Interventi a gamba tesa

Rafael Leao continua a dribblare

Rafael Leao Milan

Photo by Marco Luzzani/Getty Images


Come il calabrone, che non sa di essere troppo pesante per volare e quindi continua a farlo, anche Rafael Leao sembra voler continuare eroicamente a dribblare in un calcio radicalmente cambiato, forse in peggio.


L’ex allenatore di Serie A e della nazionale Roberto Donadoni aveva le idee chiare su cosa fosse un dribbling quando nell’anno 2001-2002 otteneva il suo patentino da allenatore al termine del corso a Coverciano. La sua tesi, incentrata appunto su questo fondamentale del calcio, iniziava spiegando:

“Il dribbling è un’azione individuale che si compie in fase di possesso palla”.

Il dribbling è quindi un’azione individuale, e ciò è abbastanza lampante. Infatti non esiste un dribbling “di squadra”. Nonostante il calcio sia uno sport di squadra durante un dribbling i nove giocatori di campo non impegnati nell’azione sono dei puri spettatori. Donadoni va avanti descrivendo poi nuovamente il dribbling, questa volta però considerandolo come “capacità”:

“Il dribbling è la capacità di superare con palla l’avversario e rappresenta una soluzione che, quando riesce, dà un vantaggio immediato: la palla libera e la superiorità numerica; perciò si tratta di un’azione tecnico tattica individuale che ha grande effetto ed incisività sulla tattica collettiva”.

Il dribbling è dunque, stando a quanto dissertato da Donadoni, un’azione individuale e insieme una capacità. Può essere al servizio della squadra a patto che l’azione vada a buon fine, e per andare a buon fine deve essere presente nel calciatore che effettua il tentativo una capacità, ovvero appunto la capacità di dribblare.

Roberto Donadoni che, tra le altre cose, è stato un vero e proprio maestro del dribbling

Non si dribbla più

Quando Fabio Capello in un’intervista al Corriere dello Sport del 2019 manifestò la propria indignazione verso un calcio che sembrava aver scordato il dribbling, ne fece, come Donadoni, una questione di capacità:

“Non si dribbla più. Sa perché? Non lo sa fare più nessuno. A forza di passarla indietro… Il passaggio corto di cinque metri, dieci metri, è molto più facile. Toglie responsabilità. Se la giochi di lato, sembri più bravo. Ci sono meno movimenti da fare. Quando leggo nei numeri delle partite che un difensore centrale ha toccato il pallone più di un attaccante, in certi casi anche cento volte, io penso che in quella squadra c’è qualcosa che non funziona”.

E quando l’intervistatore chiese chiarimenti sul perché il modello di gioco che non contempla il dribbling fosse divenuto “egemone”, Capello tirò in ballo un’altra capacità, quella di capire il calcio propria dei suoi colleghi. A suo avviso, infatti, un calcio senza dribbling manifestava una “debolezza”.

Perché secondo lei si è diffuso questo modello di gioco fino a diventare egemone?
“Perché i miei colleghi non l’hanno capito. Lo hanno frainteso. Hanno pensato che fosse il calcio del futuro. Invece conteneva una debolezza”
(Capello, lo scudetto, il calcio italiano, su Corriere dello sport-Stadio)

Secondo l’ex allenatore (tra le altre) di Roma, Juventus e Real Madrid dunque i calciatori di oggi sono sempre meno in grado di dribblare perché starebbero perdendo questa capacità per colpa di un modello di gioco diffuso ovunque che preferisce il passaggio corto al dribbling. In questo senso la capacità di dribblare può essere intesa come una sorta di tratto genetico destinato a scomparire, così come accade in natura con le caratteristiche fisiche non funzionali alla sopravvivenza dell’individuo.
Questa teoria “della selezione naturale”, ancora implicita nelle parole di Capello, viene esplicitata da Fabrizio Bocca, caporedattore e inviato di Repubblica, nel suo blog ospitato da Repubblica.it, precisamente in un post del febbraio 2018. Bocca scrive di aver appena letto uno studio di Cies-Opta Pro sui migliori dribblatori dei cinque principali campionati europei, ed esprime la propria preoccupazione per aver incontrato tra i cento nomi dei migliori dribblatori solo due italiani: Simone Verdi e Marco Verratti.

Temo che stiamo perdendo la conoscenza e la cultura dell’arte del dribbling. A furia di inquadrare talenti dentro gli schemi, abbiamo condizionato e modificato geneticamente la discendenza di giocatori come Conti, Causio, Baggio, Zola, Totti e chi più ne ha più ne metta. Il dribbling, che poi è la maniera più semplice e coraggiosa di arrivare in porta, è ormai un’arte perduta. Sacrificata in nome di schemi assurdi, e che se non hai giocatori del genere difficilmente ti faranno vincere.
(Fabrizio Bocca dal suo blog su Repubblica.it, Lunedì 26 febbraio 2018)

Il giornalista di Repubblica parla apertamente di “modifica genetica della discendenza”, e del dribbling come di un'”arte sacrificata in nome di schemi assurdi“. Sembra riproporre quindi in toto la “teoria” di Capello: i sistemi di gioco odierni non prevedono il dribbling e quindi i calciatori con la capacità di dribblare sono sempre meno.

L’egemonia del passaggio e del possesso palla

Bocca aggiunge però qualcosa in più: parla di una “cultura del dribbling”, anch’essa destinata a perdersi. Mi sembra che questa affermazione faccia il paio con ciò che l’intervistatore di Capello dà per scontato, ovvero che il modello di gioco che non prevede il dribbling sia oggi “egemone”. Da Wikipedia:

“l’egemonia culturale è un concetto che indica le varie forme di «dominio» culturale e/o di «direzione intellettuale e morale» da parte di un gruppo o di una classe che sia in grado di imporre ad altri gruppi, attraverso pratiche quotidiane e credenze condivise, i propri punti di vista fino alla loro interiorizzazione, creando i presupposti per un complesso sistema di controllo. L’analisi dell’egemonia culturale, anche in quanto distinta dal mero dominio, è stata formulata per la prima volta da Antono Gramsci.”

Forse è azzardato scomodare il pensiero gramsciano, ma proviamo per un attimo a far coincidere la “classe dominante” della definizione sovrastante con i “teorici del calcio”, ovvero allenatori, match analyst e giornalisti, e il gruppo al quale è imposto il punto di vista dominante con “i calciatori”. La definizione di egemonia culturale esplicita come questa sia composta da credenze interiorizzate dalle persone che ci entrano in contatto: nel nostro caso, un calciatore allenato da uno staff che ha fatto sua la cultura del passaggio anziché quella del dribbling dovrebbe interiorizzare il rigetto verso quest’ultimo.

In questo senso forse possiamo interpretare le parole del famoso fantasista francese Antoine Griezmann, oggi in forza al Barcellona, che in un’intervista occorsa durante un evento del brand Puma l’anno scorso ha raccontato alle telecamere quale pensa sia il fondamentale che caratterizza meno il suo modo di giocare:

“Non sono capace a dribblare. Preferisco toccare una o due volte il pallone in velocità, mi piace perché so sempre dove finirà e posso tirare in porta”.

Griezmann ha espresso con sincerità il suo rigetto, e ciononostante è uno dei fantasisti più quotati degli ultimi anni, terzo nella classifica finale del Pallone d’Oro 2018. La dichiarazione non ha stupito l’opinione pubblica, nonostante il ruolo sul campo di Griezmann sia proprio quello che storicamente nel calcio è stato più imperniato sul fondamentale del dribbling.
Ciò che fa propendere verso la conferma dell’esistenza di un modello egemonico di calcio che oggi rifiuta il dribbling, non è il fatto che un fantasista francese non sappia dribblare: si potrebbe affermare infatti che nella storia del calcio moltissimi calciatori non hanno avuto la capacità di dribblare, anche se ricoprivano ruoli offensivi. Ciò che conferma invece che esiste oggi un modello di calcio egemonico che esclude il dribbling, è che un giocatore di tale fama e ricoprente quel ruolo non abbia avuto alcuna remora nel dire pubblicamente di non saper dribblare. La spigliatezza di Griezmann e la mancanza di una reazione di stupore da parte dell’opinione pubblica ha così confermato che il dribbling non fa più parte dalle caratteristiche basiche richieste a un giocatore offensivo.

Non è ancora perfettamente chiaro come ciò si potuto accadere, ma oggi sembra un fatto acclarato. L’evitabilità del dribbling è uno dei fondamenti del cosiddetto “calcio del futuro”, che a partire dall’epopea del Barcellona di Guardiola è unanimemente considerato come basato sul predominio nel possesso palla. Un articolo di pochi mesi fa uscito su rivistaundici mi ha colpito particolarmente definendo l’abilità di trattenere la sfera per più tempo dell’avversario come “l’anima del calcio moderno”. In questo articolo il possesso palla viene descritto come: A) Una soluzione per vincere che rimpiazza nell’economia del gioco la qualità dei giocatori. Tant’è che l’autore arriva a dire che il possesso palla è come lo scheletro di un corpo umano, e poi starà all’allenatore metterci intorno la carne che desidera. B) Una soluzione “statistica”: più si ha la palla più è alta la probabilità di costruire azioni da gol.

Una verità “matematica” secondo l’autore, che a ben vedere è però forse illusoria. Da una verità “matematica” (così viene presentata nell’articolo) infatti ci si aspetta l’inattaccabilità, eppure, partendo dal presupposto che basti tenere palla più tempo delle altre squadre per avere più possibilità di segnare e quindi di vincere, tenere per tutta la partita la palla nella propria metà campo facendola triangolare tra difensori e centrocampisti potrebbe portare a risultati non soddisfacenti.

Sembra una banalità ma a giudicare dalla sorpresa con la quale vengono accolte alcune “imprese” sportive degli ultimi anni non è così: basti pensare all’eroicità attribuita all’Inter che ha sconfitto nella doppia semifinale del 2010 il Barcellona nonostante in entrambe le sfide abbia tenuto meno il pallone degli avversari, o il Real Madrid di Carlo Ancelotti che batte il Bayern Monaco nella semifinale di Champions del 2014 vincendo l’andata 1-0 nonostante il 63 per cento di possesso palla dei bavaresi e il ritorno 0-4 nonostante il 64% di possesso degli avversari.
Nel caso dell’inter di Mourinho si parlò di “catenaccio”, degradando così lo stile di gioco dei nerazzurri a una pura formula reattiva, priva di estro e costruzione. Nel caso invece del tonfo del Bayern Monaco del 2014 qualcuno azzardò analisi meno superficiali, parlando sommessamente della fine della cosiddetta epoca del tiki taka, il modello di “bel gioco” spagnolo che ha concorso notevolmente ad accrescere la convinzione dell’evitabilità del dribbling: i giocatori di Barcellona, Spagna e Bayern Monaco in quegli anni effettuarono passaggi con una continuità e un’intensità mai viste prima di allora.

Uno dei più grandi giornalisti contemporanei, Jonathan Wilson del Guardian, scrisse subito dopo il tracollo del Bayern del 2014 un articolo nel quale si chiedeva se non fosse arrivata la fine di quel modello, a suo avviso erroneamente accostato al calcio totale olandese:

Anche se il tiki-taka condivide con il calcio totale la difesa alta, i ruoli intercambiabili e la sensazione che il gioco possa essere controllato tramite il possesso palla, le sue caratteristiche sono molto poco “totali”: tutto viene sublimato nel passaggio. La punta diviene un falso nove per far sì che sia più grande la fluidità di movimento e ci siano angolazioni addizionali per mantenere la palla in movimento; i terzini giocano più in avanti che mai; i centrocampisti giocano in difesa perché sono abili nel passaggio; addirittura il portiere deve essere abile nel giocare la palla da dietro.

Jonathan Wilson si chiese così se fosse finito il tempo del tiki-taka, senza azzardare una risposta. Oggi dopo sei anni da quell’articolo possiamo dire che quel particolare modello di gioco è forse tramontato, e viene per lo più considerato il prodotto di un’eccezionale concentrazione di giocatori con caratteristiche simili nel Barcellona e nella Spagna di quegli anni. Ma quanto al predominio del passaggio e all’associazione tra possesso palla e bel gioco siamo sicuri che un’epoca sia davvero finita? Basta restare in Italia per notare come il gioco della Juve di Allegri, di certo non basato su una quantità incredibile di passaggi, sia stato bollato spesso come “brutto”, mentre il gioco di Sarri prima all’Empoli e poi al Napoli venga ancora oggi riconosciuto come una delle massime espressioni del gioco in Italia negli ultimi anni. Eppure sia quell’Empoli che quel Napoli non dribblavano affatto: il gol veniva ricercato da entrambe le compagini metodicamente, tramite una fitta rete di passaggi brevi.

Torniamo così alle considerazioni di Capello, che nel 2018 come abbiamo visto elegge “nemici del dribbling” i “passaggi corti di 5 metri e 10 metri”: c’è la sensazione che nonostante il tiki-taka venga considerato difficilmente riproponibile in svariati ambienti, la “cultura del passaggio” e quindi dell’organizzazione collettiva sia ancora dominante nei discorsi inerenti il modo migliore di giocare a calcio. Ad oggi insomma il bel gioco di una squadra non viene associato al dribbling. D’altronde chi ha giocato a calcio sa che quando si è in possesso palla nel corso di un’azione offensiva le alternative di un calciatore sono sempre e solo due: passare o dribblare, a meno che la porta non sia vicina e quindi sia già possibile tirare. Considerando dunque il fondamentale del passaggio e quello del dribbling come alternativi, possiamo comprendere quanto Capello avesse già centrato la questione, pur senza servirsi delle argomentazioni di questo articolo.

Sì ma…

Cosa c’entra in tutto questo Rafael Leao? Vi chiederete arrivati a questo punto del testo.

Eh già, perché il titolo di questo articolo è “Rafael Leao continua a dribblare” e invece finora del ragazzo portoghese arrivato quest’anno al Milan non è stato ancora detto nulla. Beh, cosa c’entri Leao con tutto questo discorso è semplice e allo stesso tempo complicatissimo, forse impossibile da capire in questo particolare momento storico.

Per dirla senza giri di parole… Il fatto è che Rafael Leao dall’inizio di questa stagione, in barba a possibili egemonie culturali e altri paroloni difficili, ogni volta che ne ha l’occasione prende semplicemente la palla fra i piedi e dribbla, continua a dribblare, poi dribbla e dribbla ancora. Dribbla come un pazzo.

Perché Leao dribbla ancora?

Lo scrittore francese Olivier Guez, nel suo Elogio della finta parla del dribbling come di un’arte dell’elusione, e soprattutto lo ritiene una specialità brasiliana. Sono innumerevoli i calciatori brasiliani che hanno fatto di questo fondamentale il proprio marchio di fabbrica: dall’uccellino Garrincha, uno che dribblava spesso anche verso la propria porta, a Ronaldinho, il gaucho che nelle partite del Barcellona dedicava almeno quindici minuti a partita a mandare a vuoto gli avversari, qualche stagione prima dell’arrivo di Guardiola e del tiki-taka.

La copertina di Elogio della finta, di Olivier Guez

Immaginiamo per un momento uno dei funamboli citati da Guez addormentarsi nella propria epoca e risvegliarsi un attimo prima di una partita nel nostro calcio. Immaginiamo Garrincha, ad esempio, svegliarsi in uno spogliatoio super accessoriato, mentre prende in mano scarpini che scopre con sorpresa essere incredibilmente leggeri. Parentesi: dire che Garrincha non brillasse per intelletto è un eufemismo: come è stato dichiarato da numerosi ex-compagni di squadra spesso l'”angelo dalle gambe storte” tornava negli spogliatoi al termine della partita e credeva si dovesse giocare ancora un tempo. In campo poi quasi non ragionava, era puro divertimento e infatti la sua figura è stata da molti sublimata a simbolo dell’istinto che prevale sulla ragione.

Ecco, la mia sensazione è che se uno come Garrincha dopo un lungo sonno di mezzo secolo si fosse svegliato un minuto prima di scendere in campo nuovamente, nonostante i rigidi dettami tattici che il nostro calcio impone avrebbe effettuato una partita molto simile a quella di Leao contro la Sampdoria nel penultimo turno di campionato, nella quale il portoghese circa il 50% delle volte in cui ha preso palla ha dribblato o ha provato a farlo.

La partita assurda di Leao contro la Sampdoria in cui dribbla continuamente

Chiaramente Rafael Leao non è Garrincha. Ha 21 anni e tutta una carriera davanti per dimostrare le sue doti, ma ciò che sorprende maggiormente vedendolo giocare è il suo dribbling continuo e assolutamente anacronistico.
Rafael Leao sembra essere stato ibernato a lungo prima di svegliarsi nelle giovanili dello Sporting Lisbona non molti anni fa. Credo si sia svegliato di colpo proprio come la co-protagonista del celebre film tedesco Goodbye, Lenin! (Germania, 2003), nel quale viene raccontata la storia di una donna della Germania dell’est entrata in coma poco prima della caduta del muro di Berlino e risvegliatasi in un paese che ha rinnegato gli ideali socialisti.

Ma la mamma non si svegliava. [..] Neppure le soavi note del concerto tenutosi davanti al municipio di Berlino Ovest la svegliarono. Né si accorse della compravendita di mattoni usati più lucrosa della storia.
(Dal film: Goodbye, Lenin! Germania, 2003)

Rafael Leao sembra essersi appena svegliato in un calcio che non accetta un calciatore della sua fattura, un calcio nel quale le uscite e i disimpegni si provano migliaia di volte in allenamento e il collettivo è sempre più importante del singolo.
Se abbiamo voglia di fantasticare possiamo immaginarlo, da bambino, ricevere i copiosi rimproveri dei suoi allenatori. Perché la prima cosa che si insegna ai bambini nelle scuole calcio di oggi è di non essere egoisti, e che c’è sempre un compagnuccio posizionato meglio di te che può ricevere un comodo passaggio.

Eppure, fin dalle giovanili, Leao prende la palla e dribbla.

Rafael Leao nelle giovanili dello Sporting Lisbona

Arriva al Milan la scorsa estate, con sulle spalle il peso di ben 35 milioni pagati per il suo cartellino, e di lui si iniziano a dire grandi cose in quel di Milanello. A tutti, fin dalle prime apparizioni in amichevole, sembra un piccolo crack, mentre Giampaolo smorzerà subito gli entusiasmi dichiarando dopo la prima amichevole contro la squadra kosovara del Feronikeli:

“l’istinto di Leao va bene, ma bisogna anche essere ordinati”

Al termine del campionato Leao ha collezionato solo 12 presenze da titolare, subentrando però quasi sempre nelle altre gare. La sua può essere definita come una stagione interlocutoria, nella quale ha dato sfoggio di grandi capacità ma, complice il poco spazio avuto, ha dato anche l’impressione di essere poco continuo.

La sua prima stagione in Italia trova comunque il suo momento catartico già il 29 settembre, quando nei minuti finali di una partita persa malamente dal Milan contro la Fiorentina firma forse il più anacronistico dei gol in Serie A degli ultimi dieci anni… Praticamente dribbla semplicemente tutti e poi tira.

Il primo gol di Leao con la maglia del Milan contro la Fiorentina

Primo gol di Leao in campionato, e gol della consolazione per i tifosi del Milan, ma si potrebbe in generale definire un gol della consolazione per tutti gli appassionati di calcio che non si arrendono a concepire la mancanza nel gioco dell’arte elusoria di cui parla Guez.

Forse ancor più che la co-protagonista di Goodbye, Lenin! però è un altro personaggio, questa volta storico, a racchiudere in sé l’essenza dello stile di gioco di Leao: Hiroo Onoda, l’ultimo militare giapponese ad arrendersi nel 1974 ai combattenti nemici nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Avete letto bene: la resa di Onoda avviene nel 1974, perché è solo in quell’anno che per lui termina il conflitto. Prima di allora, il militare giapponese era sopravvissuto ai potenziali attacchi di nemici inesistenti nascondendosi nella giungla dell’isola filippina di Lubang, e di fatto non ha mai perso alcuna battaglia, perché nel 1974 le autorità lo hanno semplicemente arrestato perché si rifiutava di credere che la guerra fosse finita quasi trent’anni prima.

La fine del dribbling può essere considerata come la fine del duello individuale in campo. In un calcio che già da tempo ha rinunciato alla marcatura a uomo e ha abbracciato la difesa di posizione, continuare a dribblare ha quindi qualcosa di fascinoso e folle, proprio come le gesta di Onoda. La “responsabilità del dribbling” di cui parla Capello e “il coraggio” insito nella giocata di cui parla Bocca, concorrono dunque a tratteggiare il dribblatore Leao come una figura quasi eroica. Una sorta di spadaccino che non vuole smettere di sfidare gli altri a duello, o forse, addirittura, non può.

La possibile spiegazione genetica

Stando alle teorie di Capello e Bocca oggi un calciatore così “portato” per il dribbling non dovrebbe esistere. L’evoluzione del calcio avrebbe dovuto operare la sua selezione e farlo fuori dai palcoscenici che contano già anni fa.
Provando però a trovare una spiegazione allo stile di gioco di Leao non si può fare a meno di notare che il portoghese non agisce per spirito di rivalsa o per opporsi a verità tattiche che crede errate… Leao dribbla semplicemente perché dribblare fa parte della sua indole.

Potremmo quindi trovare, con un po’ di fantasia, una spiegazione genetica al dilemma.

Rafael Leao nasce ad Almada, nel distretto di Setùbal, da genitori angolani. Potrebbe sembrare un particolare irrilevante in un contesto come quello europeo nel quale i giocatori hanno le più varie discendenze ma in campo tendono sempre più ad assomigliarsi, ma non lo è se l’Angola è storicamente uno dei paesi che più ha influenzato la nascita del dribbling.
Eh sì, perché il dribbling è una specialità brasiliana, certo, ma come dice Guez diventa tale proprio per le particolari condizioni socio-antropologiche di questo paese agli inizi del 900. Breve accenno storico: nel 1500 Cabral arriva in Brasile e dà il via al colonialismo portoghese. Nel periodo delle tratte il Brasile sarà il paese di destinazione di più di due milioni e mezzo di schiavi africani. La maggior parte di questi schiavi sarà di etnia Bantu, e, spesso, di origini angolane.
Ciò che ci interessa sottolineare è che gli angolani portano in Brasile il loro stile di vita e la loro cultura musicale, e sembra accertato che la tradizionale danza brasiliana chiamata capoeira sia proprio debitrice di questa migrazione forzata. Pare che gli schiavi che lavoravano nelle piantagioni brasiliane si allenassero a combattere, e che per dissimulare quello che sarebbe stato concepito come un comportamento ostile verso i loro padroni, dissimulassero il tutto con la danza. Di qui la capoeira, che è una “danza di colpi fintati”, ed è ritenuta spesso il sostrato culturale della capacità innata di dribblare tipica dei brasiliani. Ma c’è di più: Guez ci dice che il dribbling sui campi di calcio brasiliani nasce sempre in relazione all’importazione di schiavi. Infatti quando nei primi del 900 si giocava a calcio, per via dei valori razzisti sui quali era fondata la morale dell’epoca, era bene che i calciatori di colore non toccassero quelli bianchi, per evitare il rischio di essere pestati a fine gara.

Da ciò la nascita della finta, grazie alla quale si riusciva a spostare l’avversario dalla propria traiettoria di corsa senza il bisogno del contatto fisico.

Un futuro ancora da scrivere

È impensabile ipotizzare oggi quanto successo avrà Leao nel nostro campionato e più in generale nel calcio europeo. Ma ciò che è chiaro è che quando lo si vede giocare si ha sempre l’impressione di vedere un calciatore atipico, a tratti grottesco. Non sappiamo se questa sua differenza rispetto agli altri calciatori verrà valorizzata o se sarà un elemento di disturbo per la sua carriera, possiamo solo limitarci in questo momento a segnalare la sua eccezionalità.

Forse gran parte delle sue possibilità di affermarsi nel calcio odierno dipenderanno anche dal corso che questo sport intraprenderà. Ho accennato al bell’articolo con cui nel 2014 Jonathan Wilson mise in dubbio l’egemonia del tiki-taka guardioliano, e sappiamo che il calcio muta di continuo assieme ai suoi protagonisti.

Può forse essere ipotizzabile un ritorno della cultura del dribbling dal momento in cui la cultura del passaggio dà qualche piccolo segno di cedimento?

Ancora una volta, non possiamo pronunciarci.
Certo è che se i nostri beniamini in calzettoni e scarpini torneranno nuovamente a sfidarsi con frequenza nell’uno contro uno, il calcio moderno potrebbe eliminare uno dei suoi tratti più schizofrenici degli ultimi anni: la contemporanea presenza di un fascinazione ancora persistente nei tifosi per il dribbling e di un modello di gioco ideale che non lo concepisce come fondamentale.

Se insomma continuiamo a considerare come gol più bello della storia la serpentina di Maradona contro l’Inghilterra nei mondiali dell’86… Un motivo ci sarà.


 

Giornalista, poeta e comunicatore d'arte. Iscritto all'albo pubblicisti della regione Lazio. Attivo nella scena del poetry slam romano, è fondatore del collettivo di poesia WOW, col quale ha organizzato innumerevoli eventi legati alla poesia a Roma.