Interventi a gamba tesa

New York 2020, Nole contro tutti


Ed così eccoci finalmente allo Slam. Se ne discute da mesi in termini che oscillavano tra il critico, lo scettico e il disfattista, ma alla fine la determinazione degli organizzatori ha avuto la meglio. Si gioca. La momentanea interruzione del “CincYork” ci ha ricordato che l’attualità esiste e vive e che il tennis vuole farne parte e dire la sua, ribadendo forte e chiaro che #BlackLivesMatter non è soltanto un hashtag passeggero come le mode ma un’urgenza da affrontare. E ci mancherebbe altro, dirà qualcuno. Eppure nel 2020 non possiamo dare niente per scontato.


Adesso parliamo di gioco, ché abbiamo imparato a non dare per scontato nemmeno questo. Uno Slam bizzarro, questo, senza qualificazioni e con una lunga lista di spazi vuoti che si trasformano in opportunità. Un’altra stranezza è che i giocatori siano in loco già da un po’, acclimatati nella bolla, abituati a campi e palline.

La prova generale di Cincinnati ha prodotto alcuni verdetti sorprendenti, ma chi ha fallito può giovarsi di una seconda opportunità, mentre chi viene da un buon percorso può cavalcare la fiducia trovata per via. Mentre il disagio pervade un’ATP scossa da correnti scismatiche, noi comuni mortali ci godiamo questi fugaci giorni in cui si può osservare il tabellone completo, promettente come un bocciolo di Peonia (ok, scusate l’immagine a rischio petalosità, ma provate a guardare la differenza che passa tra un bocciolo di Peonia e un fiore aperto e capirete cosa intendo). Be’ poi c’è sempre chi si lamenta, chi odia il tre su cinque, chi non ama i tornei su due settimane, chi critica i criteri di sorteggio e via dicendo, ma il fascino degli Slam per me rimane immutato e possibilmente anche un po’ immutabile.

Analizziamo un quarto alla volta il tabellone. Non serve essere boookmakers per capire che il favorito è uno e uno solo, a cui gettare addosso tutta la pressione del mondo ma tanto a lui gli fa un baffo. Ha fugato i dubbi iniziali sulle condizioni fisiche – aveva abbandonato il doppio a Cincy a scopo precauzionale – e si è scrollato di dosso la ruggine dell’inattività passando rapidamente dai balbettii iniziali con Berankis alla facilità disarmante dei quarti di finale con Struff, poi alla sofferenza indicibile degli ultimi due atti, di quelli che ti lasciano con una domanda assillante: ma se non perde queste partite, quando perde? Bautista Agut può recriminare per il medical time out e per la chiusura del tetto che gli hanno spezzato il ritmo, mentre Raonic deve soltanto allargare le braccia e chiedersi cosa poteva fare di più.

Il percorso di Djokovic è buono: esordio con Dzumhur, secondo turno non banale con un Kyle Edmund in ripresa (vincitore a New York indoor in febbraio) ma non abbastanza per impensierirlo, poi Struff al terzo turno, Isner agli ottavi, Goffin o Shapovalov (ma occhio anche a Kajinovic e a Opelka se sta bene) ai quarti, Tsitsipas o Zverev in semifinale e uno tra Thiem e Medvedev in finale.

Nel secondo quarto alto si fatica a scorgere insidie credibili per i due giovanotti allampanati provenienti da Grecia e Germania; è vero che non sono nuovi a episodi di autolesionismo spinto ma a bocce ferme è improbabile che qualcuno possa fare lo scalpo a Tsitsi; qualche brivido in più dalle parti di Zverev, segnatamente il buon Diego Schwartzman o Hurkacz, se non addirittura l’esordio con Kevin Anderson.

Parte bassa, primo quarto: Medvedev ha di certo prenotato l’albergo fino alla seconda settimana, sarebbe sorprendente vedergli perdere anche solo un set nei primi tre turni; in teoria si contenderà la semifinale con Berrettini, ma l’italiano non è al meglio e dovrà vedersela prima con Rublev.

Esce anzitempo dal torneo Benoit Paire, positivo al coronavirus, il suo posto sarà preso da Marcel Granollers.

Più complicato lo spicchio di tabellone presidiato da Thiem (lui che dopo mille esibizioni vincenti è incappato in un brusco stop al primo turno di Cincy), con mine vaganti precedenti (Cilic, Murray e Auger Aliassime) o alternative (Kachanov, De Minaur e soprattutto Raonic) al quarto più logico con Bautista Agut, il tutto in mezzo a una rosa di giocatori solidi e tignosi. È in questa zona che mi gioco il fattore sorpresa immaginando un duello tra Murray e Sinner per un posto in semifinale.

Il giovane italiano in realtà non avrà vita facile, dall’esordio in salita contro Kachanov, a Querrey, De Minaur e uno tra Raonic e Bautista agli ottavi. In chiave azzurra decisamente più agevole il percorso di Berrettini, per tutti altri sarà veramente dura.

Sul versante femminile, già ondivago di suo negli ultimi anni, è difficile pronunciarsi vista anche la mancanza della detentrice e di sei top ten, comprese le due regine del ranking. Le sole azzurre nel main draw dovranno soffrire fin dall’inizio: per Giorgi esordio con Van Uytvanck e secondo turno con Osaka, per Jasmine Paolini primo turno con Garcia e poi la testa di serie numero uno Pliskova. L’impressione è che Osaka avesse la forma e la convinzione giusta per tornare ad alzare questo Slam, ma il suo infortunio complica le cose.

Il quadro è aperto a novità, comprese le giovani Coco Gauff e Anisimova, ma non è esclusa una zampata di Serena o della ritrovata Viki Azarenka.

Infine, per esorcizzare l’idea sbagliata di uno Slam minore, togliamoci il pensiero salutando quelli che avremmo voluto vedere qui a New York ma non ci sono: il grande Roger; Del Potro che si è operato di nuovo, Wawrinka che è rimasto in Europa; Monfils; i fratelli Bryan, che lasciano il tennis per sempre senza salutare il pubblico; il detentore Rafa Nadal, che negli ultimi anni ha trovato su questo cemento una piccola Parigi.

Fra le donne c’è l’imbarazzo della scelta, ma per prime ci mancheranno Bianca Andreescu, che non potrà difendere il titolo e le regine Ashleigh Barty e Simona Halep.


 

Nicola Balossi Restelli, annata 1979, vive a Milano con una moglie e tre figli e si divide tra scrittura e giardinaggio. La sua insana passione per lo sport ha radici pallonare e rossonere, anche se la relazione più profonda e duratura è stata quella con la palla a spicchi, vissuta sui parquet (si fa per dire) delle minors milanesi dagli otto ai quarant’anni, quando ha appeso le scarpe al chiodo. Gravemente malato anche di tennis e di Roger Federer, ne scrive talvolta su https://rftennisblog.com/.