Interventi a gamba tesa

Storia di passaporti e complottismo


Una ricostruzione neutrale della vicenda dei passaporti falsi che ad inizio 2000 scosse il calcio italiano e che ancora oggi fa gridare allo scandalo alcuni tifosi.


Spesso, leggendo i commenti sotto i post di svariate pagine sportive, si assiste ad una vera e propria gara di insulti tra tifosi di opposte fazioni.

Quando sono coinvolti i tifosi di Juventus ed Inter questo stucchevole e monotono scambio di offese sovente si sposta dal piano del calcio giocato e dei trofei conquistati a quello della giustizia sportiva e della moralità delle due compagini. Da un lato, il tifoso interista ha gioco facile nel citare lo scandalo di Calciopoli, culminato con la retrocessione della Juventus in Serie B, mentre, dall’altro, il tifoso juventino è solito ribattere con due diverse argomentazioni: in primo luogo, affibbiando al rivale l’appellativo di “prescritto” e, in secondo luogo, citando il fantomatico caso del “passaporto di Recoba” che, a detta del tifoso torinese, avrebbe dovuto determinare la retrocessione dei nerazzurri in serie B.

Se per quanto riguarda il soprannome “prescritto” la storia è abbastanza nota (si tratta di un filone della stessa Calciopoli, c.d. “Calciopoli bis”, che vedeva coinvolta la società nerazzurra: il Procuratore Federale Stefano Palazzi riteneva che vi fosse un illecito sportivo caratterizzato da “condotte finalizzate ad assicurare un vantaggio in classifica”, ma le accuse caddero per intervenuta prescrizione, appunto), le informazioni a disposizione dell’utente dall’insulto facile sono solitamente molto più frammentarie con riferimento al c.d. “scandalo dei passaporti falsi” di inizio millennio.

Innanzitutto, sgomberiamo il campo dalla madre di tutte le inesattezze che affliggono la questione: non è stato solamente il passaporto di Recoba ad essere risultato falso e l’Inter non è stata l’unica società coinvolta nello scandalo.

Ma procediamo con ordine.

Il 14 settembre 2000, durante una trasferta dell’allora Coppa UEFA, due giocatori dell’Udinese (Warley e Alberto) vennero fermati alla frontiera polacca perché i loro passaporti risultavano essere stati falsificati. Lo scandalo “Passaportopoli” si aprì così, in maniera del tutto casuale.

I brasiliani Warley e Alberto dell’Udinese.

Per la verità, erano mesi che nell’ambiente calcistico italiano rimbalzavano voci, più o meno verificate, sulla presunta scioltezza con la quale una serie di calciatori extracomunitari avevano ottenuto passaporti europei, tanto che nel dicembre del 1998 l’Associazione Italiana Calciatori, tramite il proprio segretario generale Silvano Maioli, aveva inviato una lettera alla Federcalcio chiedendo che venisse resa pubblica la lista, nonché le relative documentazioni, dei calciatori che avevano ottenuto il passaporto comunitario.

Si trattava, dunque, di una situazione ben nota agli addetti ai lavori che, però, è ascesa alla ribalta mediatica solamente dopo il citato episodio della frontiera polacca.

Nel settembre del 2000, infatti, la Procura di Udine, nello specifico il Pubblico Ministero Alessio Vernì, aprì un’inchiesta, alla quale si accodarono poi altre Procure italiane – tra le quali quelle di Genova e Torino – e si scoperchiò il vaso di Pandora.

Preliminarmente, è necessario ricordare che nel 1995 vi era stata una modifica radicale delle regole del calciomercato. La Corte di Giustizia delle Comunità Europee aveva emesso la storica sentenza “Bosman” che aveva sancito, oltre alla possibilità per tutti i calciatori di trasferirsi in un’altra squadra a costo zero al termine del proprio contratto, anche l’abolizione di qualsivoglia limitazione al tesseramento di calciatori muniti di passaporto comunitario. Per le società non vi era più alcuna vincolo numerico alla presenza in squadra di calciatori stranieri, purché gli stessi disponessero del passaporto della Comunità europea.

Jean-Marc Bosman, l’uomo che (in tribunale) ha rivoluzionato il calcio.

In Italia, ai sensi dell’art. 40, comma 7, N.O.I.F. (Norme Organizzative Interne Federali), permaneva un limite ben preciso per il tesseramento dei soli calciatori extracomunitari (5 per squadra) e uno ancor più rigido per la possibilità di inserirli nelle liste delle partite nazionali (3 per squadra). Il persistere del solo limite relativo al numero di calciatori privi di passaporto comunitario ebbe come diretta conseguenza quella di rendere estremamente più vantaggioso il tesseramento di calciatori muniti di tale documento, in modo da lasciare liberi i posti a disposizione per gli extracomunitari e, dunque, garantire maggiore libertà di manovra in sede di calciomercato.

Pertanto, le società calcistiche, al fine di tentare di aggirare questi rigidi paletti, si misero al lavoro per ricercare antenati europei che permettessero ai calciatori extracomunitari, nella stragrande maggioranza sudamericani, di ottenere il prezioso passaporto comunitario.

Ed è qui che si innesta il lavoro di numerosi procuratori, intermediari e faccendieri che in quegli anni si dannavano l’anima per tentare di scovare un trisnonno italiano o una bisnonna spagnola ai giovani argentini, brasiliani e uruguaiani corteggiati dai club europei. È il segreto di Pulcinella: una pletora di soggetti non meglio identificati, a cavallo tra gli anni 90 e il 2000, si adoperava alacremente in tal senso.

A questo proposito risulta certamente esemplificativo il caso di Alvaro Recoba, tanto “caro” ai tifosi bianconeri.

Nell’estate del 1999 l’uruguagio è reduce da una brillante stagione con il Venezia: in Laguna ha mostrato tutto il suo talento con una stagione sfavillante, condita da 10 gol in campionato, e l’Inter è intenzionata a riportarlo a casa dopo il prestito. Il problema è che i cinque posti per i calciatori extracomunitari a disposizione dei nerazzurri sono già occupati da Simic, Jugovic, Ronaldo, Cordoba e Mutu.

A questo punto – si tratta di circostanze confermate sia dai diretti interessati sia dalla giustizia ordinaria – la società nerazzurra, tramite l’allora dirigente Lele Oriali, si rivolge a Franco Baldini, consulente di mercato della Roma, che indica un suo osservatore per il Sud America, tale Barend Krausz von Praag, quale uomo giusto per garantire al Chino Recoba un passaporto comunitario.

E così in effetti sarà: il 12 settembre 1999, a poco più di due mesi dal suo ritorno a Milano, Recoba ottiene l’agognato passaporto comunitario e, di conseguenza, anche un posto nella rosa nerazzurra.

Tale passaporto, come ben noto, verrà poi ritenuto falso dalla giustizia ordinaria italiana: nel 2006, avanti al GIP del Tribunale di Udine, sia Recoba sia Oriali hanno patteggiato una pena di 6 mesi di reclusione ciascuno (sostituita con una multa di 21.420 Euro) per i reati di falso e di ricettazione (quest’ultimo reato fu contestato in relazione alla patente di Recoba, che si scoprì provenire da un gruppo di documenti rubati negli uffici della motorizzazione di Latina).

Non si hanno notizie certe in merito concrete modalità con quali venne ottenuto il passaporto falso, ma sulla mitologica figura dell’intermediario Von Praag si possono reperire tutti i tipi di informazioni: c’è chi lo definisce un losco faccendiere esotico e chi un geniale scopritore di talenti, manager di Passarella e Ramon Diaz e consulente di mercato del River Plate; tuttavia, compiendo una banale ricerca on line l’unica certezza che si ottiene è il fatto che nel 2013 sia stato indagato dalla Procura di Firenze per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione nell’ambito di un presunto giro di escort e calciatori.

Ma, al di là dei soggetti coinvolti, il caso di Recoba è esemplificativo del modus operandi “poco attento” di dirigenti, calciatori e procuratori sportivi, più interessati ad ottenere un vantaggio personale, o per la propria società, piuttosto che ad osservare in maniera rigida e scrupolosa le norme sui tesseramenti.

Come anticipato, infatti, quello di Recoba non era affatto un caso isolato e le indagini partite dai giocatori dell’Udinese fermati in Polonia travolsero letteralmente il calcio italiano (e non solo, visto che poi inchieste speculari furono aperte anche in altri Paesi europei, ad esempio in Spagna e Francia), mostrando come quello di “chiudere un occhio” sulla veridicità e provenienza dei documenti dei calciatori fosse un malcostume estremamente diffuso.

Addirittura alcuni, si pensi ad Adriano Galliani con riferimento alla posizione di Nelson Dida, una volta scoppiato il “caso passaporti” si presentarono spontaneamente in Questura perché non disponevano di informazioni certe e verificate sulla provenienza dei documenti in loro possesso. Il dirigente milanista, infatti, accortosi che la firma sul passaporto portoghese del portiere era stata apposta dal medesimo funzionario lusitano che aveva vidimato anche il passaporto del brasiliano Warley dell’Udinese, aveva chiesto direttamente alla Questura di Milano di verificarne l’eventuale falsità.

Più o meno la faccia di Galliani quando vide il passaporto di Nelson Dida.

Falsità che verrà poi confermata dalla giustizia ordinaria italiana, con la quale il portiere brasiliano patteggiò una pena di sette mesi di reclusione con condizionale.

Il primo filone di indagini (negli anni successivi ne seguiranno ulteriori) si concluse verso la metà del 2001 e risultarono coinvolte ben sei società di Serie A (Inter, Lazio, Milan, Roma, Udinese e Vicenza) e una di Serie B (Sampdoria), alcuni dirigenti, procuratori e, soprattutto, 14 giocatori: Alberto, Alejandro da Silva, Jorghino e Warley dell’Udinese; Recoba dell’Inter; Dida del Milan; Gustavo Bartelt e Fabio Junior della Roma; Thomas Job, Jean Ondoa e Zé Francis della Sampdoria, Jeda e Dedé del Vicenza, oltre a Juan Sebastian Veròn della Lazio (lui fu scagionato dalle accuse, ma non la società).

Nel giugno del 2001 prese il via processo davanti alla giustizia sportiva italiana, che si concluse dopo circa un mese con pesanti ammende alle società (3 miliardi di lire all’Udinese, 2 ad Inter e Lazio, 1,5 alla Roma e alla Sampdoria, 1 a Milan e Vicenza) e squalifiche da un anno a 6 mesi per calciatori e dirigenti coinvolti (un anno per Oriali e Recoba, ma la squalifica del Chino fu poi ridotta dalla Camera di Conciliazione del C.O.N.I. a soli quattro mesi, la metà dei quali scontati durante la pausa estiva).

Si è trattato, dunque, di condanne tutto sommato miti.

Ma il tema delle condanne comminate dalle giustizia sportiva a calciatori e società è forse l’aspetto più interessante della vicenda, certamente quello da cui nascono le odierne dietrologie.

Infatti, sulla base delle norme in vigore al momento dell’apertura delle indagini, le squadre rischiavano di essere sanzionate pesantemente, anche con corpose penalizzazioni in classifica. Ciò, in quanto la versione all’epoca vigente dell’art. 40, comma 7 delle N.O.I.F. prevedeva espressamente che potessero essere utilizzati nelle gare ufficiali in ambito nazionale solamente 3 dei calciatori tesserati provenienti da paesi extracomunitari. La violazione di tale disposizione poteva astrattamente configurare un illecito sportivo.

Dunque, se si fosse accertato che le società coinvolte avevano consapevolmente violato l’art. 40, comma 7, delle N.O.I.F. o avevano consentito che altri lo violassero nel loro interesse o, più semplicemente, avevano una responsabilità oggettiva nella vicenda dei passaporti falsi, tali condotte avrebbero potuto integrare un illecito sportivo, il quale poteva essere punito con un ampio ventaglio di sanzioni – graduato sulla base di alcuni indici: gravità della violazione, reiterazione nel tempo delle violazioni, ecc. – tra le quali rientrava la possibilità di comminare rilevanti penalizzazioni in classifica e persino la retrocessione a tavolino.

Tuttavia, ad aprile del 2001, le società coinvolte nelle indagini e diversi loro calciatori extracomunitari, molti dei quali non coinvolti nello scandalo (come Boban, Kaladze, Cordoba, Simic, Salas, Crespo) decisero di proporre ricorso avanti alla Corte Federale della Federazione Italiana Gioco Calcio chiedendo “che fosse dichiarata ed accertata l’illegittimità dell’art. 40, 7° comma, delle norme organizzative interne federali (N.O.I.F.), e che, conseguentemente, la disposizione venisse annullata ai sensi dell’art. 32, 6° comma, dello statuto federale”.

Rappresentati da alcuni tra i più conosciuti avvocati italiani, tra i quali Franco Coppi e Giulia Bongiorno, i ricorrenti sostenevano che la citata disposizione introduceva illegittime discriminazioni tra calciatori comunitari e calciatori extracomunitari, con una grave lesione del proprio diritto ad accedere ad un lavoro liberamente scelto in condizione di parità con altri e che la norma si poneva in contrasto sia con le disposizioni dello Statuto della F.I.G.C., sia con norme dell’ordinamento giuridico italiano, sia con norme pattizie internazionali.

Gli stessi, inoltre, richiamavano, a sostegno della propria tesi, alcuni precedenti provvedimenti favorevoli dell’autorità giudiziaria ordinaria (Trib. Reggio Emilia, ord. 2 novembre 2000; Trib. Teramo-Giulianova, ord. 4 dicembre 2000; Trib. Teramo, ord. 13 febbraio 2001; Trib. Teramo-Giulianova, ord. 30 marzo 2001), che avevano già affermato l’illegittimità dello stesso art. 40, 7° comma, ovvero di norme di analogo contenuto adottate dalla Federazione Italiana Pallacanestro e volte a limitare il tesseramento di atleti extracomunitari.

All’esito del procedimento, il 4 maggio del 2001 la Corte Federale emise la sentenza con la quale, da un lato, venne dichiarata radicalmente illegittima la norma dell’art. 40, 7° comma, N.O.I.F. nella parte in cui disponeva che soltanto tre calciatori tesserati provenienti da paesi extra U.E. potessero essere utilizzati nelle gare ufficiali in ambito nazionale, poiché in tal modo si realizzavano “indebite restrizioni al rapporto di lavoro di tali atleti, per ragioni esclusivamente legate alla cittadinanza, in violazione delle disposizioni di cui all’art. 2, 2° comma, ed all’art. 43, 2° comma, lett. c), t.u. n. 286 del 1998”.

Dall’altro, per quanto riguardava le disposizioni dell’art. 40, comma 7 del N.O.I.F. che ponevano limiti numerici al tesseramento dei calciatori extracomunitari (5), la Corte Federale, pur riconoscendo che una tale limitazione non contrastasse con il nostro ordinamento giuridico, affermò il principio secondo il quale la programmazione dell’ingresso di sportivi comunitari doveva essere rimessa direttamente al C.O.N.I. e non più alle singole federazioni sportive.

Tale sentenza, che accolse le tesi dei calciatori e delle società ricorrenti, ebbe certamente l’effetto di depotenziare, dal punto di vista della giustizia sportiva, l’indagine sui passaporti falsi e determinò, nel luglio del 2001, l’applicazione delle pene non eccessivamente severe sopra richiamate.

Ed è proprio da qui che nasce il sospetto di una sentenza “pilotata”, costruita ad arte per evitare che alcune grandi potenze del calcio nostrano subissero condanne estremamente rigide, come ad esempio la retrocessione. Invero, si insinuò che le società coinvolte – in particolare Inter, Milan e Lazio – avessero fatto enormi pressioni sulla Federazione affinché si “cambiassero le regole in corsa” e, in tal modo, si scongiurasse il rischio di vedere comminati punti di penalizzazione per ogni giornata in cui non era stato rispettato il limite dei 3 extracomunitari in campo.

Com’è ovvio, tali affermazioni non risultano suffragate da alcun elemento concreto e chi gridava (e ancora oggi grida) al complotto non è mai stato in grado di fornire comprovate evidenze dello stesso, se non richiamare l’effettiva dichiarazione di illegittimità dell’art. 40, comma 7, delle N.O.I.F. pronunciata dalla Corte Federale.

Tuttavia, dalla ricostruzione degli avvenimenti e, soprattutto, dalla lettura della sentenza pronunciata dalla Corte Federale pare non esservi alcuna “incongruenza” o “stranezza” nella decisione adottata dalla giustizia sportiva; in tal senso, un argomento indubbiamente molto forte risiede nel fatto che – come sopra ricordato – diverse sentenze della giustizia ordinaria in precedenza (e, quindi, in tempi non sospetti) avevano già ritenuto illegittimo sia il comma 7 dell’art. 40 delle N.O.I.F. sia norme similari adottate da altre federazioni sportive.

In conclusione, tornando all’iniziale diatriba da tastiera tra il tifoso interista e quello juventino, non è certo facile esprimere giudizi postumi su una vicenda tanto risalente nel tempo, ma appare sicuramente molto arduo sostenere con certezza che l’Inter avrebbe dovuto essere retrocessa per lo scandalo passaporti, sia perché la sentenza della Corte Federale appare ben motivata ed argomentata sia perché vi sarebbero state numerose possibili sanzioni intermedie ed alternative (nonché diversi gradi di giudizio ancora da svolgersi) anche nel caso in cui non fosse intervenuta la dichiarazione di illegittimità della norma che imponeva una rigida limitazione al tesseramento di calciatori extracomunitari.

Quella della mancata retrocessione dell’Inter a causa del passaporto di Recoba rimane, dunque, poco più di una suggestione basata su fondamenta tutt’altro che granitiche, ma, comunque, funzionale a mantenere sempre alto il livello della polemica tra i tifosi delle opposte fazioni e far ardere il fuoco del derby d’Italia.


 

Nato l’11.07.1991 a Senigallia, città che adoro e che si divide il mio cuore con Bologna (e i suoi tortellini). Difensore per natura, sono passato dalle retroguardie del rettangolo verde alle difese sui banchi di Tribunale, dove svolgo la professione di Avvocato. Amante dello sport in tutte le sue espressioni, ma soprattutto del calcio e della sua incomparabile capacità di emozionare. Ammiratore incredulo del basket americano e suddito di King James sin dal 2004, quando mio padre, di ritorno da una viaggio negli Stati Uniti, mi regalò la canotta n. 23 di Cleveland, “di questo giovane che dicono sia il nuovo Michael Jordan”. Amo la corsa, la lettura e la buona cucina.