Interventi a gamba tesa

Andy e Trent: gemelli diversi in una band heavy metal


Andy Robertson ha entusiasmato il pubblico di Anfield a suon di percussioni e progressioni in profondità. Trent Alexander Arnold l’ha meravigliato pennellando sul terreno di gioco parabole e traiettorie con la precisione di un orologio svizzero. Il primo sarà presto protagonista di un libro, mentre al secondo è già stato dedicato un gigantesco murale. Entrambi hanno conquistato i tifosi del Liverpool. Sportellate ha cercato di fornire una spiegazione razionale ai numeri – decisamente irrazionali – che i due hanno fatto registrare nell’ultima stagione.


Dopo trent’anni, il Liverpool è tornato ad aggiudicarsi il titolo di campione d’Inghilterra. La squadra di Jurgen Klopp ha conquistato la sua prima Premier League con largo anticipo – ben 7 giornate prima della chiusura dei giochi (record assoluto) – ed il merito non è stato solo del prolifico trio d’attacco formato da Salah, Mané e Firmino.

Un ruolo di primo piano lo hanno ricoperto anche i due terzini britannici Andy Robertson e Trent Alexander Arnold.

Nel corso della scorsa stagione, infatti, i numeri registrati dai due full-back dei “reds” sono stati da capogiro. Cumulativamente parlando, considerando tutte le competizioni in cui sono stati impiegati, Andy e Trent hanno messo a referto 7 reti e 27 assist.

Quasi un terzo dei gol realizzati dal Liverpool (112, per la cronaca) sono, dunque, passati direttamente dai loro piedi. Si tratta di cifre davvero incredibili, oltretutto se si pensa che, appena 3 stagioni fa, entrambi erano ben lontani dalla ribalta offerta dai palcoscenici internazionali. Cifre che in apparenza sembrano quasi inspiegabili, ma che, mettendo sotto la lente d’ingrandimento il modo di giocare della squadra di Klopp, trovano piena giustificazione.

Partiamo esaminando la costruzione del gioco dal basso dei “reds”. Gli uomini del club di casa ad “Anfield” si dispongono quasi sempre a 1-4-3-3, mentre piuttosto raramente a 1-4-2-3-1. Generalmente, Alisson prende il posto tra i pali e la difesa a quattro si compone, a partire dal lato destro del campo, di Alexander Arnold, Matip, Van Dijk e Robertson (Fig.A.). Di norma, la palla viene giocata bassa e, nel caso in cui gli avversari pressino alti i due centrali difensivi, Fabinho, il centrocampista centrale, si abbassa per offrire un’ulteriore linea di passaggio. Solitamente, tuttavia, il Liverpool gode di un’iniziale libertà d’azione e, a meno che non ci sia spazio per una verticalizzazione immediata, il pallone viene fatto girare in direzione di uno dei due terzini, rimasti indietro per offrire supporto.

Fig. A: la tipica formazione del Liverpool.

Quando viene servito Robertson, il resto della squadra si sposta in maniera compatta sul lato sinistro del campo, sovraccaricando la zona e isolando sul lato opposto Alexander Arnold e Salah, l’attaccante esterno destro. È in questa situazione che si individua una prima particolarità nell’azione dei due terzini. Trent fa due diversi movimenti, a seconda del caso: si smarca a supporto del compagno, abbassandosi largo in fascia, oppure taglia al centro, attirando le attenzioni del marcatore più vicino, in genere l’ala avversaria (Fig.B.).

Fig. B: il taglio al centro di Trent, unito al contemporaneo tentativo di smarcamento verso il lato destro del campo di Firmino o Henderson, serve a mettere scompiglio nella difesa avversaria. In genere, in questa situazione Robertson serve Van Dijk e quest’ultimo verticalizza lungo verso il lato opposto del campo, nella zona coperta dal difensore esterno sinistro, ormai rimasto in inferiorità numerica.

I due terzini agiscono, dunque, non solo tenendo in considerazione i movimenti dei compagni più vicini, ma in modo coordinato tra loro, in simbiosi, quasi fossero due gemelli, e anche le statistiche sembrano suggerire una loro forte somiglianza, molto più forte di quella lasciata intendere dai loro volti e dal loro modo di giocare. In realtà, Andy e Trent non differiscono solo in aspetto, anche la loro storia è molto diversa.

Già nel 2015, Steven Gerrard prevede per Alexander Arnold un futuro radioso e di certo non commette un errore. Trent è un predestinato; è l’enfant prodige; è il ragazzino talentuoso che con determinazione, forza di volontà e spirito di sacrificio, rimanendo coi piedi ben saldi a terra, emerge dall’accademia locale riuscendo a coronare il sogno cullato sin da bambino.

In foto, Alexander Arnold ritratto di fronte al murale dedicatogli.


Andy, invece, è il perfetto esempio di come la fortuna tenda a dare una mano agli audaci e meritevoli. Cresce nelle giovanili del Celtic Glasgow, ma all’età di 15 anni, ad un solo anno dalla possibilità di firmare il primo contratto professionistico, viene rilasciato: non è abbastanza alto ed è troppo gracile, dicono. È una vera e propria doccia fredda; un giudizio trancia gambe, soprattutto per un ragazzino tifosissimo dei bianco-verdi, determinatissimo a vestire, un giorno, la casacca dei “Bhoys”: <mi fece malissimo. Mamma mi vide versare più di qualche lacrima. Ricordo che per risollevarmi andò a prendere il curry dal mio take-away preferito – pensate la semplicità di questo ragazzo ndr. – Non riuscii nemmeno a mangiarlo tutto. Fu così che lei capì tutta la sofferenza che stavo provando>.

In questi casi è facile perdersi d’animo, rassegnarsi, abbandonare tutto. Andy, però, decide di rimboccarsi le maniche: non molla e continua nel settore giovanile del Queens Park, club di Glasgow dal lontano passato glorioso, finito da tempo nel calcio dilettantistico. Qui, i primi fortunati incontri: David McCallum, a capo del settore giovanile, e Andy McGlennan, il direttore tecnico, lo persuadono a cambiare ruolo (Andy aveva iniziato in attacco e, col tempo, era stato spostato a centrocampo, ma mai aveva giocato terzino sinistro). Non solo, quest’ultimo gli procura anche un lavoro nella biglietteria di “Hampden Park”, lo stadio del club (adesso di proprietà dalla federazione calcio scozzese).

Quel piccolo stipendio, considerato altrimenti l’esiguo rimborso spese offerto dal Queens Park ai propri calciatori, permette a “Robbo” di prendersi un grosso rischio: rinunciare all’istruzione universitaria per continuare a rincorrere il sogno di sfondare tra i professionisti. È una scommessa che la famiglia gli consente di prendersi anche quando sembra impossibile vincerla. Una scommessa rischiosa, ma dall’alta posta in palio. È una scommessa vinta.

Andy entra in prima squadra, sforna ottime prestazioni e, complice la presenza in quel campionato dei Rangers Glasgow, viene notato. La stagione successiva, quella 2013-2014, passa così al Dundee United. È un salto bello grosso, dato che tra la scottish third division, quarta serie scozzese, e la premiership, l’equivalente scozzese della nostra serie A, ci sono ben tre categorie di dislivello, ma Andy non ci mette molto ad adattarsi.

In foto, Andy Robertson in azione con la maglia del Dundee United.


A dicembre il Dundee fa visita al Kilmarnock e “Robbo” è già titolare. Al “Rugby Park”, tra gli spettatori siede anche il capo-scout dell’Hull City, Stan Ternent, il classico osservatore vecchio stampo, quello che spende la propria esistenza sulla strada, diretto ai campi ed ai campetti di tutto lo stato. Stan si è fatto quel viaggio a nord per osservare una folta pattuglia di giovani interessanti. Sul suo taccuino ci sono Ryan Gauld, Gary Mackay-Steven e Stuart Armstrong. Andy non c’è, ma ci finisce immediatamente, perché Ternent ne rimane davvero impressionato.

Qualche tempo dopo, il Dundee affronta l’Hibernian, e Stan si reca nuovamente allo stadio per rivedere “Robbo” all’opera. Al termine della prima frazione di gioco, però, lascia gli spalti e chiama il manager dell’Hull City, Steve Bruce: <dobbiamo mettere sotto contratto questo ragazzo>.

<Sei sicuro?>.

<Al 100%>.

In foto, un felice Andy Robertson ai tempi dell’Hull City. @Getty images.

<Non ho bisogno di osservare i calciatori obiettivo molte volte. L’istinto mi dice velocemente se sono all’altezza> – ha dichiarato Ternent alla BBC.

<Sono stato fortunato, stavo guardando Stuart Armstrong […], ma [Andy] era una sicurezza. Aveva un passato nel Celtic ed era sempre stato un ragazzo molto determinato, cosa testimoniata dal modo in cui aveva superato diverse difficoltà. Si vedeva che aveva talento e che poteva solo che migliorare>.

Andy ha ereditato la forza di volontà, lo spirito di sacrificio e la capacità di non abbattersi mai dal padre, ne è sicuro Jim Duffy, ex difensore che favorevolmente impressionò proprio a Dundee. Jim dominava il gioco nei campetti delle “barracks”, un distretto di Glasgow abitato dalla working class scozzese, e ricorda bene Brian Robertson (“Pop” per gli amici). Brian era stato vittima di un grave infortunio in tenera età, ma nel quartiere si era guadagnato la fama di tenace centravanti d’area di rigore: non si perdeva nemmeno una partita e mai evitava di cercare il contrasto, nonostante potesse giocare a calcio esclusivamente con la protezione di un lungo tutore metallico, necessario a proteggerlo da ulteriori infortuni alla spina dorsale.

In foto, un verde giardino nel cuore delle “Barracks“. @BBC.


Andy, come il padre, si impegna sempre al massimo e non si arrende mai. C’è qualcosa nel suo DNA che lo porta a raggiungere il limite e che gli permette di manifestare pienamente tutto il suo potenziale. Dopo la parentesi triennale all’Hull, questa sua caratteristica, nel 2017, l’ha fatto approdare a Melwood e gli ha concesso, dopo qualche mese di difficile ambientamento, la possibilità di guadagnarsi il posto tra i titolarissimi di Klopp.

Tuttavia, dietro ai fantastici numeri fatti registrare da Robertson nelle ultime due stagioni (ma anche dietro alle favolose statistiche di Alexander-Arnold) c’è molto altro. Innanzitutto, c’è il modo di giocare del Liverpool. I “reds” praticano un calcio “heavy metal”, votato alla spettacolarità ed incentrato sulle verticalizzazioni rapide, sul gegenpressing aggressivo, sui ribaltamenti di lato e sul continuo coinvolgimento dei terzini nella costruzione dell’azione offensiva. Inoltre, i due full-back beneficiano dell’organizzazione di gioco data dall’allenatore tedesco: nel Liverpool tutto è prestabilito e nessun movimento è lasciato al caso.

Ad esempio, quando nelle fasi iniziali della costruzione del gioco la palla finisce a Trent, l’intera squadra sovraccarica la zona destra del campo, mentre il solo Robertson si isola e si allarga in fascia per ricevere la palla dal compagno (Fig. C). È uno schema di gioco che il Liverpool applica anche all’inverso, ma in frequenza minore, e se il ribaltamento di lato va a buon fine (e questo accade spesso, dato che Trent ha perfezionato il gesto tecnico) Andy si ritrova di fronte un vero e proprio corridoio, una prateria da solcare fino in profondità, per poi finalizzare l’azione con un cross od un traversone basso.

Fig. C: quando Alexander Arnold è in possesso di palla sulla fascia destra, i giocatori del Liverpool si spostano sul lato destro del campo, sovraccaricandolo ed isolando Andy Robertson sulla fascia opposta. In questo modo, se Trent riesce a servirlo con un rapido ribaltamento di lato, Andy si trova un ampio corridoio da poter attaccare.

Un’altra tipica situazione favorevole per i due terzini si verifica quando i due esterni offensivi dei “reds” attaccano la profondità alle spalle dei full-back avversari. I due interni di centrocampo Wijnaldum ed Henderson, in contemporanea, si smarcano in fascia per confondere il marcatore e dare la possibilità ad Andy ed a Trent di servire con una verticalizzazione rapida Mané o Salah, fornendo ai primi, allo stesso tempo, una comoda alternativa linea di passaggio (Fig. D).

Fig. D: per generare confusione nella difesa avversaria, in particolare per confondere terzino e centrocampista interno opposti, quando Robertson è in possesso del pallone, Wijnaldum si smarca in fascia e Firmino si getta nello spazio precedentemente occupato dal compagno; contemporaneamente, Mané attacca la profondità. Se il terzino prova a uscire per contrastare l’interno dei “reds“, quest’ultimo può essere servito alle sue spalle. Altrimenti, Robertson serve Wijnaldum o Firmino, a seconda di chi abbia deciso di seguire l’interno di centrocampo avversario. Il medesimo schema viene riprodotto sulla corsia destra, quando in possesso palla c’è Alexander Arnold.

Proprio lo strapotere offensivo del tridente d’attacco, poi, consente a “Robbo” e ad Alexander Arnold di godere di una certa libertà nell’effettuare cross e traversoni bassi. Infatti, in fase di possesso, il trio sale e si accentra, attraendo a sé l’intera linea avversaria, e nonostante Salah, Mané e Firmino non siano particolarmente alti, la loro rapidità, la loro scelta di tempo e le loro indiscutibili doti tecniche rappresentano una minaccia per qualunque difesa, anche in situazioni di palla alta (Fig. E; Fig. F).

Fig. E: in fase di possesso palla, il trio offensivo del Liverpool attacca la profondità, trascinando con sé la difesa avversaria. In questo modo, i due full-back, sempre molto alti e larghi, hanno lo spazio ed il tempo necessari ad effettuare cross e traversoni.

Fig. E: quando il Liverpool è in svantaggio, oppure ha bisogno di segnare, per aumentare le possibilità di conversione dei traversoni, uno dei due interni di centrocampo (generalmente Wijnaldum) si inserisce nelle maglie difensive. Allo stesso tempo, per sfruttare i cross troppo lunghi, i rinvii e le ribattute della difesa avversaria, Robertson e Trent Alexander Arnold si spostano a ridosso del vertice dell’area di rigore.

<Se ascolto, dimentico. Se vedo, ricordo. Se faccio, imparo> – Confucio.
<Se non li alleni alla scelta, alleni te stesso> – Roberto De Zerbi.
<Tutto ciò che so l’ho appreso dall’esperienza> – Johan Cruyff.

C’è, infine, un ulteriore dettaglio da non trascurare. Un dettaglio per certi versi fondamentale (in fondo, agli alti livelli sono proprio i piccoli particolari a fare la differenza, no?). Nel Liverpool, dicevamo, tutto è prestabilito, nessun movimento è lasciato al caso e ogni giocatore riceve precise istruzioni. Sbagliare non è ammesso e non è giustificato, tuttavia è pur sempre contemplato, deve esserlo. Jurgen Klopp lascia ampia libertà d’azione ai suoi terzini e, pur non assolvendoli a priori in caso di errore, garantisce loro la possibilità di fallire.

Ecco, questo potrebbe essere il segreto che si nasconde dietro il repentino sviluppo e gli eccezionali numeri che hanno fatto registrare nell’ultimo biennio i due full-back dei “reds”. Andy e Trent giocano senza pressione e la consapevolezza di poter sbagliare infonde loro la fiducia e la tranquillità necessarie per poter sperimentare. I due terzini britannici non fanno altro che incarnare perfettamente il principio secondo il quale, in mancanza di libertà, non ci può essere spazio per la creatività.