Interventi a gamba tesa

La NBA ha detto basta


I Milwaukee Bucks, ieri impegnati nella decisiva gara cinque del primo round dei playoff NBA contro gli Orlando Magic, si sono rifiutati di scendere in campo in segno di protesta contro l’ennesimo abuso delle forze dell’ordine nei confronti di un afroamericano: il loro storico gesto in meno di un’ora ha inceppato il ben oliato meccanismo NBA mettendo in pausa la tanto sudata offseason. La National Basketball Association si trova davanti ad una situazione senza precedenti, una situazione tanto intricata quanto necessaria dinanzi alla quale gli Stati Uniti d’America sono costretti a fermarsi e pensare.


Dicembre 2014, Saint Louis Missouri, gli allora Saint Louis Rams stanno facendo il loro ingresso in campo per un anonimo testa a testa con gli allora Oakland Raiders: cinque giocatori, uscendo dal tunnel, alzano le mani al cielo, non per salutare qualcuno che non c’è più o per chiedere ad entità superiori di dar loro una mano per l’imminente partita, il loro gesto è diverso.

Il loro gesto è diverso, dicevo, sembra proprio quello fatto da migliaia di persone in strada nei giorni precedenti alla partita durante manifestazioni di protesta per l’assassinio del diciottenne Michael Brown, diciottenne disarmato freddato dall’ufficiale di polizia Darren Wilson: hands up, don’t shoot, ecco cosa significano quelle non più tanto innocenti mani rivolte al cielo. La reazione delle forze dell’ordine, stranamente, è immediata e lapidaria, chiedono provvedimenti per quei cinque insolenti che hanno mostrato empatia nei confronti dei protestanti: fortunatamente i provvedimenti non arriveranno, ma qualcosa sembra cambiato, questo potrebbe essere figlio di qualcosa di diverso e ben più profondo che il semplice prodotto della mera contiguità fra il centro delle proteste e l’allora stadio dei Rams.

Agosto 2016, più precisamente il 26 agosto 2016, sempre NFL, questa volta preseason. I San Francisco 49ers stanno per affrontare i Green Bay Packers in una tipicamente anonima partita di preseason che per quanto anonima possa essere come ogni evento sportivo americano prevede l’inno come incipit: Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers, non si alza durante l’esecuzione dello Star-Spangled Banner.

Dopo un colloquio con l’ex berretto verde Nate Boyer, Kaepernick decide di alzarsi solo parzialmente per l’inno, anzi, di inginocchiarsi in protesta del trattamento spesso violento e razzista delle forze dell’ordine verso la comunità afroamericana: sappiamo tutti come sia andata a finire per Kaepernick. Stai zitto e gioca, lascia fuori la politica dallo sport, brutto ingrato: dopo la stagione 2016 alla carriera sportiva di Colin Kaepernick ci si può riferire utilizzando esclusivamente il passato remoto.

Colin, ti saresti mai aspettato tutto ciò?

Photo by: Ezra Shaw/Getty Images.

Gli anni passano, i Saint Louis Rams si trasformano in Los Angeles Rams, gli Oakland Raiders in Las Vegas Raiders, il quarterback dei San Francisco 49ers è l’affascinante Jimmy Garoppolo, di cose in NFL e nel mondo ne sono cambiate veramente tante, anche se una in particolare no, sussiste con becera insistenza: un afroamericano in America può continuare a morire per mano delle forze dell’ordine anche se disarmato, anche se inerme al suolo o anche solo per aver deciso di passeggiare con il proprio capo coperto da un cappuccio.

Più le cose cambiano più restano le stesse direbbe Jena Plissken.

Le proteste, come giusto che sia, continuano, la gente vuole un cambiamento vero e la National Basketball Association, lega professionistica nella quale la percentuale di afroamericani è prevalente, si associa alla proteste svolgendo un ruolo sempre più attivo, utilizzando la piattaforma offerta dalla pallacanestro per far luce su vicende agli occhi di tutti.
Prima con messaggi sui social.
Poi con magliette.
Poi con donazioni.
Poi con qualcosa di più clamoroso, il climax ascendente è ben lontano dall’essere completato.

Torniamo al presente, torniamo ai giorni nostri, torniamo a mercoledì 26 agosto 2020, ieri: i Milwaukee Bucks sono particolarmente nervosi, a pochi chilometri dal loro palazzetto un altro afroamericano, Jacob Blake, è stato crivellato di colpi dalle forze dell’ordine davanti agli occhi attoniti dei figli che dovranno trovare un modo per convivere con quanto visto e con il fatto che il loro papà non potrà più camminare. 

ATTENZIONE: sono immagini che potrebbero urtare la vostra sensibilità

I Bucks sono nervosi, ma non sono gli unici, in quanto i giocatori dei Boston Celtics e dei Toronto Raptors stanno sfruttando la contiguità offerta dalla bolla per discutere se giocare gara uno delle semifinali di Eastern Conference o meno. Vedete, durante la pausa per la pandemia la NBA ha preso una posizione piuttosto netta sulla questione razziale permettendo ai giocatori di inserire sulla propria divisa un messaggio a loro scelta, donando, promuovendo il dialogo ed inserendo Black Lives Matter sul parquet in luce delle necessarie proteste suscitate dall’omicidio Floyd: presa di posizione piuttosto potente, direte.

Ma se nonostante tutto l’impegno profuso di cambiamento neanche l’ombra?
Come si può reagire dinanzi all’orribile sequel della vicenda Floyd? Inserendo un altro messaggio sulle divise? Se sì dove? Dialogando? Con chi?

I Bucks sono nervosi e frustrati, uno dei loro membri, Sterling Brown, ha provato in prima persona l’esperienza di essere atterrato e shakerato dai volt di un taser della polizia, sa che con un filo in più di sfortuna avrebbe potuto essere un Jacob Blake un po’ più famoso: Milwaukee non è più nervosa, anzi, non è mai stata così serena. Milwaukee non scenderà in campo.

Un’ora dopo fonti interne alla lega informeranno i tifosi che nessuna squadra scenderà in campo, i giocatori della National Basketball Association esasperati dall’inefficacia delle proprie azioni hanno deciso, the show won’t go on.

Liquidare il problema razziale presente in America in un paragrafo non sarebbe appropriato, sono sicuro siate a conoscenza di quanto sia difficile essere afroamericano negli States: sono altresì convinto che siate al corrente anche di un altro grave problema americano, quello delle armi.

Gli Stati Uniti d’America sono uno stato estremamente giovane che per compensare all’età anagrafica ha deciso di porre in una sorta di iperuranio la propria costituzione – e qualsiasi altra cosa recante stelle e strisce -, documento di quasi due secoli e mezzo fa che nonostante i clamorosi cambiamenti avvenuti in questo intervallo di tempo non può e non deve essere toccato, soprattutto il secondo emendamento, quello che regola il diritto di portare armi da fuoco: indipendentemente dalla nostra posizione sulle armi da fuoco possiamo concordare che arrivare in possesso di quei giocattoli mortali con così tanta facilità sia folle in uno stato che si vede ancora come punto di riferimento, modello da seguire ed imitare da chiunque.

Forse ho divagato, forse no, ma l’odiosa presenza di armi da fuoco è sintomatica del modo di reagire – ed interagire – ai problemi del paese, pertanto non mi capacito dello sdegno del popolo dinanzi alle forme di protesta di individui che se non sapessero maneggiare con estrema abilità una sfera arancione molto probabilmente sarebbero vittime del razzismo sistemico che attraversa il paese… anche se come già visto nemmeno essere un giocatore professionista è garanzia di sicurezza.

Not one, not two, not three…

Photo by: Emily Brauner/ El Pais.

La bolla NBA sta mettendo a dura prova la forza mentale di giocatori strappati dalle proprie famiglie ed affetti vari e messi in una lussuosa ampolla che per quanto lussuosa possa essere sempre un’ampolla è, perciò proviamo ad immaginarci il loro stato d’animo dinanzi alle tremende immagini dei sette colpi di pistola che hanno attraversato il dorso di Jacob Blake, colpi sparati a non troppi minuti di macchina dalla casa dei Milwaukee Bucks.

A cosa sono serviti gli ultimi mesi di proteste? Cosa si può fare di più per permettere ad un messaggio già abbastanza chiaro di risuonare meglio? Dire basta: nel loro “piccolo” i giocatori NBA hanno detto basta, basta pallacanestro finché non arriveranno veri cambiamenti, finché per gente come Jacob Blake incontri con le forze dell’ordine non coincidano più con grottesche condanne a morte da regime totalitario e finché protestare per la morte di gente come Jacob Blake non comporti ulteriori spargimenti di sangue.
Esagerazione? No, tetra verità, in quanto un 17enne è stato arrestato con l’accusa di duplice omicidio dopo aver strappato la vita di due manifestanti senza ben precise motivazioni: il potere della polvere da sparo logora.

Ritenete che non giocare non rappresenti il miglior modo per trasmettere il vostro messaggio? È vostro diritto pensarla così, ma permettetemi di rilanciare chiedendovi quale sia allora il modo più congeniale per far sentire la propria voce: inginocchiarsi? Fatto. Indossare magliette? Fatto. Promuovere il dialogo fra i vari membri della comunità? Fatto.
No, rifiutarsi di scendere in campo non basterà a risolvere problemi del genere con radici profonde ed incredibilmente capillari, ma è un segnale forte e dal momento che le azioni parlano più forte delle parole perché non provare?

Difficilmente cambiamenti del genere si producono in meri anni, per affrontarli è necessario armarsi di impegno, unità d’intenti e valori utopici come empatia e compassione, valori che al momento non mi sembrano riscontrabili in una fetta troppo consistente di popolazione – a partire da colui sta al potere -, ma chi se lo sarebbe mai potuto aspettare che in soli sei anni si passasse dall’entrare in campo con le mani in alto allo stoppare una delle leghe sportive più popolari e ricche del mondo?

La bolla sta per scoppiare, Lakers e Clippers hanno espresso chiaramente la volontà di non terminare quanto iniziato rifacendosi a quanto detto da George Hill che ha dichiarato alla stampa «da qua non possiamo fare niente, non saremmo nemmeno dovuti venire» hanno espresso giustificato disinteresse per un campionato che a questo punto a molti di loro non interessa più: la pallacanestro per queste persone non è tutto, la loro esistenza – contrariamente a quanto molti possano pensare e dire – non si compendia in funzione di una palla arancione o di statistiche, stiamo parlando di padri di famiglia, figli, fratelli o nipoti genuinamente spaventati dal loro paese.

Come si può vivere se non ci si sente sicuri nemmeno a casa propria?

Non è più una mera questione di genuflessioni.

Photo by: Joe Murphy/NBAE via Getty Images

Ci vorrà tempo – forse troppo – per vedere se tutto ciò rispetterà il terzo principio della dinamica, ovvero quello che prevede che ad ogni azione corrisponda una reazione uguale e contraria e se l’interruzione dell’intrattenimento offerto dalla pallacanestro comporti “l’interruzione” della violenza sistemica riservata agli afroamericani, ma considerando che solamente quattro anni fa inginocchiarsi durante l’inno americano comportava un’ufficiosa squalifica a vita dalla NFL mi sento piuttosto ottimista, in un periodo così breve sono stati compiuti abnormi passi in avanti.

Ci vorrà tempo e pazienza, ma il Rubicone è stato oltrepassato, il dado è più tratto che mai: America, ora la palla passa a te.


 

Straight outta Verona, dal 1996 cambio continuamente idea su cosa vorrei essere da grande anche se al momento credo propendo per un futuro nel giornalismo. Laureato per sbaglio in lingue, iscritto sempre per sbaglio alla magistrale di giornalismo, parlo più del dovuto di NFL, comedy e Margot Robbie. Attenzione al sarcasmo.