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4 min

- di Simone Renza

Memoria e collettivo: lo strano caso di Caicedo


Gli anni che abbiamo vissuto hanno seppellito per sempre l'innocenza del mondo. Vi ho promesso di non dimenticare. Vi ho portati in salvo nella memoria. Voglio tenere tutto stretto, fin dal principio, i dettagli, il caso, il fluire degli eventi. Prima che la distanza offuschi lo sguardo che si volge indietro, attutendo il frastuono delle voci, delle armi, degli eserciti, il riso, le grida. Eppure solo la distanza consente di risalire a un probabile inizio”.


Il pallone... quando urtò la rete avversaria, la sollevò come una gonna, come i migliori venti sollevano le gonne alle ragazze in fiore…

(M.V. Montalban)

Potrebbe apparire agli occhi di molti quasi una blasfemia lasciare che l’incipit di “Q” del collettivo Luther Blisset (oggi Wu Ming) introduca la storia che andrò a raccontare ma, se vorrete addentrarvi in questa narrazione sentimentale, scoprirete che in realtà così eterodossa non è perché il tempo che inevitabilmente passerà non dovrà attenuare quel frastuono di riso, grida e voci che la garra luchadora di Felipe Caicedo generò.

Cresciuto per le strade di Guayaquil, che deve il suo nome dall'unione dei nomi del capo indio Guayas e della sua sposa Quil, simboli della resistenza indigena ai conquistadores spagnoli, insegue un pallone e con esso il sogno di riscatto che la sfera porta sempre con sé. Un’infanzia difficile segnata da povertà che, però, Felipe colora di rivalsa e resistenza attraverso quella lacrima che l’indio porta sotto il suo occhio.

"Sulla prima pagina è scritto: Nell'affresco sono una delle figure di sfondo" (Q - Luther Blisset)

L’indio resiste al caos tattico ed alla esasperazione dello spettacolo al cui altare si è votato il calcio contemporaneo frapponendo le barricate del collettivismo e dell’organizzazione. Il suo compimento sportivo lo ha, difatti, dopo un lungo peregrinare in Europa che pareva relegarlo quale ennesimo gregario destinato all’invisibilità, alla non esistenza futbolistica.

Noi solchiamo i meandri della Storia. Noi siamo ombre di cui le cronache non parleranno. Noi non esistiamo (Q – Luther Blisset).

Le sponde biancocelesti dell’ei fu biondo Tevere lo accolgono con malcelato scetticismo ma, nonostante ciò, l'indio lotta, si batte, come ha sempre fatto. Pare, però, non bastare ciò e le fredde acque dell'oblio paiono inghiottirlo nuovamente. Nel cuore dell’impero l’indio appare disorientato, frastornato, intimorito, la pressione lo immobilizza e pare esercitare una forza così imponente che il suo sinistro non riesce a sollevare quella sfera sul prato verde dei Pitagorici facendola infrangere sul portiere crotonese e con essa molte speranze Laziali di accesso all'agognata "europa che conta" (specialmente finanziariamente).

Quello che si frantumò, però, fu il collettivo e non il singolo. Ogni presunzione di colpevolezza addossatagli era più legata al vano tentativo di renderlo ombra nelle cronache.

La moneta del regno dei folli dondola sul petto a ricordarmi l'eterna oscillazione delle fortune umane (Q – Luther Blisset)

L’anno (rectius: la stagione) Del Signore è 2019 (2020).

L’indio ritrova il meccanismo collettivo, ci si riconosce e di lì arriva la sua esaltazione individuale.

Gli spalti assurgono a luogo di devozione e la c.d. “zona Cesarini” come momento: Felipe è culto pagano.
Ridefinisce il tempo come categoria.

Nella pioggia reggiana i 5’ minuti di recupero divengono dilatazione percettiva. Entra e dopo 4’ segna la rete del vantaggio. L’eco delle risate, del trionfo e delle urla inizia a sentirsi distintamente.

La notte romana assume gli stessi contorni di Reggio Emilia: divelto l’assedio finale sabaudo, un contropiede porta Lazzari dritto verso la porta di Szczesny. L’indio accompagna l’azione leggermente defilato ma quando l’estremo difensore respinge, corto, il tiro la fortuna umana gli volge il sorriso e gli permette di sferzare la sfera depositandola in rete.

Questo, però, altro che non è il preludio a quanto avverrà non troppo tempo dopo.

Nella sempre ostica ed ostile terra sarda, la disfatta appare quasi inevitabile quando la Lazio pareggia scaduto il terzo minuto di recupero con il suo Panoramix, Luis Alberto.

L’indio, a quel punto, ridisegna i contorni della gravità legando l'istante all'eternità consegnandosi, così, al misticismo: è in mezzo all’area e, sul cross di Jony, prende posizione su Pisacane e segna di testa il gol vittoria.

La narrazione di quegli istanti, benchè possa apparire puro frutto del fato favorevole, è esaltazione del puro collettivismo: fitta trama di circolazione della palla e capacità quantitativa di tirare in porta (scopo del gioco, del resto) dall’interno dell’area di rigore fanno della Lazio un marchingegno degno del più noto orologiaio svizzero che esalta ogni suo singolo tassello.

"Aveva qualcosa di terrificante nello sguardo: l'innocenza" (Q - Luther Blisset)

Non si perda la memoria e il suono delle risate e delle urla, degli abbracci e delle preghiere, dell’amore e della sorte perché in esse vi è l’essenza di questo gioco.

Che le sorti della compravendita delle prestazioni sportive non dia adito all’oblio emozionale perché Caicedo rappresenta la collettività, la resistenza, la tenacia, lo spirito insurgente.

Caicedo è la nostra innocenza infantile: il sogno di poter bucare la rete così regalando la vittoria alla nostra squadra allo scadere dell'ultimo secondo utile perchè solo così diveniamo memoria collettiva per consegnarci all’immortalità.

Al termine di questo viaggio, mi si permetta di dire che se l’indio dovesse lasciare Roma di per certo troverete un tifoso triste ed orfano di un sorriso che rimanda alla propria innocenza e che gli permette di pacificarsi con questo calcio contemporaneo.


ULTIME CONSIDERAZIONI SPARSE

Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

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