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- di Antonio Torrisi

Meno retorica, più calcio


Persi tra un termine ad effetto e la bella storia di vita di un teen idol, abbiamo messo da parte i principi di una corretta comunicazione calcistica. Alla continua ricerca del compiacimento narrativo e non della sostanza sportiva.


Il fatto è che ci stiamo perdendo irrefrenabilmente in un mare di chiacchiere. E più ci dimeniamo, più scaviamo un solco irrecuperabile, in termini di distanze, nel fondale della retorica, stretti nella morsa della simpatia dotta, della sapientia prestata allo sport, tralasciando la sostanza, relegata al ruolo di sparring partner e dettaglio di un discorso ben più ampio e volto, a sua volta, al compiacimento e alla creazione di idoli.

Giocatori che, nella maggioranza dei casi, con un solo gol spostano i limiti del proprio cielo verso l’infinito, farcendo di speranze le premesse di una carriera ingiustamente e ingenerosamente segnata. Vittime di un errore formale, ma radicale, che coinvolge tanto i narratori calcistici quanto i fruitori delle storie che proprio non riescono a staccarsi di dosso la seconda pelle assetata di epica e imprese, più del necessario. Eventi che trascendono i contorni del normale realizzando la più profonda delle ambizioni relative all'illogicità.

LA CREAZIONE DI IDOLI

Musa Juwara è un ragazzo semplice. Chiede solo di giocare, dopo una vita già parecchio complicata: gestisce i suoi spazi, compreso quello tra campo e panchina. Terminata l’esperienza al Chievo passa al Bologna, e lì inizia a condividere momenti importanti con la prima squadra. Esordisce in rossoblù a febbraio, poi il lockdown, la ripresa e la partita di San Siro. Mihajlovic lo manda in campo al 65’, segna il momentaneo pareggio che propizia la rimonta finale. È arrivato in Italia con un barcone, e questo disegna le difficoltà del suo vissuto: ma di ciò, sul rettangolo verde, non v’è traccia.

Il momento più alto della retorica nella narrazione calcistica degli ultimi mesi

(Photo by Claudio Villa via Inter)

«Ha giocato cinque partite in Serie A, è entrato, ha fatto un gol. Voi giornalisti comunque non avete mezze misure. Ho visto anche oggi sui giornali, tutti i giornali, “Musa, Musa”. È una bella storia di vita, quello che ha fatto lui, ma non è una storia di calcio perché ha appena cominciato. Perciò fate di tutto per rovinare i ragazzi per farli diventare fenomeni dopo tre partite e poi non vedete l’ora di massacrarlo dopo. Lui deve stare con i piedi per terra, continuare ad allenarsi e quando avrà la possibilità, se avrà possibilità, speriamo che giochi e faccia vedere per quale motivo sta con la prima squadra, ma è un ragazzo molto giovane. Ha bisogno ancora di crescere molto. Sono contento perché è un bravo ragazzo, ma da questo a giocare titolare ne passa.»

(Un estratto della conferenza stampa di Sinisa Mihajlovic pre-Sassuolo)

In meno di un minuto, Sinisa il riformatore ha consegnato il più chiaro tra i messaggi teleologicamente orientati ad un corretto giornalismo, o alla sola trattazione sportiva scevra da qualsiasi forma di influenza della forma. Ineluttabile risveglio dal sonno della retorica che ci ha reso prigionieri delle belle storie, dopo aver barattato la concretezza sportiva.

Da giorni sappiamo anche che Andrea Pirlo è un misto tra Pep Guardiola e Jürgen Klopp, con una sfumatura del carattere di José Mourinho e con la lungimiranza di Alex Ferguson. Sappiamo che la sua Juventus giocherà di gran lunga meglio di quella dei suoi predecessori in panchina. E lo sappiamo per quell’irrefrenabile e spasmodica voglia di mettere l’accento su ogni definizione, abbellire il discorso sospendendo il tempo e lo spazio circostante, creando di conseguenza una realtà alternativa: conveniente, accogliente. Alienante.

Non notate anche voi una certa somiglianza con Guardiola?

E LA CONSEGUENTE CADUTA

Il tema relativo ad Andrea Pirlo è forse il più adatto per comprendere al meglio la degenerazione del racconto sportivo. L’annuncio del nuovo allenatore della Juventus ha segnato, tra le tante cose, la fine di quella parentesi del nostro calcio che faremmo meglio a dimenticare in fretta: il sarrismo. Non per colpa di Maurizio Sarri, professionista del settore molto più di chi scrive questo articolo e di chi parla di calcio al bar, ma per responsabilità condivise a metà tra la mole di aspettative di rivoluzione e la necessità di quest’ultima per rifondare i sogni, sfamare gli istinti repressi e aprire gli orizzonti di chi non riesce più a farsi bastare una vittoria per 1-0. Che, al termine della stagione, vale molto più di una sconfitta maturata mettendo in mostra il miglior calcio del pianeta. Ma, evidentemente, abbiamo del tutto dimenticato che l’obiettivo primario di una partita di pallone è il successo.

La vittima numero uno del Sarrismo: Maurizio Sarri.

Photo by Emilio Andreoli via Getty Images)

La fine del sarrismo porta con sé gli strascichi di una tradizione piuttosto recente che riguarda la creazione degli idoli da anteporre alle ambizioni territoriali, che ben si sposano con le frustrazioni del nostro Paese: non è facile sostenere l’efficacia del calcio italiano in un mondo che sa solo spalancare occhi e bocca di fronte al bello, che altro non è, spesso, che puro palleggio speculativo. Maurizio Sarri alla Juventus è durato quanto la stabilità delle relative aspettative: ed è forse questa la controindicazione peggiore di uno sport che non sa più raccontarsi sinceramente, ma solo con epiteti extradimensionali.

«Io penso di essere un giocatore normalissimo, non ho mai detto di essere un fuoriclasse. Siete voi che parlate di questo. Se devo essere un fuoriclasse ci vorrà tempo, e basta. […] Vi aspettate sempre cinque gol da Mario. […] Voi parlate sempre di Mario, Mario, Mario. Quando vince il Milan è bravo Mario e quando perde il Milan è colpa di Mario. [...] È bello dire così sempre, “è un patrimonio, è un patrimonio”, non serve a niente dire queste cose qua.»

(Mario Balotelli nel post partita di Roma-Milan 2-0, 25 aprile 2014)

Su Mario Balotelli si apre un capitolo infinito. Conosciamo il Mario-privato molto più del Mario-giocatore, e questo la dice lunga su quanto sia stato detto, fatto, scritto e disfatto da quando Balotelli ha posto le basi della sua carriera. Senza freni, né generosità: figuriamoci lucidità.

Balotelli ha mille difetti, ma perché sempre lui?

Alla domanda «Tu pensi veramente di essere un fuoriclasse?» posta da Zvonimir Boban dopo diverse critiche mosse al termine di Roma-Milan del 25 aprile del 2014, Mario risponde sviscerando il nocciolo della discussione italiana sul calcio, divenuto meta-calcio perché andato oltre la concezione puramente sportiva del tema.

Balotelli gioca male perché in una o più gare si trova in difficoltà per una serie infinita di motivi, dall’assetto tattico alle palle fornite dai compagni, dalla condizione fisica alla bravura degli avversari. O, più semplicemente, perché non è mai stato un top player. Elementi, questi, tutti trascurati a favore di ciò che va al di là: le aspettative sul suo conto maturate dai risultati all’Inter notoriamente contrastate da ciò che riguarda il suo privato. Il calcio ancora una volta mischiato e confuso con la vita, verso la distruzione. Che il discorso su Mario Balotelli vada oltre quanto appena scritto, affrontando temi fuorvianti e imprecisi da definire, è indubbio. Che, anche in minima parte, sia stato anche lui una vittima della chiacchiera anche.

VERSO IL META-CALCIO

Ciò che è riuscito a fare il meta-calcio è compiere l’impresa di rendere straordinari quegli aspetti del quotidiano che, pochi decenni fa, sarebbero rientrati di diritto nella categoria del normale, ribaltando persino i valori delle leggende. Altra controindicazione dell’eccessiva retorica prestata alla narrazione calcistica, questa: confondere storie di vita con storie di calcio, riabilitando le prime quando non esemplari.

George Best con gli anni è diventato un santo da prendere, appunto, come esempio. Delle sue frasi ed esperienze sono pieni i social: del suo gioco, salvo rare eccezioni, si racconta che semplicemente non voleva impegnarsi troppo. Di Diego Armando Maradona si ricordano le origini e l’estrema povertà della famiglia, aggiungendo di qua e di là un garra o un fútbol criollo che fanno sempre comodo alla narrazione, coprendo con un fitto velo la triste fine della sua carriera. Finché mischieremo storie di vita e storie di calcio il risultato sarà identico, in termini positivi come in quelli negativi.

Ritornando a Musa Juwara, il meta-calcio è riuscito, in maniera non necessaria, a ribaltare l’ordine degli eventi a San Siro. Nei minuti finali e nel post della gara tra Inter e Bologna il fulcro del discorso si è spostato unicamente sullo sbarco in Sicilia del 2016, sulle difficoltà di un vissuto in salita e sulla gavetta da immigrato.

Questioni normali, tutto fuorché straordinarie, se non comuni da anni, in Italia come in altri paesi: basta dare uno sguardo ai settori giovanili di tutti i club professionistici per rendersene conto. In questo modo perde senso tutto il resto: quanto riguarda la tecnica e il gioco viene relegato al ruolo di dettaglio di uno spettacolo che non riguarda più lo sport in sé. Se vi chiedessimo di descriverci il gol di Juwara senza doverlo riguardare su Youtube, sapreste farlo?

No? Vi aiutiamo, dai.

Tutto ciò ben si sposa con la necessità di sfornare teen idol, di cui si è spesso parlato. Il tema è serio e altro non è che la terza controindicazione della trattazione.

Ci si può fermare alla sola narrazione dei gol di Erling Haaland, del suo fisico e delle sue potenzialità esclusivamente in relazione al campo, senza dover per forza disegnargli addosso l’abito dell’antidivo (termine realmente usato sul web) per una o due foto da boscaiolo o contadino postate su Instagram? Possiamo, volgendo uno sguardo al passato, discutere del calcio di Christian Vieri e di quanto questo fosse funzionale ai compagni, senza dover ricordare questa o l’altra impresa da bomber (sorvoliamo sull'utilizzo del termine bomber)? Forse siamo stati semplicemente abituati male. Persino i videogiochi ridono in faccia al concetto di calcio (basti pensare alla copertina di FIFA 21, un collage di foto del modello d’alta moda, più che giocatore, Kylian Mbappé), disegnando mestamente il futuro di uno sport semplice con la metafora non necessaria di un’opera che ha bisogno di trama e non di gameplay.

Mbappé posa per la copertina di FIFA 21.

MENO RETORICA, PIÙ CALCIO

«L’ἀδολεσχὶα è una maniera di parlare a vanvera facendo uso di termini altisonanti e sconsiderati, e l’ἀδολέσχης è, per esempio, uno che si comporta in questo modo: si siede vicino a una persona che non conosce affatto [ad esempio in treno, o da qualche altra parte], e gli sciorina un lungo panegirico della propria moglie, oppure gli racconta che cosa ha sognato la notte, o elenca minuziosamente che cosa c’era oggi a pranzo […].»

(Teofrasto, Caratteri, 3)

Il rischio più grande è quello di riscoprirci sofisti del calcio, quelli col vizio della forma e non della sostanza. Mercanti e venditori di sogni preconfezionati per chi vuole sfoggiare in un simposio termini stranieri sofisticati che si intrecciano alla cultura di un popolo: più che semplici chiacchieroni, che altro non sono che l’ἀδολέσχης di Teofrasto. Sofisti del calcio: artisti della parola, ma fine a se stessa.

Parliamo un po’ di tattica, della cura atletica, del gesto tecnico: saziamoci della pura materia di questo sport. Discutiamo degli effetti che questo ha sulla società, in termini pratici, ma non partendo dalle premesse: un’analisi è analisi se non aprioristica. Lasciamo da parte la nostalgia: coltiviamola in privato, semmai. Soddisfiamo la nostra sete di curiosità sul quotidiano dei professionisti, ma non confondiamolo con il gioco.

Facciamo quanto ben fatto nel racconto della mezza impresa calcistica dell'Atalanta, citiamo il gap economico con il PSG, ammettiamo gli errori di Gasperini, diamo il giusto spazio a Josip Ilicic. Insomma, discutiamo di sport.

"Meno retorica, più calcio" potrebbe essere il titolo della prossima biografia di Massimiliano Allegri.

Photo by Miguel Medina via AFP PHOTO.

«Il calcio non è solo fatto di teoria, ma è anche pratica. Son cresciuto fortunatamente e calcisticamente con Galeone che mi ha insegnato la molta semplicità nello spiegare le cose, e invece qui vi sento, dio santo, come se in una partita di calcio bisogna mandare i missili sulla luna. […] Quello che voglio dire io, e vedo che purtroppo è una battaglia persa, è che si riduce il calcio a delle robe… nel calcio ci sono mille elementi imponderabili.»

(Massimiliano Allegri nel post partita di Juventus-Milan 4-0, finale di Coppa Italia del 9 maggio 2018)

Questo, però, è anche e soprattutto un discorso che trascende i confini della categoria giornalistica. È un discorso di tutti, se è vero che il calcio è un prodotto dell’uomo. È un discorso che riguarda persino il vicino di casa che, per iniziare un dialogo, ti parla del tatuaggio sulla schiena di Zlatan Ibrahimovic e dei like social alla Leotta. E di Andrea Pirlo, del suo essere un misto tra Guardiola e Klopp e di come giocherà la sua Juventus. Per lui, sicuramente meglio delle altre.


 

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Giornalista pubblicista classe '94 a metà tra filosofo e sofista. Fautore del calcio come "prodotto sociale", si appassiona al mondo del giornalismo sportivo sin da piccolo, seguendo le telecronache in TV e intervistando i parenti. Vive costantemente tra microfono, cuffia e tastiera, alla ricerca di storie da raccontare.

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