Interventi a gamba tesa

Lagrimas de Oro


Lei si recò dal magnanimo Odisseo, la ninfa possente, 150 quando ebbe udito il messaggio di Zeus. Lo trovò seduto sul lido: i suoi occhi non erano mai asciutti di lacrime, passava la dolce vita piangendo il ritorno, perché ormai non gli piaceva la ninfa. Certo la notte dormiva, anche per forza, 155 nelle cave spelonche, senza voglia, con lei che voleva; ma il giorno, seduto sugli scogli e sul lido, lacerandosi l’animo con lacrime, lamenti e dolori, guardava piangendo il mare infecondo(Odissea, V, 149-224).

Quando entra, quindi, in scena lo spietato guerriero, l’intrepido viaggiatore egli ha gli occhi pieni di lacrime.

I The Cure, non troppo tempo fa, scrivevano: “I tried to laugh about it/Cover it all up with lies/I tried to laugh about it/Hiding the tears in my eyes/’Cause boys don’t cry”.


Lei è di quelli che credono che noi ricchi non abbiamo sentimenti.”

Li avete. Ma meno drammatici. Le vostre sofferenze vi costano meno o le pagate meno

(Manuel Vazquez Montalbàn, I mari del Sud)

C’è un filo rosso che lega Omero a Robert Smith ed è quello che vuole il maschio, l’eroe senza esitazioni, senza incertezze e, men che meno, senza lacrime che gli possano in alcun modo solcare le gote. Queste, infatti, potrebbero lasciar intendere di una sua certa inclinazione alla debolezza che mal si concilia con quello che il pensiero patriarcale ha riservato per lui: l’essere capo branco.

Come sappiamo, però, questa particolare visione della realtà, della quale siamo stati imbevuti sin da piccoli, è solo una stortura e il Fùtbol ci fornisce esempi di eroi che, spesso, abbiamo visto lacrimare ed al fianco dei quali anche noi tifosi ci siamo uniti in pianti strazianti.

Cela la faccia a non veder l’amara luce”. Con questa frase di Saba mi viene immediatamente alla mente la schiena inarcata e le mani al volto di un giocatore che non avrei mai pensato di vedere straziato dalle lacrime: Franco Baresi.

Pasadena, Stati Uniti. Caldo infernale. Il Rose Bowl è strapieno perché sul prato verde si stanno per affrontare due nazionali i cui precedenti rendono la partita un vero clasico mundial: Italia -Brasile.

Gli azzurri sono ai minimi termini come condizione fisica e, nonostante una buona panchina, il profeta di Fusignano (al secolo Arrigo Sacchi) non intende modificare l’11 titolare.

Unica, seppur parziale, modifica è l’inatteso e quasi miracoloso rientro di Franco Baresi che, dopo appena circa 25 giorni dall’infortunio al menisco, parte immediatamente titolare.

Il vecchio eroe era tornato senza calcolare molto bene la pericolosità dell’avversario, e certamente senza conoscere esattamente il volume delle sue forze.

Per i centoventi minuti della finale aveva varcato le soglie dell’essere umano, con le sue ancor fresche ferite, fermando il beffardo logorio del tempo, per varcare quelle della leggendario.

Solo per un momento abbiamo visto la sua umanità trapelare dal volto, un volto che Sergio Leone avrebbe di per certo apprezzato poiché poco incline ad espressioni emozionali e solcato dall’aratro del tempo, e fu quando aveva ceduto al dolore dei crampi. Un malessere, s’immagina, che, per far schiudere le labbra sempre serrate, doveva essere davvero forte.

In silenzio, come sempre, ma dieci minuti dopo era lì, davanti a Taffarell, primo vero ultimo-difensore moderno della Selecao, pronto a porre sul dischetto una vera e propria palla medica in quello che è di per certo il tiro più delicato nella roulette dei rigori che decidono il titolo mondiale più importante dell’universo calcistico.

Un gioco di sguardi con l’estremo difensore verdeoro meritevole di un piano sequenza Leoniano. La rincorsa. Breve. L’impatto del piede col pallone che va a disegnare una linea retta e beffarda. la traiettoria del pallone sfiora il palo bianco e si perde nell’aria infuocata e malsana aria pasadinense. La sfera di cuoio si allontana nel cielo mentre sulla terra giace Franco Baresi.

L’uomo smarrito. Il vuoto nello sguardo. Riguadagna il centro del campo, con la sola, innaturale, speranza che altri rimedino al suo errore.

La storia, però, ci racconta che così non sarà.

E allora piange. Piange sulle spalle di Riva e poi su quelle di Sacchi. Piange. Non è più il Capitano, ma l’uomo che, come Odisseo, abbandona i panni dell’ineffabile eroe per vestire quelli mortali dell’essere umano.

Altre lacrime, altro stadio, altre atmosfere, ma la stessa umanità di fondo. Giuliano Fiorini.

60.000 persone esauste, stremate, felici, piangenti. Sul campo le copiose lacrime di un giocatore per quello che è il gol più pesante della sua carriera.

Parliamo di Giuliano Fiorini e del suo gol contro il Vicenza.

Lui un anarchico, ama il suo stile di vita gaudente e rifugge un’esistenza fatta di regole fuori e dento il campo.

Questa è la storia di un intero popolo, di una squadra, di un fùtbolista che nello spazio di pochi secondi vede compiersi dinanzi ai propri occhi la resurrezione.

Serie B, un campionato ostico, intenso, feroce, spietato.

Una squadra impaurita all’inizio e con un fardello che, a detti dei più illustri osservatori, pareva insostenibile: -9 sin dall’apertura della stagione nella quale, occorre ricordare, ogni vittoria ne valeva 2.

La Lazio non domina, anzi balbetta ed è sull’orlo del tracollo nervoso e di classifica.

In molti giurano, come per Lockness, di aver visto la sagoma della serie C serpeggiare su la cancha dell’Olimpico.

It’s time for strong spirits”, recitava una voce di sottofondo di un commentatore britannico, ed è qui che Eugenio Fascetti, allora allenatore dei biancocelesti, arringa la squadra con poche ma pesanti parole che nell’animo dei calciatori si intagliano: Chi vuole andare, vada. Ma chi decide di restare, dia il massimo e non ne parli più. Giuliano Fiorini, allora, si alza e, per primo dice: “Io resto, qualunque cosa succeda”. Si porta dietro tutti.

E Giuliano sposa una causa che arriva ai confini dell’ideale.

21 giugno 1987, ultima giornata e all’Olimpico c’è il Vicenza. I biancorossi non possono perdere perché scenderebbero in serie C.

Dall’altro lato un pareggio non eviterebbe la retrocessione alla Lazio.

Ennio Dal Bianco, portiere in seconda e sino ad allora sconosciuto a chi non avesse una certa passione per le serie dilettantistiche venete, pare Jasin.

La Lazio si getta all’assalto “all’arma bianca” della porta biancorossa per segnare quel gol che significherebbe “sopravvivenza”. Ma, come detto, Dal Bianco alle conclusioni degli attaccanti avversari risponde con veri e propri prodigi.

L’inevitabile trascorrere dei minuti riesce a far affievolire la speranza dei 60.000 accorsi. Una nuova consapevolezza assale gli spettatori: la serie C e, con essa, forse alla fine di una storia durata 87 anni.

Mancano sette minuti al termine dei 90 regolamentari. Cross dalla trequarti di Acerbis.

Respinge la difesa del Vicenza ma non riesce a liberare.

In posizione centrale recupera palla Esposito che cede a Podavini.

Il terzino dai 20 metri tenta la conclusione.

Ne viene fuori un tiro debole e sbilenco che si trasforma in un assist per Fiorini.

Il centravanti arpiona il pallone e con uno stop di tacco orientato si libera del diretto marcatore.

Dal Bianco accenna all’uscita.

Fiorini allunga la gamba e anticipa, con la punta del piede, l’estremo difensore che, a questo punto, non può nulla.

Lacrime.

Solo lacrime.

Uomini e donne che piangono come bambini.

Bambini che, a loro volta, rimangono quasi increduli dinanzi a quella regressione genitoriale.

La corsa di Fiorini sotto la Nord in lacrime.

Altro stadio. Altra leggenda, altre lacrime.

Buenos Aires, Novembre. A La Bombonera, palcoscenico de Los Xeneises (il Boca Juniors), va in scena l’atto finale della carriera di un giocatore che ha saputo travalicare l’umano nell’immaginario collettivo per arrivare a divenire icona divina. Maradona.

La partita, Argentina – Resto del Mondo (finita 6 a 3), è del tutto ininfluente perché Diego, al termine parla, molto e di tanto. Ma non sono i classici riconoscimenti a segnare questo discorso bensì un suo passaggio specifico durante il quale Maradona dice: El futbol es el deporte mas lindo y mas sano del mundo. Porque si se equivoque uno, no tiene que pagar el futbol. Yo me equivoqué y pagué – pero la pelota no se mancha (Il Calcio è lo sport più pulito e sano del mondo. Perchè se sbaglia uno, non deve pagare il Calcio. Mi sono sbagliato ed ho pagato – però il Pallone non si sporca – t.d.a.).

Ed è alla fine di questa frase che la sua aura di trascendenza per un momento svanisce e il divino divine realmente umano, perché condensa la sua storia professionale ed umana. Un percorso che ha portato il piccolo pelusa dalla periferia povera e abbandonata della capitale argentina ad essere il miglior giocatore che il Pallone abbia mai avuto. Che ha visto quel mondo che lo adorava stringerlo in un abbraccio soffocante e mortale, che ha sentito il mondo del calcio farsi beffe di lui dopo averlo completamente prosciugato.

In quelle lacrime, nella gestualità con la quale pare volersi proteggere ed allo stesso tempo voler stringere tutto quello che ha attorno a sé si celano gli errori, i sensi di colpa, l’amarezza di chi umanamente si è lasciato guidare dall’istinto, seguendo il crescere del pathos senza mai dargli un argine razionale.

Le lacrime d’oro, di cui le storie sopraccitate sono solo un piccolo spaccato rispetto alla vastità di episodi similari, in ogni caso ci mostrano l’umanità di chi, spesso, non ci appare umano per prestanza atletica, per conto corrente, per fama e di cui osserviamo spesso la freddezza e ne rimproveriamo il distaccamento. Per molti assurgono all’eroismo, al prototipo di maschio disegnato dal pensiero patriarcale e quindi capofila da cui si attende la linea d’azione.

Quando, però, li si osserva piangere, d’improvviso il velo del pensiero unico cade e viene svelata la fragilità che li fa tornare nostri simili.


40 anni. Vivo a Bologna da 22 anni, sono pugliese di nascita ma con influenze genetiche sia napoletane che romane. Amo il Gioco del Fùtbol in tutte le sue nuance, tifo Lazio, ma le mie prime esperienze allo stadio sono state allo Zaccheria a seguire il Foggia di Zeman e, per influenze paterne, ho vissuto l'epopea del Napoli di Maradona a cui, emotivamente, sono legato. Amante della settima arte e della saga di Pepe Carvalho, nonchè di tutta la letteratura sudamericana, specialmente quella legata al Gioco (Soriano&Co.)