Interventi a gamba tesa

La vita secondo Rasheed


Se amate il basket avete amato Rasheed Wallace.


Febbraio 2004, Detroit, Michigan. In una macchina all’esterno dell’aeroporto c’è Joe Dumars, un tempo mvp delle Finali, un tempo Bad Boy, ora deus ex machina dei nuovi Pistons. Sta aspettando la sua ultima aggiunta al roster. È teso, sa che la sua è una mossa rischiosa: ha preso un giocatore controverso, dall’enorme talento ma che si porta con sé un bagaglio altrettanto grande di scetticismo e una delle peggiori reputazioni di tutta la lega. Ha preso Rasheed Wallace perché sa che lui è il tassello mancante, l’ultimo pezzo per comporre il mosaico di una squadra da titolo e ha deciso di andare all in.

Come diranno poi in seguito, il viaggio che li porta all’albergo, dove l’ex Portland e Atlanta (anche se in Georgia ha giocato solo una partita) verrà presentato, è silenzioso fino a quando Dumars, con poche parole, non traccia le linee guida di cosa l’organizzazione Pistons si aspetta da lui. “Sheed, ci accordiamo in un minuto, in questa squadra puoi prendere un tecnico ogni tanto (sappiamo come sei fatto, ndr), non due a partita, non farti espellere e non mettere a repentaglio la salute della nostra squadra. Siamo d’accordo?” “Cool, J.D.”, in pieno stile Rasheed. In quel momento vengono poste le basi del sodalizio Wallace-Pistons che porterà un anello (in quello stesso 2004) e una pallacanestro di un livello altissimo meritevole forse di più titoli.

Irriverente, talentuoso, moderno, Wallace è stato uno di quei rari giocatori che contribuisce a spostare l’asticella, a far progredire tecnicamente il proprio sport. Una combinazione esplosiva di muscoli, stazza, follia e fantasia che ha fatto impazzire tutti gli allenatori della Nba dei primi anni 2000, in primis quelli che il talento dalle mani fatate di Philadelphia hanno avuto l’onore e l’onere di doverlo gestire. Sheed arriva a Detroit con molti più dei 99 problems di Jay z e una reputazione da Jailblazers.

La celebre edizione dei Portland Trailblazers che, pur arrivando più volte a un passo dalle Finals, con stelle di prima grandezza, tendeva a segnalarsi più per le vicissitudini giudiziarie dei propri giocatori che per le vittorie. E Sheed di certo non si tirava indietro. Tra arresti, violenze sessuali, guide senza patenti, droghe, fumo, liti tra di loro, con gli avversari e i tifosi, risse senza quartiere e persino combattimenti tra cani, quella squadra, nella quale negli anni hanno militato Randolph, Kemp, Sabonis, Pippen, Wells e Stoudamire, sembrava più un nugolo di malfattori che neanche gli Avengers o i mercenari di Stallone. Scontato che, stanchi degli eccessi, la dirigenza dell’Oregon schiacciasse ad un certo punto il bottone dell’autodistruzione e organizzasse la diaspora dei giocatori di una delle squadre più disfunzionali della storia; ancora più scontato che questi fossero trattati dagli altri team alla stregua di avanzi di galera.

In una recente intervista di Wallace a Garnett per TNT, il nativo di Phila ha sparato a zero sulla città e sui suoi media, rei di averli trattati nel peggiore dei modi in quegli anni, sottolineandone il latente razzismo. “Ci trattavano così perché eravamo l’unico spettacolo cittadino (Portland non ha altre squadre professionistiche, esclusa quella di calcio), eravamo costantemente attaccati e dovevamo resistere e combattere, cosa che abbiamo fatto, fregandocene di tutte le etichette che ci appioppavano”.

Ma nella Nba, e non solo, tutto è relativo, dimmi in che contesto ti trovi e ti dirò chi sei. Ai Pistons Wallace trova un mondo nuovo per lui, l’opposto di quelli in cui aveva vissuto e giocato.  A Detroit trova una cultura cestistica elevata, grandi professionisti come lo stesso Dumars e coach Brown, che stima e da cui viene stimato, una squadra forte in cui non deve essere protagonista, una democrazia illuminata in cui tutti sono stelle e nessuno è la stella più brillante, una città che lo accoglie e non lo prende di mira, che non lo sovraccarica di pressione. Rasheed trova insomma la sua dimensione.

Quei Pistons sono un miracolo di ingegneria sportiva, una squadra assemblata pezzo dopo pezzo prendendo giocatori sottopagati, sottovalutati e affamati. Nessuna stella di prima grandezza, solo tanto talento e tanta dedizione al lavoro, in pieno stile Larry Brown. Dodicesimo monte salari e titolo, la Motown che torna a festeggiare sui resti della dinastia Lakers del triangolo, di Kobe, Shaq e Jackson. Una squadra vincente e che potrebbe, forse dovrebbe, vincere di più. Un paio di scelte sbagliate al draft, un paio di errori, tipo lasciare solo Robert Horry in gara 5 delle finali 2005, e i Pistons portano a casa un solo anello, pur dimostrando come il duro lavoro e il vero concetto di squadra possano battere i primi super team, il blasone e le accozzaglie di figurine. Il leader morale di quella squadra è Billups, quello tecnico è Sheed. I Pistons vanno dove li porta lui.

Quando è in serata è semplicemente immarcabile: se è lontano dal canestro prende e spara, se è in post sale in cattedra. Wallace è stato uno dei migliori giocatori spalle al canestro della sua epoca con una varietà di movimenti, tiri e soluzioni da far ammattire qualsiasi difensore.

Quando ha voglia, quando non è in lotta contro gli arbitri, gli avversari, sé stesso e il mondo è un professore che spiega il basket una sera sì e l’altra pure al Palace of Auburn Hills (recentemente fatto saltare col tritolo, sigh).  È capace di dominare su entrambi i lati del campo senza doverne segnare 40, prendere 15 rimbalzi o fare 5 stoppate, anche perché l’atletismo dei tempi dell’Università, a Unc, sparisce presto. Tira senza problemi di destra o mancina, da sotto o da metà campo, in fade away, con una facilità innata e un rilascio della palla poetico. Conosce il gioco, lo anticipa, lo legge prima e meglio degli altri, i suoi fondamentali sono perfetti, le sue difese sono limitate per le grandi occasioni ma enciclopediche.

Wallace è forse il giocatore più forte con la top 10 delle giocate in carriera più anonima, non gli serviva far tremare i canestri per adoperare il suo alto magistero nel controllo totale delle gare che giocava. In lui convivevano l’anima del centro con quello dell’ala; le sue mani erano talmente educate che spesso risultava più utile alla sua squadra, restando largo sul perimetro, oltre la linea dei tre punti. Un innovatore, ora lo strecth four, il quattro che allarga il campo e porta fuori dall’area avversaria un lungo, è una prassi.

(Photo by Garrett W. Ellwood/NBAE via Getty Images)

C’è da dire anche che talvolta era la sua pigrizia che lo portava a stazionare lontano dall’azione, a bighellonare lontano dal canestro e ad assecondare le sue lune. Quando il lato giocherellone prendeva il sopravvento e appariva l’altra faccia di Rasheed, sempre incombente, e che ne ha condizionato vita e carriera e di certo non smetterà adesso che gli scarpini sono al chiodo da un pezzo. Antistar, anticonformista e antisistema per eccellenza, umorale, definire in poche parole Rasheed Wallace non è possibile. È stato “bigger than basketball”, è stato amato e odiato, un leader e, a suo modo, un filosofo.

Sheed ha avuto ed ha un rapporto tutto suo con il basket, il mondo, gli uomini. Le sue massime non si contano, ad ogni partita i suoi commenti, le sue frasi tranchant erano uno spettacolo nello spettacolo. Il suo “ball don’t lie” (e la grammatica chiuderà un occhio) è un mantra; l’uomo con fascetta e macchia bionda sulla nuca era convinto che ogni volta che gli arbitri fischiavano un fallo che non c’era (e se lo commetteva lui, si sta parlando del 99% dei falli) la palla, entità suprema, autonoma e indipendente, si rifiutasse di entrare nel cesto. E così, da consumato caratterista, gridava a squarciagola che le leggi della vita e del basket avessero vinto, ancora una volta, contro gli inganni e le menzogne del mondo. E pazienza se qualche arbitro permaloso lo cacciasse, faceva tutto parte del divertimento, di 15 anni di intrattenimento.

È stato un divisivo amato da molti, fattosi amare da pochi, soprattutto dai media, altro nemico giurato. Le sue conferenze stampa hanno lasciato il segno e fatto scuola (chiedere a Marshawn Lynch e al suo “I am here so I wont get fined”). Le affrontava come insulti alla sua persona, un supplizio a cui non potersi sottrarre, a meno che non si liquidi il tutto con un “both teams played hard” ripetuto allo sfinimento.

E pensare che Rasheed quella partita l’aveva anche vinta, contro i Mavs nei playoff del 2003 ma poi al solito era stato multato per le sue (poche) parole. Nel 2019 nel programma di Rachel Nichols, “The Jump”, ha dato la sua versione dei fatti. “Ho anche cercato di essere gentile… In quel periodo ero in lotta aperta con i media, scrivevano cose false. Se parlavo venivo multato, se non mi presentavo venivo multato comunque, quindi ho provato ad uscirmene così, alla fine era vero che entrambe le squadre avevano giocato bene”. Sheed gonna Sheed.

Non c’è un’emozione che si è tenuto dentro, che non ha esternato, un avversario che non ha subito il trattamento della radio sempre accesa mentre si giocava. C’è chi parla mentre si gioca e chi, come Wallace, ha fatto del trash talk una vera e propria arte, con vittime sacrificali preferite come il povero Kwame Brown che ha rivelato come, durante le gare, Sheed ad ogni canestro stampatogli in faccia, continuava a tranquillizzarlo perché “era pagato per fargli quelle cose”. Di motivi per amarlo o odiarlo ce ne sarebbero mille, ma nonostante le sue innumerevoli battaglie fuori dal campo, Wallace ha sempre portato un enorme rispetto al gioco, tanto da andare a dormire persino in pantaloncini da basket per essere sempre pronto a un’eventuale nuova partita.

La sua strabordante personalità ne ha fatto un bersaglio per i piani alti, il suo costante rifiuto delle autorità e la lotta all’establishment lo ha penalizzato più volte e portato a comportamenti spesso ai limiti. Come quando dopo una gara ha aspettato il controverso arbitro Tim Donaghy per risolvere i problemi sorti sul parquet e si è beccato una squalifica per sette match. Gesti che gli sono costati salatissime multe per la disperazione della (ormai ex) moglie Fatima; oltre che filosofo Sheed è stato un filantropo. Come altrimenti si può considerare uno che così alacremente ha contribuito alle casse della Nba? Un’aziendalista insomma.

Nel suo caso parlare di problematici rapporti con gli arbitri è quantomeno riduttivo. Il bollettino finale dice: 317 falli tecnici in carriera, 29 espulsioni, addirittura 41 tecnici in 80 partite nell’anno di grazia 2000/2001, numeri tanto elevati da spingere la Nba a cambiare le regole e introdurre la “Sheed Rule” che fermava i giocatori che accumulavano troppe sanzioni.

Probabilmente l’unico al mondo, insieme a Duncan espulso per una risata dalla panchina, Rasheed Wallace è riuscito nell’impresa di farsi cacciare anche solo per aver fissato l’arbitro. La prodezza nelle finali dell’Ovest del 2000 quando Ron Garretson cacciò l’allora Trailblazer perché “pur non dicendo nulla, continuava a fissarmi in modo intimidatorio”.

Sheed era fatto così, uno che passa una volta solo e i tanti rimpianti, le tante recriminazioni su cosa è stato (tanto) o cosa poteva essere (ancora di più) sembrano sofismi. Senza la sua indolenza e il suo modo di stare al mondo, Wallace sarebbe stato un uomo diverso e un giocatore diverso. Avrebbe potuto vincere di più e questo è un fatto, ci ha provato negli ultimi anni in maglia Celtics e Knicks ma la sorte è stata avversa. Difficilmente però un suo compagno di squadra potrà mai parlarne male, nonostante tutto. Quando sfoderava uno dei suoi sorrisi e gridava il suo “ball don’t lie” a squarciagola gli si perdonava tutto.

Tranne questa versione di Jingle Bells…

Un deviante che ha raccolto attorno a sé una schiera di suoi folli seguaci, diventando un giocatore di culto, venerato dagli amanti del genere che si sono goduti 15 anni di intrattenimento, di un giocatore diverso, divertente e intrigante.

Un giocatore che non si è mai preoccupato troppo della sua immagine o della sua eredità e che, paradossalmente, ha ammaliato proprio per questo motivo; un giocatore talmente poco hipster da diventare il giocatore forse più amato dagli hipster della Nba. Uno così potrebbe fare tutto e il contrario di tutto nel suo futuro, potrebbe continuare ad allenare come sta facendo in una high school del Nord Carolina o fare chissà cosa; non si hanno molte notizie di lui, l’ultima volta che è salito alle cronache è per aver partecipato alle manifestazioni del “Black Lives Matter”, quasi un dovere per uno che ha lottato per tutta la sua carriera contro il sistema, divertendosi e facendo divertire.


 

Napoletano adottato da Milano, sogno fin da piccolo di fare il giornalista sportivo. O meglio da quando ho capito che di talento per fare il calciatore ne avevo poco. Seguo tanti, troppi sport e dormo in pantaloncini da gioco perché come diceva Rasheed Wallace, "you never know if a game breaks out".