi delle nascite del sessanta per cento (!) dei calciatori professionisti inglesi non è spiegabile in altro modo.

Leggere Fuori casa di Sebastian Abbot è necessario per non sottovalutare i rischi che sta già correndo anche il calcio europeo. Il progetto Football Dreams va inteso solo come una delle possibili manifestazioni di ciò che gli ingenti capitali esteri sbarcati nel nostro calcio, senza il supporto di una cultura calcistica, potrebbero fare al nostro gioco preferito.

L’eredità più importante che questa gigantesca “caccia al talento” ci ha lasciato finora è il suo clamoroso fallimento.


 

Giornalista, poeta e comunicatore d'arte. Iscritto all'albo pubblicisti della regione Lazio. Attivo nella scena del poetry slam romano, è fondatore del collettivo di poesia WOW, col quale ha organizzato innumerevoli eventi legati alla poesia a Roma.