Interventi a gamba tesa

Se fuerza la Máquina


Pedernera è stato un gradino sopra gli altri. Sopra tutti. Sempre. Se chiedete a me che cosa penso quando chiudo gli occhi e sussurro nella mia mente la parola ‘fútbol’, io vi dirò che il mio cuore penserà sempre e solo ad una persona: Adolfo Pedernera”. Alfredo “La Saeta Rubia” Di Stéfano


Qui tutto è finito e tutto può ricominciare in qualsiasi momento. In ogni fine c’è un principio come in ogni cosa

(Manuel Vazquez Montalban, Quintetto di Buenos Aires)

In questa estate pandemica ho avuto tempo e modo di dedicarmi ad un libro la cui unica vera pecca è il suo essere troppo breve per la bellezza dei suoi contenuti: parlo di “Fùtbol” di Osvaldo Bayer (da cui ho tratto molte delle interviste qui riportate).

Tra le molte storie mi è balzata all’occhio quella di Adolfo Pedernera.

Per capire la grandezza di questo delantero e il suo marchio indelebile sull’immaginario collettivo, qualora non bastasse il virgolettato de la Saeta Rubia, basti sapere ricordare ciò.

Un tale Ernesto Guevara, in giovane età, intraprese un viaggio in moto, ribatezzata la Ponderosa nonostante proprio di prima mano, per il Sud America col suo fidato amico Alberto Granado.

Durante una delle molteplici tappe negli angoli più nascosti del continente, la coppia d’amici si fermò per disputare un partido con alcuni indios in una qualche valle andina.

El Che usava difendere i pali mentre Alberto preferiva muoversi dalla metà campo in su forte della sua notevole tecnica individuale.

Durante quella partitella improvvisata Granado pareva indemoniato, ma, nonostante ciò, il risultato era fermo sullo 0 a 0.

Dopo un’azione tambureggiante, però, arrivò davanti al portiere non mancando all’appuntamento con il gol sbloccando il risultato.

Mentre i componenti della squadra del Che esultavano, un avversario si avvicinò a Granado e gli sussurrò nell’orecchio Desde hoy te voy a llamar ‘pedernerita’. Solo el pudria regatear asì(da oggi ti chimerò pedernerita. Solo lui dribbla così – T.d.A.)

Fu talmente onorifico come appellativo che lo stesso Guevara, grandissimo amante del Gioco da buon rosarino, iniziò a chiamarlo così.

Per meglio, però, capire da dove derivi questa devozione continentale occorre fare un passo indietro.

Iniziò a dare del tu alla pelota nelle giovanili dell’Huracán.

Nel 1934 si trasferì al River Plate dove debuttò in prima squadra a 16 anni (1935).

La camiseta millionaria la toglierà di dosso unicamente nel 1946 per motivi che, però, non saranno squisitamente calcistici e di cui dirò più tardi.

Fu proprio durante quelle 13 stagioni che la sua fama si diffuse pandemicamente in tutto il Sud America sì per le sue indiscutibili qualità individuali ma, soprattutto, perché fu elemento centrale de La Màquina.

Questo l’appellativo dato al River durante il calare degli anni ‘30 e gli inizi dei ‘40.

Costruttori della squadra che regalò il primo titolo di Campeones al River furono Carlos Peucelle e Renato Cesarini (lui, quello della famosa “zona”) Pedernera dirà di loro quel poco che so di calcio – perché ne sono poco – lo devo a loro”.

Riuscirono a costruire quella macchina implacabile attraverso un lungo lavoro di quello che oggi chiamiamo scouting nelle serie minori.

Ma la stagione del ‘38 fu solo l’inizio visto che la definitiva consacrazione fu nel 1942 anno in cui la squadra non si accontentava solo di vincere ma, quando era già in vantaggio di due reti (ed accadeva praticamente sempre), dava spettacolo giocando spesso con gli avversari arrivando col pallone sino alla porta avversaria salvo poi tornare indietro per ricominciare.

Vinsero con 6 punti di vantaggio sulla seconda.

Pipo Rossi, giocatore di quel River, la descrive così: “l’attacco della Maquina era formato da gente che giocava a memoria. Moreno e Loustau fischiavano per chiamare la palla. Moreno fischiava e l’altro gliela passava […] si chiama la Maquina per i cinque attaccanti, ma personalmente credo che la Macchina fu tutta la squadra. Perchè gli attaccanti avevano bisogno dell’aiuto dei difensori per poter consolidare quella grande forza […] cosa succede nel Calcio? Una cosa semplice: per lo spettacolo, per la finezza di gioco e i dribbling, per la tecnica gli attaccanti sono più visibili dei difensori […] Maradona rimane in mente più a lungo di un difensore. Per questo ingiustamente misero il nome di Maquina all’attacco, quando in realtà era tutta la squadra […] La Maquina era un attacco appoggiato, difeso, avallato e rifornito dal gioco dei difensori.

Pedernera segnerà, con l’aiuto della squadra intera, 131 gol totali in 287 partite, vincendo 5 campionati argentini.

Quando El Maestro svestirà la maglietta millionaria, appena trentenne, prenderà in mano l’attacco proprio Di Stéfano.

Perdernera non innoverà il calcio porteño solo sul campo, ma onorerà il Gioco soprattutto fuori.

Già nel 1939 l’intero River, capeggiato anche dal Maestro, sciopereranno in appoggio a Josè Manuel Moreno, centrocampista dei Millionarios, sospeso dalla Commissione Disciplinare perché, ma non solo, arrivava al campo dopo aver lautamente pranzato a casa (e sappiamo quanto per noi meridionali del mondo conti quell’evento) con lo stufato e una intera bottiglia di rosso. Finito il dolce, infatti, lo stesso si recava allo stadio, indossava la camiseta e giocava divinamente. Ciò indispettì la Commissione che, in linea con l’atteggiamento repressivo dell’allora scenario politico argentino, lo sospese.

Come detto, i calciatori scioperarono chiedendo il reintegro di Moreno costringendo il River a scendere in campo con la terza squadra. Non si trattava, però, solo dell’affetto e della solidarietà verso un proprio compagno ma, bensì, di una richiesta di rispetto verso i calciatori non come monos del circo ma come lavoratori ed esseri umani.

Dirà successivamente lo stesso Moreno: “tutti mi criticavano per la vita sregolata che facevo, mi infilavo sempre nelle milonghe e bevevo parecchio. Un giorno mi sono ripromesso di cambiare. Ce l’avevo fatta. Mi sono svegliato presto ogni giorno e bevevo solo latte. La domenica successiva giocavamo contro l’Indipendiente. Perdemmo 3 a 1. Giocai così male che la commissione mi sospese per mancanza di impegno e i miei compagni, per solidarietà, scioperarono”.

I tratti caratteriali di Pedernera, però, già emergevano chiari (capeggiò lo sciopero a 19 anni).

Nel 1944, all’interno della Confederación General del Trabajo (CGT), costituì la Futbolistas Argentinos Agremiados (FAA), il sindacato che raggruppa, a tutt’oggi, i giocatori professionisti e di cui sarà vice presidente.

Nel 1948 la FAA dichiarerà un prolungato sciopero (6 mesi) per chiedere il riconoscimento del salario minimo per i calciatori di Primera e Segunda División.

Uno dei primi comunicati recitava: “Quando i calciatori entreranno nel sistema della libera contrattazione termineranno gli affari […]; ci sarà un limite ai trasferimenti per somme favolose e ai prestiti; si saneranno le finanze dei club e le oscure e contorte regole viziate dall’incostituzionalità cederanno il passo a leggi più generose e umane. Il calciatore si sentirà un essere umano, acquisirà un senso di responsabilità e di emulazione elevando i propri standard di gioco e, di conseguenza, proverà maggior rispetto per i propri compagni”.

I dirigenti, dopo estenuanti trattative, si allineeranno alle richieste salvo, poco dopo aver firmato il protocollo, disattendere totalmente i patti presi.

Questo portò ad un vero e proprio esodo di massa di quasi tutte le stelle del calcio albiceleste. Questa emorragia provocherà un vero sconquasso nel campionato che perderà di competitività e di bellezza.

Perdernera giocherà, assieme a Di Stéfano, nel Millionarios di Bogotà dove vinse per quattro anni il titolo colombiano.

Chiuderà il ciclo da giocatore lì dove tutto era iniziato, all’Huracán.

Ultima notazione che denota, se ce ne fosse ancora bisogno, la grande intelligenza calcistica, e non solo, del Maestro: durante la sua vincente carriera da allenatore (vittorie in tre diversi campionati sudamericani: colombiano, uruguaiano e quello argentino nel ‘64 con, si pensi, il Boca Juniors), avrà soprattutto, però, il merito di aver cambiato radicalmente il modo di giocare di un certo Enzo Francescoli avanzando il raggio d’azione dello stesso di 15 metri.

I soprannomi nel mondo Sudamericano non sono casuali o dettati solo da singoli eventi attinenti la vita di una persona ma, spesso, fotografano alla perfezione proprio il loro portatore, nei suoi pregi e nei suoi difetti.

Perdernera fu, per davvero, El Maestro: contribuì a smuovere le coscienze politiche, sociali ed emozionali argentine elevandole con la sua classe sul campo e con la sua tenacia fuori.

Insegnò, difatti, ai suoi colleghi cosa voleva dire il rispetto umano e professionale per sé stessi e per gli altri creando una coscienza di classe (grazie al suo lavoro in Argentina è stato approvato come Legge dello Stato el Estatuto del Futbolista – Legge 20.160 – e venne approvato il primo contratto collettivo nazionale di lavoro – N.º 141/73). Ma non solo, ha influenzato l’intero calcio moderno perché, si vuole ricordare, senza Pedernera non ci sarebbe stato Di Stèfano per come lo conosciamo, non ci sarebbe stato Enzo Francescoli, per come lo abbiamo conosciuto, e non avremmo goduto, quindi, del calcio giocato e non di un certo Zinedine Zidane che, come noto, non ha mai nascosto la sia profonda ammirazione per El Principe (suo figlio si chiama Enzo non a caso) traendo dal suo gioco piena ispirazione.


40 anni. Vivo a Bologna da 22 anni, sono pugliese di nascita ma con influenze genetiche sia napoletane che romane. Amo il Gioco del Fùtbol in tutte le sue nuance, tifo Lazio, ma le mie prime esperienze allo stadio sono state allo Zaccheria a seguire il Foggia di Zeman e, per influenze paterne, ho vissuto l'epopea del Napoli di Maradona a cui, emotivamente, sono legato. Amante della settima arte e della saga di Pepe Carvalho, nonchè di tutta la letteratura sudamericana, specialmente quella legata al Gioco (Soriano&Co.)