Interventi a gamba tesa

Bruno Beatrice, storia di un calcio malato


Bruno Beatrice, giocatore simbolo della Fiorentina degli anni Settanta, ha subito un tragico destino a causa di pratiche mediche abominevoli e di un ambiente marcio.


Il sistema calcio italiano è naufragato moralmente diverse volte.

Quando, però, il discorso cade sulle cause di morte di diversi calciatori, si arriva all’apice dell’oscurantismo, della farsa ideologica.

Bruno Beatrice nasce a Milano il 5 marzo del 1948 e la sua è una storia di atroci sofferenze, condite da silenzi che tutt’ora persistono.

Una buona carriera, la sua: esordio in Serie A con la Ternana, stagione 1972-1973, poi Fiorentina e Cesena. Un più che apprezzabile centrocampista d’interdizione. Dal 1973 al 1976 veste la maglia viola: saranno i suoi anni migliori, sfiora l’azzurro e si impone come elemento affidabile per navigare nel marasma della provincia italiana.

Saranno gli anni che lo porteranno alla morte.

La Fiorentina degli anni Settanta rappresenta un caso particolare in materia decessi prematuri legati, probabilmente, a sostanze dopanti.

Giovanni Bertini, anni 68, viola nel 1975-1976, è morto nel 2016, affetto da SLA.

Nello Saltutti, militante nel club fiorentino dal ’72 al ’75, perito d’infarto nel 2003, all’età di 56 anni.

Ugo Ferrante, scomparso a 59 anni, nel 2004, per un tumore alle tonsille: una carriera intera con il club toscano, fedele al Giglio dal 1963 al 1972.  Non fu mai squalificato, giocando da difensore. 

Giuseppe Longoni, dal 1969 al 1973, morto nel 2006, a causa della vasculopatia.

Massimo Mattolini, portiere, a Firenze dal 1973 al 1976, afflitto da insufficienza renale, è morto nel, 2009, dopo anni di sofferenze.

Adriano Lombardi, non ha debuttato in prima squadra, ma ha giocato, a metà anni sessanta, nel settore giovanile. Deceduto nel 2007, a causa della SLA.

Giancarlo Galdiolo, in viola dal 1970 al 1980, è morto nel 2018: nel 2010, la famiglia aveva annunciato che l’ex difensore stava lottando con la demenza frontale temporale.

Marco Sforzi, il quale faceva parte delle giovanili, morì nel 2004. Linfoma.

Non abbiamo ancora finito. Passiamo a chi è ancora vivo, ma ha avuto problemi rilevanti.

Domenico Caso, tumore al fegato.

Giancarlo Antognoni, crisi cardiaca nel 2004.

Giancarlo De Sisti, ascesso frontale.

Come ribadito da Ferruccio Mazzola, in un’intervista all’Espresso, anno 2005.

A precisa domanda:

Ma era solo nell’Inter che ci si dopava in quegli anni?

Segue risposta.

“Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante  e Nello Saltutti . Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti…”.

Quelle parole fecero scoppiare una bomba mediatica con pochi precedenti. La procura di Firenze aprì le indagini per quanto riguardava la morte di Beatrice, poi archiviate nel 2009, causa prescrizione. Attualmente si naviga a vista, la famiglia attende risposte.

All’inizio del calvario

Nel 1976, le cose, per Bruno Beatrice, stanno cambiando in maniera irreparabile.

Soffre di pubalgia, non potrebbe giocare, invece Carlo Mazzone, il tecnico della Fiorentina, lo schiera molto spesso in campo. Bruno è provato, ma stringe i denti.

Nella primavera dello stesso anno, lui e la moglie, Gabriella, si recano dal professor Lamberto Perugia, il quale disse loro che un’ incisione avrebbe rimesso in sesto il giocatore, ma aggiunse che non se la sentiva di praticare un intervento simile. Troppo giovane per bruciarsi.

Allora riposo, impacchi, elettroterapia e massoterapia, nonché il ritorno al gioco solo una volta scomparsi i sintomi.

Niente da fare. Il professor Perugia poteva andare a farsi fottere. Bruno venne spedito a Villa Camerata, un ospedale nel fiorentino.

Lì comincia la scalata al Golgota.

Raggi Roentgen, flebo, micoren, cortex. 

Chiamava la moglie a casa e le diceva di stare tranquilla, tutto sarebbe andato bene. Durante la terapia, Bruno stava apparentemente bene. Quando giocava, il dolore scompariva.

La situazione precipita, umanamente, quando nel giugno dello stesso anno viene ceduto, senza alcun preavviso, al Cesena. Con Mazzone finisce male, lo scontro è duro.

Come rivelerà Gabriella ai microfoni di Nicola Calzaretta del Guerin Sportivo, dalla bocca del tecnico romano uscirono queste parole:

“Beatrice, tu con me sputerai sangue!”

Con il senno di poi, fa rabbrividire. Nel frattempo, la vita scorre.

Bruno si ritira nel 1984.

Il dolore

23 agosto 1985, Bruno non riesce a dormire, quindi va sul terrazzo e si accomoda. Il sonno arriva. Durante la notte, però, si scatena un nubifragio e la temperatura si abbassa. Gabriella non si è accorta dello spostamento. Lo vede al mattino: Bruno è grigio in volto, gli duole il braccio destro.

Nel giro di qualche giorno, il dolore aumenta, interessando anche l’altro braccio e le gambe. Tremava. Sul viso gli erano comparsi dei puntini rossi.

Un medico gli prescrive un antireumatico. Gabriella imparò a fargli le punture, ma la situazione peggiorava, con la febbre alta che affliggeva Bruno costantemente.

Gabriella vuole far sottoporre suo marito ad un tac.

Arrivano i risultati: la situazione è gravissima. Leucemia. 

Trascorreranno due anni di sofferenze lancinanti, fino al 16 dicembre 1987, giorno della morte di Bruno.

Riflessioni e domande

Cosa ha provocato la leucemia di Bruno Beatrice?

Perché tanti esponenti di quella Fiorentina e di quel calcio hanno avuto un triste epilogo?

Perché chi doveva pagare, alla fine, non è stato punito?

L’esito dei raggi Roentgen era già conosciuto da qualche anno, grazie al libro “Cavie umane. La sperimentazione sull’uomo.” Chi ha inflitto delle simili pene corporee e umane a Bruno Beatrice doveva essere a conoscenza di tutto questo. Molti degli interessati non ci sono più, Carlo Mazzone si è sempre dichiarato innocente, ma non ha mai avuto il coraggio di guardare in faccia Gabriella e i suoi figli.

Un calcio malato, oscuro. Spesso, per comodità, per pigrizia, oppure perché non riusciamo ad accettarlo, dipingiamo il passato del nostro football con i crismi dell’innocenza, della fedeltà alla maglia, della purezza, ma non è così.

C’è stato anche il doping. Ci sono stati anche morti.

Un pallone bucato.


 

Classe 1996, laureato in Lettere, semina pareri e metafore su un pallone che rotola, aspettando il grande momento.