Interventi a gamba tesa

Il calcio c’entra poco con la Guerra del calcio


Nell’estate 1969 un breve ma violentissimo conflitto, durato quattro giorni e costato oltre cinquemila morti, scoppiò tra El Salvador e Honduras. Come spesso accade per le guerre, questa ha assunto diversi nomi: Guerra de legítima defensa per i Salvadoregni, Guerra de las cien horas negli altri paesi dell’America Latina e – grazie all’inventiva del reporter polacco Ryszard Kapuscinski – Guerra del fútbol nel resto del mondo. 


Nel mondo degli appassionati di calcio, il mondiale del 1970 è quel tipo di evento che, soltanto a sentirlo nominare, riesuma un vasto immaginario collettivo di cui è pregno anche chi (come il sottoscritto) è nato oltre due decadi più tardi i suddetti eventi. Il mondiale del 1970 è “la più bella partita della storia” – Italia Germania 4-3, ovviamente! – ma anche la magia del Estadio Azteca di Città del Messico, i dieci gol di Gerd Müller, il Brasile del Settanta e soprattutto l’ultima grandiosa apparizione di Pelé in un campionato del mondo.

“Partido del siglo”

Tuttavia l’alone mistico che a cinquant’anni dal suo svolgimento rende il mundial messicano il più affascinante di sempre è frutto di una narrativa a posteriori, o al massimo iniziata in itinere e costantemente rafforzata negli anni a venire, un mondiale che “ha fatto storia”, come si suol dire.

Al contrario, per i paesi dell’America Centrale, l’ultima Coppa del Mondo Jules Rimet rappresentava un evento straordinario, La Grande Opportunità verso un futuro più glorioso. Già al momento della scelta del Messico come paese ospitante l’intero Istmo mesoamericano era in fermento. Non solo perché per un mese gli occhi del mondo si sarebbero volti verso quel mondo normalmente dimenticata da tutti, ma soprattutto perché, data la qualificazione d’ufficio del Messico in quanto paese ospitante, un’altra selezione CONCACAF aveva finalmente una possibilità concreta di mettersi in mostra le  nella vetrina più prestigiosa, visto che l’unico slot disponibile era monopolio del Tricolor dal 1950.

Così, le dodici squadre iscritte alla Confederación furono distribuite in quattro gironi da tre squadre ciascuno, dai quali uscirono vittoriosi Stati Uniti, Haiti, El Salvador e Honduras. Il sorteggio delle semifinali, che prevedevano una doppia sfida andata e ritorno da svolgersi nel giugno 1969, erano quindi USA – Haiti e Honduras – El Salvador. Se la prima doppia sfida, vinta agevolmente da Haiti, non ricevette particolare interesse e fu quasi immediatamente dimenticata, la seconda rimase nella storia come evento detonatore della Guerra delle cento ore, meglio conosciuta (grazie al giornalista polacco Ryszard Kapuściński) Guerra del calcio”.

Ryszard Kapuściński in Nigeria

 

I rapporti tesi tra Honduras e El Salvador

Dal punto di vista di un’osservatore contemporaneo, esterno e razionale, era difficile – se non impossibile – trovare una logica nel conflitto che scoppiò tra El Salvador e Honduras nel giugno 1969.

Al di fuori dei paesi confinanti o al massimo dell’America Latina, la maggior parte delle persone, all’epoca, non era nemmeno conscia dell’esistenza delle due piccole nazioni centroamericane e persino i pochissimi reporter europei presenti in loco erano all’oscuro delle dinamiche geopolitiche di queste repubbliche delle banane. Uno di questi reporter europei, anzi l’unico presente sul territorio al momento della deflagrazione, era il leggendario Ryszard Kapuscinski, cronista maestro del giornalismo narrativo e padre dei corrispondenti di guerra. Fu proprio lui, un giornalista polacco sbarcato a Tegucicalpa da pochi giorni, a battezzare il breve conflitto con il curioso nome di Guerra del calcioun nome che da oramai cinquant’anni è stato acriticamente accettato e adottato da politici, giornalisti, scrittori e tifosi come simbolo della forza prorompente che il fenomeno “calcio” può avere sulla società.

Tuttavia, a sentire le parole dei protagonisti delle sfide sportive e militari tra El Salvador e Honduras, sembra che il calcio c’entri ben poco con la Guerra del calcio. Intervistati dalla rivista argentina Enganche, Marco Antonio Mendoza e Salvador Mariona – rispettivamente capitani delle nazionali honduregna e salvadoregna di quegli anni – assicurano che Kapuscinski abbia mal interpretato e semplificato gli eventi di giugno 1969. “Questo titolo è esagerato – dice Mendoza – il calcio ovviamente non fu la causa della guerra. La guerra fu causata dai problemi sorti tra i due paesi a causa di una riforma agraria”. Mariona rincara la dose: “C’è proprio un malinteso sull’argomento. Poco tempo fa vennero a farmi visita due giornalisti dalla Polonia e mi chiesero cosa ne pensassi della Guerra del calcio. Risposi loro che qui non ci fu mai alcuna Guerra del calcio”.

Marco Antonio Mendoza con la maglia dell’Honduras e la fotografia dell’11 di quella storica semifinale

Effettivamente, come emerge dalle parole di Mendoza, le cause del conflitto affondano nell’assetto geopolitico e demografico dell’America centrale in seguito alle politiche neocoloniali con cui gli Stati Uniti imposero la propria egemonia sul continente non tanto con l’uso dell’esercito ma grazie al potere economico e politico delle grandi imprese multinazionali, in particolare della United Fruit Company (UFC), che promosse per decenni l’emigrazione di braccianti da El Salvador verso le enormi piantagioni di banane dell’Honduras. Questo flusso, mantenutosi lento ma costante per oltre un secolo, raggiunse il proprio apice negli anni Sessanta quando, grazie ad un periodo di sviluppo economico e al conseguente crollo della mortalità infantile, la popolazione salvadoregna crebbe rapidamente: nel 1960 El Salvador contava 3,7 milioni di abitanti in un territorio sei volte più piccolo del vicino Honduras, che invece ne ospitava soltanto 2,5. La sovrappopolazione, unita all’impossibilità di accedere ai terreni agricoli controllati da una manciata di compagnie statunitensi e da 14 famiglie di latifondisti locali, spinsero centinaia di migliaia di contadini senza terra a varcare il confine e insediarsi nelle vaste aree incolte alle pendici dei vulcani dell’Honduras.

Nel 1967 San Salvador e Tegucigalpa firmarono un trattato bilaterale sull’immigrazione e, nel giro di due anni, più di 300mila contadini salvadoregni si erano stabiliti oltre confine. Intanto però la popolazione chiedeva a gran voce una riforma agraria che permettesse la redistribuzione delle terre. Il governo presieduto da Oswaldo Lopez Arellano, incapace di opporsi ai grandi latifondisti, scelse l’opzione più semplice: anziché confiscare i terreni incolti di questi ultimi, ripiegò sulle terre occupate dagli immigrati salvadoregni. Con una repentina inversione a U, Lopez Arellano cancellò gli accordi siglati due anni prima, stabilì che l’uso della terra era limitato a chi era nato nel Paese e attuò un rapido e violento programma di deportazioni verso El Salvador.

guanacos – come venivano chiamati i salvadoregni – diventarono i capri espiatori della nuova politica nazionalista, basata per l’odio verso il guanaco, condita da numerosi episodi di violenza xenofoba, che portò ad un massiccio rinfoltimento delle truppe schierate alla frontiera. Fu in questo clima di nazionalismo esasperato, violenza pubblica e privata e gravi tensioni diplomatiche che si arrivò alla famigerata semifinale delle qualificazioni per il mondiale di Messico 1970.

Un manifesto della campagna contro gli immigrati salvadoregni

La partita

Il match di andata si giocò domenica 8 giugno 1969 a Tegucigalpa, capitale dell’Honduras. Secondo quanto raccontato da Kapuscinski nel suo reportage, la rappresentativa di El Salvador non poté chiudere occhio poiché l’albergo che li ospitava venne assaltato dai tifosi honduregni: migliaia di persone si riunirono nel centro città intonando cori, sbattendo pentole e taniche vuote, lanciando petardi e persino pietre sulle finestre dell’hotel. Anche su questo punto però Mariona ci tiene a sdrammatizzare la storia: “Non fu così estremo”, racconta l’ex capitano. “Certamente i dirigenti fecero un errore quello di portarci a dormire nel centro di Tegucigalpa, c’erano un sacco di tifosi che cantavano e scoppiavano petardi… ma niente di violento. Non fu certamente questo il motivo per cui perdemmo la gara d’andata (che finì 1-0 per i padroni di casa)“.

Il ritorno a El Salvador, invece, fu decisamente più movimentato. Mendoza rircorda che furono trasportati a San Salvador di venerdì – la partita si doveva giocare domenica – con un aereo dell’esercito. Una volta arrivati all’hotel, gli avvenimenti ricalcarono quelli della settimana precedente, con migliaia di tifosi impegnati a disturbare il sonno degli avversari. I dirigenti quindi ebbero un’idea: trasferire i giocatori, a gruppi di tre, nelle case di honduregni che vivevano a El Salvador e si erano offerti disponibili a dare ospitalità ai propri beniamini. Questo non soltanto per ripararli dal frastuono notturno, ma anche per motivi di sicurezza: durante tutta la settimana precedente il governo di Lopez Arellano aveva identificato la semifinale come simbolo dell’odio nazionalista verso i vicini. La propaganda anti Honduras era diffusa su tutti i media e aveva raggiunto un livello di violenza che faceva temere per l’incolumità dei calciatori. Mendoza, ad esempio, si trovò a dormire presso un connazionale che però aveva sposato una ragazza salvadoregna. Quando questa, che si trovava fuori casa per alcuni giorni, venne a sapere che lui e due compagni erano stati ospitati a casa sua, chiese immediatamente il divorzio. “Nemmeno quella notte potemmo dormire, ma non per i petardi: eravamo così impauriti e straniti dalla situazione, che passammo tutta la notte a discutere”, continua Mendoza.

Il peggio arrivò la domenica, al momento della partita: le auto con targa dell’honduras vennero sistematicamente attaccate dai padroni di casa, ci furono gravi scontri sugli spalti e al fischio finale, dopo aver perso 3-0, la squadra ospite fu scortata fuori dallo stadio da mezzi blindati dell’esercito.

La stampa locale celebra la storica qualificazione di El Salvador al Mondiale 1970

La bella si giocò in campo neutro, allo stadio Azteca di Città del Messico, il 27 giugno. El Salvador vinse 3-2 e si aggiudicò la finale contro Haiti. Nello stadio non vi furono incidenti, ma a San Salvador le violenze contro gli honduregni esplosero nuovamente. Il governo esaltò la vittoria come il trionfo del proprio paese sugli ex fratelli, ora acerrimi nemici. Nonostante le violenze e le frizioni diplomatiche, la guerra scoppiò soltanto venti giorni dopo la partita decisiva, il 14 luglio 1969.

Per quanto i governi di entrambi i paesi avessero utilizzato il calcio come strumento di propaganda, questo può essere considerato al massimo come la miccia che ha portato all’esplosione di un conflitto che entrambi i paesi vedevano come oramai inevitabile e necessario da un lato a rinforzare il proprio ruolo nella regione, dall’altro a cementificare il consenso interno. Come scrive Mauricio “Pipo” Rodriguez, autore del gol decisivo per la vittoria salvadoregna nello spareggio dell’Azteca, “per me quel gol sarà sempre fonte di orgoglio sportivo. Per il resto, l’unica cosa di cui sono sicuro è che le autorità e i politici utilizzarono la nostra vittoria per glorificare l’immagine del paese. Io mi trovai involontariamente al centro di una situazione scomoda. Quel gol venne stigmatizzato per decenni come se fosse stato davvero il detonatore della guerra. Ma quella guerra sarebbe cominciata certamente, con o senza il mio gol”.


 

Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce con tempismo perfetto per perdersi lo scudetto del 1991 e godersi la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio ossessivamente nel 1998, coronando la prima stagione da tifoso con la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua a seguire il calcio e cresce tra Marassi e trasferte. Diplomato al liceo classico, si laurea in Storia e intraprende la via del nomadismo, spostandosi tra Cadice, Francoforte, Barcellona e l’Aia. Per coerenza, decide di specializzarsi in storia globale e migrazioni e, nel frattempo, co-dirige il blog SPI – Storia, Politica e Informazione. Crede fortemente nel valore del giornalismo indipendente, sportivo e non, come argine al declino deontologico dei colleghi professionisti.